LILLI GRUBER.
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I MIEI GIORNI A BAGHDAD.
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Parte 2.
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2003 RCS Libri, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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17. "Noi bombardiamo, loro soffrono".
18. La vita continua.
19. Arrivano i nostri!
20. Hotel Palestine.
21. La caduta di Baghdad.
22. La guerra  finita?
23. Naufragio e caos.
24. Saddam City.
25. Nel palazzo proibito.
26. "Nel nome di Dio clemente e misericordioso".
27. Addio Baghdad.
Epilogo.
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Fine indice.
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Capitolo 17.
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"NOI BOMBARDIAMO, LORO SOFFRONO".
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Sapevo che questo momento sarebbe arrivato,
perch arriva in tutte le guerre. Il momento in cui i
bombardamenti avrebbero smesso di essere soltanto il
rumore di tuoni, i lampi all'orizzonte e le nubi di polvere che
si levano verso il cielo.
E' il momento dei morti e delle scene di distruzione. Delle
case sventrate, delle automobili che bruciano, dei rottami disseminati
per terra. Delle famiglie che urlano la loro disperazione
e dei vicini che gridano vendetta. Ed  il momento dei
feriti. Quelli che i giornalisti vanno a trovare negli ospedali
per riprenderli, fotografarli, intervistarli. I corpi distesi, privi
di forza. I bendaggi macchiati di sangue. Gli occhi velati dal
dolore e dai calmanti. Le gambe, i piedi, le mani che si intuiscono
amputati sotto le lenzuola sporche. E l'odore che
aleggia nei corridoi. E' quello dei disinfettanti, delle carni che
incancreniscono. E noi a chiedere: "Come si chiama? Quanti
anni ha? Dov'era quando la bomba  caduta?". Prendere appunti
ai piedi di un letto. I cameraman e i fotografi si spintonano
per conquistare l'angolazione migliore. Per non lasciarsi
sfuggire l'enorme tristezza che si legge su quei volti. Siamo arrivati
senza fiori, senza biscotti, senza regali. Come dei ladri.
Per carpire una parola, un sospiro, una lacrima. Poi ce ne andiamo,
cercando di dimenticare il pi in fretta possibile le
domande che i loro occhi ci rivolgono: "Perch io? Che cosa
sar della mia vita? Chi si prender cura di me?". Un mio
amico, il giornalista inglese Robert Fisk che copre da anni il
Medio Oriente, ha riassunto perfettamente la situazione:
"Noi bombardiamo. Loro soffrono".
Sono arrivata tardi nella via 602, nel tranquillo quartiere di
Qadissiyya nel sud di Baghdad. Sulla soglia e nei giardini di
queste basse casette non restano che uomini in pigiama e
donne in vestaglia. E' domenica 23 marzo, l'aria  mite e il
sole comincia a riscaldarci. Chi potrebbe dire che la guerra 
iniziata? E che  giunta fino a questo quartiere senza storia?
I soccorritori hanno gi terminato il loro lavoro. Le ambulanze
sono partite da tempo. Non mi rimane che guardare il
cratere di dieci metri di profondit e venti di diametro nel
punto in cui si trovava la casa di un ufficiale di cui ho appreso
il nome parlando con i vicini: Abdel Chamel Samarrai,
un ex generale che peraltro ha lasciato Baghdad trovando rifugio
nella citt di Samara. La casa era vuota quando  stata
colpita, ma due vicine sono rimaste ferite, la piccola Rafael e
sua nonna Halima. "Hanno avuto fortuna" dice Ahmed
Muhammad, un ristoratore di quarantanni che vive dall'altro
lato e afferma di essere ancora sotto shock. Sono state ricoverate
nel vicino ospedale di Yarmuk, il pi grande della
capitale.
"E' successo appena prima dell'ultima preghiera" ricorda
Faysal Saadi, un economista in pensione. Sotto i capelli bianchi
perfettamente pettinati il volto  disfatto e nei suoi occhi
si legge ancora la paura. "E' stato un inferno. Una cosa incredibile.
Sono volate pietre in tutte le direzioni, e anche
schegge di vetri e pezzi di tubi" racconta. Tre case intorno al
cratere sono state letteralmente spaccate in due. I mobili
sembrano intatti e al muro c' ancora appeso uno specchio.
I ventilatori sono rimasti agganciati al soffitto. Una palma 
stata abbattuta e giace su un lato mezza sepolta dai calcinacci
e dai mattoni.
Poche ore prima questa via, con i vicini che si conoscono
tutti e la rassicurante presenza di una scuola e di un ospedale,
si  trasformata in un incubo. Anche Ahmed Hamid alSaadi,
sessantasette anni, era l: "Una salva di missili  esplosa
nel quartiere. Il tutto  durato sessanta secondi". Dietro il suo
aspetto bonario, questo responsabile di una fabbrica di pezzi
di ricambio fa fatica a trattenere la collera. "Bush  un animale"
aggiunge.
Prima di andarmene, fra le rovine della casa noto uno
strano accostamento che simboleggia la traversie di questo
Paese: alcune pagine strappate da un Corano, il libro sacro
dell'Islam, sono finite accanto ad alcuni numeri in arabo
delle avventure di Superman, l'eroe del fumetto americano
che salva il mondo col suo mantello rosso e la sua tuta blu.
Alcuni giorni dopo l'inizio dei bombardamenti, Baghdad 
battuta da una gigantesca tempesta di sabbia che ne cambia
completamente il volto e i colori. Il vento misto a pioggia, la
sabbia impregnata del fumo sprigionato dalle trincee di petrolio
in fiamme, danno all'aria un sapore acre, pungente,
che quasi toglie il respiro. La capitale  di colore giallo. Quasi
buia in pieno giorno, ha l'aspetto di una citt apocalittica.
La gente ci dice che la bufera  un dono di Allah perch fermer
gli americani. Ma  solo un'illusione. La tempesta di
sabbia rallenter l'avanzata delle truppe di terra statunitensi
verso Baghdad, ma non impedir i bombardamenti sulla capitale,
diventati ancora pi intensi dopo che la televisione
irachena ha mostrato le drammatiche immagini dei marine
uccisi in un agguato nel sud del Paese.
E se gli abitanti del quartiere al-Shaab (che significa popolo)
hanno sperato per un attimo che il cielo si fosse schierato
dalla loro parte, i loro auspici sono stati delusi il 26
marzo alle 11,30 del mattino.
Quando arrivo in questo quartiere popolare di edifici fatiscenti,
garage e piccole botteghe, incrocio le ambulanze a
sirene spiegate e vedo ancora i corpi dilaniati sul marciapiede.
Il direttore della Difesa civile, Hamad Abdallah alDulaimi,
parla di 14 morti e 30 feriti. Due missili americani
hanno scavato altrettanti crateri ai piedi di un caseggiato.
Conto una quarantina di negozi e una dozzina di case distrutti
o danneggiati dalle deflagrazioni. Una ventina di auto
sono state colpite e alcune bruciano ancora.
E la "citt del popolo"  furente. "Dicono di voler colpire
solo obiettivi militari, e invece lanciano le bombe sulle nostre
donne e sui nostri bambini" grida Ali Sami, che non nasconde
la sua appartenenza al partito Baath. Un'anziana
donna curva e vestita di nero avanza lentamente nel fango
sul marciapiede sventrato. "L'Iraq vincer, l'Iraq vincer"
mormora.
La notizia della tragedia si  sparsa con la rapidit di un
fulmine e centinaia di abitanti si sono riuniti in questa via
devastata. Alcuni consolano le famiglie delle vittime o le aiutano
a portare via i mobili che sono stati risparmiati. Altri,
armati di fucile, calpestano le macerie urlando il loro sostegno
a Saddam Hussein e la loro riprovazione verso il presidente
Bush. Slogan come "Sacrifichiamo il nostro sangue e
la nostra anima per Saddam" e "Apri le orecchie, Bush, noi
siamo tutti per Saddam Hussein", si levano nel cielo carico
di una coltre di sabbia arancione.
Abdel Jabar Ali mi mostra il braccio contuso e ringrazia
Dio di essersela cavata con una ferita lieve. Suo figlio Kadhem
ha l'orecchio bendato. "Mia moglie e mia nuora sono rimaste
ferite al volto e ora sono in ospedale. Siamo vivi per miracolo,
perch sono crollati interi blocchi di muro e le porte
e le finestre sono andate in mille pezzi" spiega. Il suo garage,
separato dalla casa da una parete divisoria,  stato completamente
distrutto.
Pi in l, in piedi fra una bombola di gas, un fornello, un
televisore e una foto di famiglia estratta dalle macerie di casa
sua, un uomo si lancia davanti alle telecamere in violente accuse
contro il presidente americano. "Lo schiacceremo come
un insetto" tuona.
Veniamo subito circondati da un gruppo di persone che
cominciano a urlare: "Cosa volete da noi? Cosa vogliono gli
americani? Vogliono uccidere le nostre donne? I nostri bambini?
Questa non  una guerra,  un massacro di civili". Poi
chiedono vendetta.
Nel Qatar un portavoce del comando centrale americano
annuncia che verr aperta un'inchiesta. "Non sappiamo se i
missili erano nostri" dichiara il generale americano Vincent
Brooks. Interrogato su che cosa possa aver causato tanta rovina,
risponde: "Non lo so".
A Baghdad i giornalisti non hanno modo di stabilire un
bilancio delle vittime civili dei bombardamenti americani e
britannici. L'unica cosa di cui siamo certi  che incidenti
come quello di al-Shaab sono frequenti, e che nella maggior
parte dei casi non ne siamo informati. Accade infatti spesso
che una troupe televisiva, fotografi o giornalisti, scoprano
nell'attraversare un quartiere della citt che  stato colpito e
informino i responsabili del ministero dell'Informazione.
Ma man mano che la citt sprofonda nella guerra, le autorit
irachene sembrano per sempre meno capaci di dirci cosa
succede.
Secondo il ministro della Sanit, Umid Medhat Mubarak,
gli attacchi hanno causato 350 morti e 3650 feriti nel
corso della prima settimana. Ovviamente non abbiamo modo
di confermare queste cifre, ma i nostri occhi non mentono
quando si aprono su nuovi drammi.
Nella tarda serata del 28 marzo ascolto il collega della BBC
Rageh Omar, mentre fa un collegamento dalla terrazza del
Palestine. "E' una guerra fatta in loro nome, per liberarli dal
governo iracheno, ma comincia a costargli caro" dice il giornalista
britannico, mentre commenta le immagini di corpi
allineati su un marciapiede nel quartiere di al-Shula, nella
parte nord-occidentale di Baghdad. Stavolta, verso le 18, 
stato colpito un mercato. Tra le bancarelle di frutta e verdura
c'era molta gente, e il bilancio  quindi pesante: almeno 30
morti e 47 feriti, secondo il direttore dell'ospedale al-Nur,
Hakki Razuki. "La maggior parte delle vittime sono donne,
bambini e anziani." Altri medici dell'ospedale parlano di 52
morti: secondo la tradizione musulmana, le famiglie portano
i loro defunti a casa invece che all'obitorio.
Enrico  partito da solo con Ezzedine. Io ho dovuto restare
in albergo per garantire le dirette con Roma. Vedr pi
tardi le immagini che ha girato di questa nuova tragedia.
Ascolter le testimonianze che ha raccolto. E sentir crescere
in me un'incredibile stanchezza di fronte a questa sofferenza
che si ripete, che non ha mai fine, e i cui episodi si somigliano
cos tanto che finiscono col lasciarti indifferente.
Quella sera, nei panni della spettatrice, capisco una volta di
pi come l'infelicit altrui possa annoiare coloro che si limitano
a osservarla. Capisco una volta di pi perch il pubblico,
in Italia come in ogni altra parte del mondo, si stanchi
del martirio di un popolo. E mi rendo conto di quanto sia
importante che noi giornalisti facciamo il possibile per vincere
l'oblio.
Al mercato di al-Shula, un quartiere popolato da sciiti (gli
stessi che gli americani vorrebbero mobilitare contro la minoranza
sunnita cui appartiene Saddam), centinaia di persone
si sono radunate intorno al cratere scavato dal missile.
Alcune bancarelle sono capovolte e numerose vetrine di negozi
sventrate.
In ospedale Enrico ha incontrato un ragazzo di vent'anni
che ha perso un braccio nell'esplosione. Si chiama... Saddam
Hussein, Saddam Hussein Jassem. I genitori gli hanno dato
il nome del presidente iracheno, perch il figlio  nato come
lui il 28 aprile. "Molti miei amici sono morti e altri sono rimasti
feriti" racconta a Ezzedine. All'altezza della spalla, nel
punto in cui il braccio gli  stato strappato, ha una fasciatura
macchiata di sangue. Ma, imbottito di calmanti, sorride e
con la mano intatta fa il segno della vittoria. "Siamo pronti
a sacrificarci per Abu Uday", il padre di Uday, come viene
anche chiamato il capo di Stato iracheno. "Vogliamo dire
agli americani che faremo delle mura di Baghdad il loro cimitero."
Poco lontano da lui siede Laila Yassem, una giovane donna
che tiene in braccio la figlia Saya, di sedici mesi. Laila racconta
che altri due suoi figli sono rimasti uccisi nell'esplosione
e un quarto  stato ferito; i bambini stavano giocando
dentro casa quando le schegge del missile, esploso poco lontano
dall'abitazione, li hanno colpiti. La giovane madre 
stoica, dura, non versa una sola lacrima. "Io non piango, perch
noi siamo un popolo forte grazie a Dio e grazie al nostro
presidente. Chiedo a Bush perch uccide degli innocenti,
quando noi non abbiamo fatto assolutamente nulla."
Accanto all'ospedale, nella moschea sciita Mussa al-Kazem,
si procede al lavaggio rituale di alcuni corpi di "martiri"
prima della sepoltura. Sul pavimento, una accanto all'altra,
ci sono una decina di bare costruite con assi di legno. Circondato
dai fedeli, Hanun Kassem Hammad, un sessantenne
che ha perso cinque membri della sua famiglia,  in lacrime.
Il corpicino senza vita di uno dei suoi figli, Qarar
Hussein, una testa di capelli rossi e nove anni di et,  disteso
in un feretro della sua misura mentre il suo fratellino gli  seduto
accanto.
Anche in questo caso la gente assicura che non c'erano installazioni
militari nei paraggi, mentre secondo i comandi
militari americani il regime avrebbe collocato la contraerea e
i lanciamissili nelle aree residenziali, qualche volta anche
solo a un centinaio di metri dalle case.
Bisogner aspettare la strage di Hilla, il 1 aprile, perch i
bombardamenti americani vengano riconosciuti per ci che
sono: "E' un vero orrore" afferma il portavoce del Comitato internazionale
della Croce Rossa a Baghdad, Roland Huguenin-Benjamin,
commentando l'ultimo episodio della lunga lista
dei "danni collaterali". Hilla  una cittadina nei pressi di Babilonia,
e si trova a un'ottantina di chilometri a sud di Baghdad
dove la battaglia impazza ormai da giorni. Durante un bombardamento
con bombe a frammentazione, il cui utilizzo 
proibito dalle leggi internazionali, ci sono stati almeno 33
morti (di cui 9 bambini) tra la popolazione civile e oltre 450
feriti. Huguenin-Benjamin  appena tornato dall'ospedale
della citt. "Ci sono decine di corpi a brandelli, braccia e
gambe strappate" racconta. "L'ospedale  strapieno. Ci sono
morti e feriti dappertutto, sui letti, sul pavimento. E' una
cosa inimmaginabile." E aggiunge: "Ci stiamo seriamente interrogando
sul tipo di armi e di bombe utilizzate".
Nel tragitto verso Hilla, durante il quale  vietato riprendere
con le telecamere, vediamo chiari i segni della battaglia:
ci sono camion bruciati, blindati sventrati. Questa  una fiorente
zona agricola, ma ora  invasa dai mezzi pesanti dell'esercito
iracheno sotto i ponti e lungo i terrapieni della strada.
Lungo il percorso le truppe sembrano muoversi in ordine
sparso. Poco lontano si sentono ancora esplosioni e bombardamenti.
Quando arriviamo all'ospedale di Hilla, lo scenario 
drammatico, devastante. Ci sono bambini, anche neonati,
uccisi. Alcuni di loro sono rimasti mutilati dalle deflagrazioni
provocate, come ci conferma uno dei medici dell'ospedale,
da ordigni a grappolo paracadutati sull'area colpita in
cui decine di case sono state rase al suolo. Pi tardi le forze
americane ammetteranno di aver utilizzato sei bombe a
frammentazione, ma sosterranno di averle sganciate nella
zona centrale dell'Iraq e solo contro una colonna di carri. A
Hilla, per, non si  trattato di una colonna di carri.
Continuano ad accorrere gli abitanti del luogo per donare
sangue, nella speranza di salvare almeno una parte dei
feriti: sono cos tanti che devono essere sistemati per terra,
avvolti in lenzuola. La gente  inconsolabile, piange le sue
vittime, continua a chiedersi perch gli angloamericani insistano
nel bombardare la popolazione civile. Le scene sono
strazianti ed  difficile riuscire a capire come si possa sopportare
tanto dolore.
Tra le persone che incontriamo serpeggia molta rabbia.
La madre di Nader, un bambino di cinque anni che toccando
inavvertitamente una delle piccole bombe a frammentazione
 rimasto ferito al volto e ha perso un occhio, ci
mostra altri sei bambini che riportano contusioni e fasciature
su tutto il corpo. Anche lei ci chiede: "Che cosa hanno
fatto questi bambini agli americani?". Poi aggiunge: "Che
Dio li vendichi mandando a Bush una bomba a frammentazione".
Poco lontano c' anche Hussein Ali Abed, due anni,
lo sguardo fisso nel vuoto. Il pap racconta che il piccolo si
trova in questo stato dopo i bombardamenti; racconta che
sua moglie, la madre del bambino,  morta e lui, trovatosi all'improvviso
solo con il piccolo, non sa come scuoterlo dallo
shock. Il dottor Hussein Gazai sostiene che tutte le ferite che
sta curando da ore sono state causate da piccole bombe, che
esplodono camminandoci sopra o quando vengono raccolte
dai bambini che le scambiano per giocattoli.
Quando rientro al Palestine, Ramzi Haidar, fotografo libanese
dell'Agence France-Presse, mi mostra le fotografie
terribili di un altro bombardamento devastante, nella stessa
zona. E' stata sterminata un'intera famiglia di quindici persone,
di cui facevano parte anche sei bambini. L'unico sopravvissuto
si chiama Razek al-Kafaji e ha raccontato di aver
perduto la moglie, i sei figli, la madre, il padre, e tre dei suoi
fratelli con le mogli. Gli ha indicato le bare ancora aperte di
bambini piccolissimi, i corpi dilaniati; Razek racconta del
loro tentativo di fuga da Nasiriya, la citt a 350 chilometri a
sud di Baghdad dove infuriava la battaglia, e di come siano
stati centrati da una bomba, forse sganciata da un elicottero
Apache.
Nessuno sapr mai quanti civili iracheni sono morti durante
i bombardamenti, nella battaglia di Baghdad e nelle altre
grandi citt del Paese. Prima di cadere il regime iracheno
parler di 1254 morti, cifra aggiornata al 3 aprile. In seguito,
un'inchiesta dell'Associated Press stiler un bilancio dei civili
uccisi che parla di almeno 3240 vittime, di cui 1896 a
Baghdad. Ma l'autore dell'inchiesta, un giornalista che conosco
bene, Niko Price, avverte che centinaia, addirittura
migliaia di vittime non sono mai state registrate. La loro
morte non  stata segnalata n a un ospedale n a un obitorio,
e neppure i giornalisti dell'Associated Press hanno potuto
stabilire con certezza se le vittime denunciate fossero effettivamente
civili. Anche un gruppo di professori americani
e britannici ha condotto un'inchiesta, secondo la quale
il numero di vittime tra la popolazione civile  compreso fra
5000 e 7000.
I responsabili americani e britannici hanno spesso sostenuto
la tesi secondo la quale questa guerra, necessaria per liberare
l'Iraq dalla dittatura di Saddam Hussein, avrebbe causato
meno morti di quelli provocati dai crimini perpetrati
dal rais. Proteggere gli iracheni  un pensiero che fa onore a
coloro che lo hanno formulato. Solo che avrebbero dovuto
farlo nel 1963, quando Saddam ha cominciato a sterminare
i suoi oppositori, o nel 1988, quando ha gasato i curdi a Halabja,
o nel 1991, quando ha massacrato gli sciiti. L'Occidente,
che aveva i mezzi per fermarlo, si  sempre rifiutato di
farlo in nome di una Realpolitik per la quale il destino degli
iracheni contava poco. Nel 1991, quando la Guardia repubblicana
soffoc nel sangue le rivolte di Bassora, Najaf e Karbala,
mezzo milione di soldati della pi potente coalizione
internazionale della Storia era accampato alle porte dell'Iraq.
Versare oggi lacrime di coccodrillo sulla sorte di quelle vittime
sfiora l'indecenza.
E questa tardiva compassione non pu giustificare le
nuove tragedie che sono venute a ricordarci, una dopo l'altra,
che la guerra  sempre una sconfitta.
Dopo la fine del conflitto, il governo di Washington dichiarer
comunque di non voler condurre alcuna indagine
sul numero di civili rimasti uccisi. Eppure, come sempre
nella grande democrazia americana, numerose voci esprimeranno
il loro dissenso contro quella che considerano una
grave mancanza di compassione da parte dell'amministrazione
Bush. E, peggio ancora, un errore politico. Il senatore
Patrick Leahy, un democratico dello Stato del Vermont, ha
recentemente lanciato un appello alla solidariet con le famiglie
delle vittime, "per dimostrare che non eravamo in
guerra contro di loro e che gli Stati Uniti non si disinteressano
di loro. E' la cosa giusta da fare, ed  anche nel nostro
interesse". Per il momento la voce del senatore Leahy non ha
avuto alcuna eco nei corridoi del Pentagono, dove il bilancio
delle vittime civili irachene  l'ultima delle preoccupazioni
degli strateghi della guerra preventiva.
Ma la coscienza del popolo americano  spesso pi forte
dell'indifferenza dei suoi dirigenti. Non conosco Derrick Z.
Jackson, ma ha scritto un monito sul "Chicago Tribune" che
fa riflettere: "Noi americani siamo rimasti sconvolti quando
3000 persone sono rimaste uccise negli attacchi terroristici
dell'11 settembre 2001. Da allora, tra l'Afghanistan e l'Iraq,
la nostra vendetta ne ha uccise molte di pi . Allora avevamo
giustamente reclamato la compassione del mondo intero per
i nostri morti innocenti. Oggi ignoriamo quelli che abbiamo
ucciso noi. Non abbiamo bombardato solo civili innocenti,
ma anche la nostra innocenza".
I bombardamenti su Baghdad dureranno tre settimane. Eppure,
molti giorni dopo quel famoso 9 aprile che vedr i
carri americani giungere nel cuore della capitale irachena,
sulla citt alegger ancora l'odore della morte.
Per le strade, alcune squadre di volontari con un camice,
i guanti per proteggere le mani e una mascherina sul viso, assolvono
un macabro compito: estrarre dalle carcasse delle
auto, colpite da raffiche di mitragliatrice, esplose o danneggiate,
corpi carbonizzati o gi in putrefazione.
Malgrado la nausea, mi fermo a parlare con uno di quelli
che il mio amico Samy Ketz dell'A.F.P ha ribattezzato, in uno
dei suoi articoli, i "volontari della morte". Hachem Kazem 
un ingegnere di trentaquattro anni che oggi, 13 aprile, fruga
tra i rottami di un'auto carbonizzata vicino allo zoo di Baghdad
estraendone ossa annerite. Trova anche una fototessera
di un uomo robusto con i baffi rossicci che  miracolosamente
sfuggita alle fiamme. Posa le ossa su una barella e le
copre con una bandiera irachena.
Poco pi in l, altri volontari estraggono da un furgoncino
i corpi carbonizzati di una donna e del figlio abbracciati.
Cercano di estrarre alcuni arti saldati alla carcassa del
veicolo.
Salah Jassem  un ingegnere di ventidue anni. Salah
Muhammad  un sarto di trentasei. Proprio come Hachem
Kazem, si sono improvvisati becchini per cercare di dare una
sepoltura dignitosa a decine di persone rimaste uccise nelle
strade, lontano da casa, senza che nessuno potesse fornire
alle famiglie qualsivoglia indicazione sulla loro sorte.
"Li portiamo all'ospedale Karama. L viene compilato un
registro con i nomi delle vittime, sempre che troviamo un
documento per identificarle" mi spiega Salah Jassem.
Dopo che i resti di una vittima sono stati sistemati su una
barella, il gruppo parte scandendo con l'indice levato verso il
cielo: "Non esiste altro dio all'infuori di Allah e Maometto 
il suo messaggero. Allah ama il martire". Per la strada, i passanti
si fermano e si mettono la mano destra sul cuore. Le
donne piangono o gridano. Anche a me viene da piangere.
...
Capitolo 18.
LA VITA CONTINUA.
IN questi giorni a Baghdad ho bisogno ogni tanto
di fare qualcosa di normale. Bere un t caldo seduta con
Nayla. Parlare di vacanze al mare. Lavarmi i capelli senza
preoccuparmi di come verranno una volta asciutti. Condividere
uno scoppio d'ilarit con Angela, che ha preferito alloggiare
allo Sheraton, di fronte al Palestine, pensando che sarebbe
stato pi comodo. E' rilassante persino fare un po' di
bucato nel lavabo del mio bagno e stendere la biancheria su
un filo tirato sul balcone, di fronte al palazzo di Saddam Hussein
tartassato ogni giorno dalle bombe americane. Abbiamo
tutti bisogno di questi gesti, che fanno dimenticare la guerra.
Sono nella capitale irachena da pi di due mesi e non mi
sono concessa un solo giorno di riposo. E' semplicemente
impossibile, data la situazione. Non tanto per le pressioni di
Roma, che mi vorrebbe giustamente sempre in onda, quanto
per l'incalzare degli eventi. Temo che una pausa mi possa far
perdere il filo della storia. Ho spesso constatato che fermarsi
per un giorno  il modo migliore per dire o fare una stupidaggine
il giorno successivo.
Ma ovviamente mi mancano alcuni momenti di svago
semplici e banali come fermarmi a un'edicola, comprare un
giornale, sedermi in un cafre e bere un cappuccino. Qui,
sono costantemente accompagnata: ho bisogno di Mahdi
per spostarmi, di Luay per tradurre, di Enrico per lavorare. A
Baghdad la solitudine diventa un bene prezioso. Ma anche la
spensieratezza.
Le cose sono peggiorate con la nostra partenza dall'Hotel
Rashid. L, almeno, potevo scendere in piscina, rubare una
mezz'ora in una giornata senza soste. Ora che ci siamo trasferiti
al Palestine, questo  impossibile: qui l'unica attivit
fisica  salire e scendere le scale mentre suonano le sirene
d'allarme e si scatenano i bombardamenti, o quando manca
la corrente agli ascensori. Per il mio amico del "Corriere
della Sera", Lorenzo Cremonesi, questi saliscendi sono una
manna. Provetto montanaro, non vuole perdere l'occasione
di mantenersi in allenamento. E lo incontrer spesso mentre
da la scalata - zaino in spalla e a passo di corsa - agli scivolosi
gradini del Palestine, ripetendo pi volte l'esercizio finch
non gli sembra di aver fatto un buon lavoro!
Da quando abbiamo abbandonato il ministero dell'Informazione,
colpito il 29 marzo da un Tomahawk, il Palestine 
divenuto la nostra unica sede di vita e di lavoro. Io trascorro
il mio tempo tra la mia stanza, in cui dormo per poche ore,
la camera di Enrico per le dirette col videotelefono, l'ufficio
dell'A.F.P in cui lavoro, mangio, discuto all'infinito con i colleghi,
ormai divenuti amici, e la terrazza del secondo piano
dove, una volta trasferite tutte le attrezzature, faccio ogni
giorno le mie dirette.
Nella suite dell'A.F.P, nel disordine organizzato dei computer,
dei telefoni satellitari, dei cavi elettrici, ho il mio angolino.
Una sedia. Una semplice sedia vicino al balcone, sul
quale  installata l'antenna del mio Inmarsat. Lavoro incastrata
tra un frigorifero vuoto e il televisore, costantemente
acceso. Qui consulto le agenzie, scrivo i miei testi, coordino
il lavoro di Enrico e Luay. Loro vengono spesso a sedersi sul
divano dell' ufficio dell'agenzia per tirare un po' il fiato. Appoggio
la borsa per terra, vicino ai piedi, apro sulle ginocchia
il quaderno a spirale sul quale ho preso gli appunti della
giornata e tento di concentrare in poche frasi chiare la straordinaria
complessit della situazione irachena. Quando gli attacchi
si fanno pi vicini, mi precipito al balcone per vedere
dove cadono le bombe. Ecco il mio punto d'osservazione, il
mio spazio di riflessione, la mia tavoletta di scriba. E anche
la base da cui parto ogni giorno alla scoperta di Baghdad.
In questo clima, a mezza via tra il collegio e la prigione,
qualunque diversivo diventa un momento prezioso. A volte
mi unisco all'equipe dell'A.F.P per la prima colazione. Ogni
mattina Samy Ketz e il suo autista vanno a prendere panini
caldi e succo d'arancia appena spremuto. I panini (samun),
di forma allungata, sono deliziosi: perfetti per un sandwich
con il formaggio da spalmare o per accompagnare tonno e
sardine. Quando la citt rester senza energia elettrica, il 3
aprile, la maggior parte dei fornai, sprovvista di generatori,
dovr smettere di lavorare. La caccia ai panini diventer difficile
e uno degli autisti dell'A.F.P, il devoto Majid, ricever
l'incarico di procurarne. Majid, capelli neri e carnagione
olivastra, ha un passato militare piuttosto considerevole: 
stato arruolato per sette anni nella Guardia repubblicana e
si  battuto sul fronte iraniano e in Kuwait. Ha l'intelligenza
di un bambinone, il che la dice lunga sulla reale efficienza
bellica delle unit che vengono rappresentate come
la punta di diamante del regime. E assolutamente incapace
di prendere una decisione da solo e abbandonarlo a se
stesso  un errore. D'altro canto, obbedisce senza batter ciglio:
probabilmente  l'unica cosa che abbia imparato in
vita sua. Chi ha saputo meglio comprendere questo aspetto
del carattere di Majid  naturalmente la nostra Nayla che,
con la sua voce dolce e ferma, riesce a impartirgli istruzioni
chiare e precise. Jacques ha dovuto abituarsi: non  il tipo
d'uomo che da ordini senza cercare di ottenere il consenso
di chi li riceve. Errore: per Majid un ordine deve essere eseguito,
non c' bisogno di comprenderlo. Cos porta a termine
in maniera impeccabile la sua missione e torna, dopo
diverse ore, con una borsa di plastica contenente oltre
cento panini: la prima colazione sar assicurata fino alla
fine della guerra.
Pane a parte, trovare da mangiare diventa sempre pi
problematico. Solo l'approvvigionamento di polli  assicurato
fino all'ultimo. E non c' da stupirsi: l'uomo che ne
controlla il commercio altri non  che il figlio del presidente,
Uday Saddam Hussein. In tre mesi di soggiorno in Iraq
manger pollo in tutte le salse: alla griglia, allo spiedo, con
contorno di riso, di pomodori, di hummus - la deliziosa
purea di ceci e olio d'oliva -; lo consumer seduta per terra,
sul sedile posteriore di un'auto, in piatti di carta, con coltello
e forchetta oppure avvolto in una galletta di pane arabo.
Credo che per parecchi anni risentir degli effetti di questa
cura intensiva. Un altro piatto d'elezione dei giornalisti  la
pizza di un piccolo ristorante, il Reef. Niente a che vedere,
naturalmente, con i capolavori dei pizzaioli napoletani ma,
anche se  un po' pesante, ci arriva un po' fredda e ha lo
stesso sapore in tutte le variet, costituisce pur sempre una
provvidenziale alternativa al pollo.
Quanto all'alcol, in un Paese in cui, ufficialmente, ne 
vietato il commercio, abbiamo scoperto la grotta di Ali Bab
nel negozietto di Abu Tony, a qualche isolato dal Palestine.
Ci si trova di tutto: vino libanese, birra, whisky, gin, vodka...
Dietro una porta anonima, munita di un grosso catenaccio,
Abu Tony, cristiano, conserva uno stock destinato esclusivamente
ai clienti di fiducia. Quando si appresta ad aprire la
porta, questo ex medico riconvertito al contrabbando, baffuto
e grassoccio, getta uno sguardo diffidente al marciapiede.
Il carico merci si effettua con rapidit, facendo passare
direttamente le cassette dal suo deposito al bagagliaio dell'auto.
Non tanto per timore della polizia o dei miliziani,
quanto piuttosto dei ladri, che sarebbero felici di alleggerire
noi del nostro acquisto e Abu Tony del denaro che gli abbiamo
lasciato.
In tarda serata si aprono le bottiglie e si cerca negli armadi,
trasformati in dispense, quel che pu costituire una
buona cena. Le razioni militari autoriscaldanti ci hanno
fatti felici per alcuni giorni, ma si sono esaurite in fretta.
Abbiamo una scorta inesauribile di barattoli di conserva,
ma quelli stancano subito. Fortunatamente, come per miracolo,
interviene il fotografo Ramzi Haidar: ed ecco del
labne, un formaggio fresco appena arrivato da Beirut in taxi,
cetrioli, uova sode, pane tostato. La festa ha inizio! Sfortunatamente
per me, non potr mai approfittare appieno di
questi momenti di distensione. E non andr mai al di l di
un bicchiere di vino, per evitare di farfugliare in diretta da
Baghdad!
Jacques si siede sempre nello stesso angolo, la schiena appoggiata
al muro. Ezz mangia per lo pi in piedi. Samy crolla
sul vecchio divano. Nayla si da da fare nella stanza da bagno,
imprecando contro la sporcizia che sembra prossima a riportare
una vittoria schiacciante nella battaglia impari che la
bella libanese le ha dichiarato. Patrick emerge dalle sue macchine
fotografiche e accende un sigaro persino prima di mettersi
a mangiare. Attorno al tavolo dell'A.F.P, i francesi la
fanno da padrone. C' il prestigioso quotidiano "Le Monde",
naturalmente, con Patrice Claude, profondo conoscitore
della regione; "Paris Match" con Patrick Forestier, anche lui
vecchia volpe di tutte le guerre; e il "Journal du Dimanche"
con Gilles Delafon, che si  fatto le ossa a Beirut e da allora
non ha pi smesso. Le radio sono rappresentate in particolare
dall'ineffabile Roger Auque, con quella sua aria da playboy
inoffensivo. Eppure era stato preso in ostaggio a Beirut
nel 1987. La televisione, infine,  rappresentata dalla coraggiosa
corrispondente del terzo canale, FR3, Caroline Sinz e
da me. Io sono un'ospite permanente, proprio come Enrico.
L'A.F.P con la sua quipe agguerrita svolge il lavoro migliore
delle tre agenzie internazionali: l'inglese Reuters ha perso
molto con la partenza forzata di Nadim e l'americana Associated
Press si  ridotta a una sola persona: l'abile Hamza
Hendawi. Per un'equipe televisiva come la nostra, la possibilit
di associarsi a giornalisti come quelli dell'A.F.P ha un valore
inestimabile. In questo luogo, in cui regna la seriet ma
anche il buonumore,  tutto un viavai di colleghi stranieri.
Tra questi Ulli Tilgner, della televisione pubblica tedesca
ZDF, ma anche inviati speciali di Paesi lontani, come l'Indonesia
o le Filippine, che trasmettono i loro servizi grazie alle
apparecchiature dell'agenzia. I colleghi italiani, che per la
maggior parte, soprattutto nella fase iniziale, si sono rifugiati
all'ambasciata del nostro Paese, li incontro di solito la mattina
al coffee shop del Palestine per fare un rapido punto
della situazione.
Le riunioni serali all'A.F.P sono anche il momento migliore
per uno scambio di idee sul lavoro che ci attende l'indomani.
Siamo lontani, qui, dall'immagine marziale della
guerra. L'avanzata delle truppe americane nel deserto la lasciamo
ai nostri colleghi embedded. Noi cerchiamo di illustrare
le sofferenze della citt, ma non renderemmo un buon
servizio a Baghdad e ai suoi abitanti se li mostrassimo solamente
come vittime. Abbiamo bisogno di scoprire come resiste
questa grande metropoli, la cui storia  scandita da
guerre e invasioni.
Ricordo di aver letto sul settimanale in lingua inglese del
quotidiano egiziano "al-Ahram" il lungo articolo di un poeta
iracheno, Sinan Antun, in esilio dal 1991. Fuggiva Saddam,
come pure il naufragio del suo Paese dopo una guerra di
troppo e sanzioni internazionali che lo avrebbero messo in
ginocchio. Pur deplorando il modo in cui l'iconografia ufficiale
e il culto di Saddam avevano snaturato la vera essenza
della capitale, scriveva: "Per quanti conoscono Baghdad e
l'hanno a cuore, vi  sempre uno squarcio attraverso il quale
 possibile sgattaiolare, per dialogare con lei, rubandole qualche
bacio al riparo dal suo sguardo inquisitore".
E sono, in un certo senso, questi "baci" che tutti noi cerchiamo,
quando partiamo alla scoperta di una Baghdad che
rifiuta di inchinarsi. Poi mettiamo insieme i nostri racconti,
i ricordi della citt che sopravvive e dei suoi abitanti, ai quali
cerchiamo di rendere omaggio.
Baghdad si risveglia il mattino al richiamo dei muezzin. Il
canto della preghiera la smuove da un sonno agitato, segnato
dai bombardamenti, dal pianto dei bambini, dall'ululato
delle sirene delle ambulanze. I camion della nettezza urbana
cominciano il loro giro, e gli autobus rossi con imperiale entrano
in servizio. I taxi partono alla ricerca di clienti diventati
sempre pi rari. Davanti alle panetterie si fa la coda per
comprare i samun. Alcuni fruttivendoli ritirano i teloni dalle
loro bancarelle e i negozietti di alimentari si animano. Nei
quartieri, nelle piazze, davanti agli edifici pubblici, i miliziani
del partito Baath, che hanno passato la notte nelle trincee o
dietro alle ridotte di sacchi di sabbia, si precipitano verso i
venditori di t, in attesa del cambio.
In pieno giorno le grandi arterie sono intasate dal traffico
ed  tutto un risuonare di clacson. Le boutique della
citt sono nella maggioranza chiuse, ma sui marciapiedi
vengono offerti ai clienti i prodotti pi inusitati. Scuole,
collegi ed edifici pubblici sono fermi: le famiglie cercano di
ingannare il tempo. Al suq al-Ghazal, in Jumhuriya Street,
hanno appena comprato uccelli o pesciolini, gabbiette o acquari.
Nel quartiere di cartolai del suq al-Saray, il pi antico
mercato della citt, i negozi vendono ai bambini pennarelli
per il disegno.
Quando il sole tramonta la citt offre gli ultimi sprazzi di
vita. I negozi rimangono aperti ancora per qualche ora, alcuni
ristoranti servono gli ultimi clienti, i parrucchieri sono
al lavoro, mentre gruppi di giovani iniziano l'ultima partita
nelle sale da biliardo. Qualche automobile si avventura ancora
per le strade.
Poi la citt si addormenta sotto il rumore sordo dei bombardamenti.
"La notte scorsa, mentre bombardavano, mi  venuta una
voglia improvvisa di piantare nuovi fiori nel mio giardinetto.
Adoro le piante, perch sono il simbolo della vita" racconta
Umm Muhammad, in chador nero. Ha appena comprato
quattro vasi di rose da un fiorista del quartiere di Sayadiya,
lungo la circonvallazione che circonda Baghdad.
Kazem Muhammad Hussein, il vivaista, spiega che il lavoro
non manca, anche se il numero dei suoi clienti  certamente
diminuito dall'inizio della guerra. "Ho tra i cinque
e i dieci acquirenti al giorno, perch  il momento di
piantare e gli iracheni non vogliono perderlo per niente al
mondo."
L'Iraq vanta una lunga tradizione di floricultura. I giardini
pensili di Babilonia furono una delle sette meraviglie
del mondo. Vennero approntati sotto il regno di Nabucodonosor
(nel VI secolo a.C.) per compiacere la sua sposa Amitis,
figlia del re dei Medi. Secondo la leggenda, il parco a gradinate,
irrigato da un acquedotto, raccoglieva i fiori pi belli
del pianeta.
Nella strada dei fioristi si fermano parecchie automobili:
alcune signore scendono mentre i mariti restano a bordo con
i bambini. "Da quando  iniziata questa guerra, ho una voglia
ancora pi grande di piantare, di potare i miei rosai, di
coccolarli, perch questa  la nostra terra e anche se gli americani
la bruceranno, noi la faremo rifiorire. Noi siamo il
bene e loro sono il male" proclama Umm Uday, un'elegante
borghese sulla quarantina. Contrariamente a quanto si osserva
in molte altre capitali arabe, la maggioranza delle abitazioni
di Baghdad  costituita da villini con giardinetto privato
che i proprietari tengono con cura. In un'altra parte
della citt, il quartiere di Washash, il vivaio del XIV Ramadan
 un'oasi di pace. "Nel momento in cui oltrepassano il
cancello, i clienti non parlano pi di guerra. Qui  un paradiso.
Ammirando questa bellezza, dimenticano per qualche
minuto le loro angosce" assicura il proprietario Haidar Aziz.
Tuttavia, fiori e uccelli - anche di questi i cittadini di
Baghdad sono appassionati - non bastano, com' ovvio, a
far loro dimenticare l'incubo che stanno vivendo. Le farmacie
sono prese d'assalto: in citt non si trovano pi tranquillanti.
I genitori somministrano ai loro bambini perfino del
Valium perch riescano finalmente ad addormentarsi.
Nella notte del 27 marzo, gli attacchi sono stati particolarmente
intensi. La citt  stata scossa da forti deflagrazioni
e il cielo si  illuminato di lampi e del riflesso rossastro
delle esplosioni. Gli aerei della coalizione hanno impiegato
bombe ad alto potenziale, che hanno fatto tremare anche gli
edifici pi solidi. "Per i bambini  stato un incubo totale" 
la testimonianza di Fahd Alawi, un falegname di trentotto
anni che ho incontrato l'indomani mattina. Il volto affaticato,
gli occhi cerchiati da pesanti borse, spiega che ha dovuto
dare delle compresse ai suoi figli per calmarne la paura
e il pianto.
I muezzin cercano ugualmente di placare il terrore dei
loro fedeli. Quando hanno inizio gli attacchi, dalle centinaia
di minareti che dominano l'immensa citt si levano litanie.
"Allah  il pi grande, Allah  il pi grande, Allah  il pi
grande. Non vi sono altri di all'infuori di Allah. Allah  il
pi grande e a Lui solo pu andare il nostro ringraziamento"
recita Murtada Muhammad Salah, che officia nella piccola
moschea vicino al Palestine. Non appena sente le prime detonazioni,
si piazza davanti al microfono, regola l'amplificatore
e intona, con voce dolce e calda, le takbirat - le lodi alla
grandezza di Dio - normalmente pronunciate durante il pellegrinaggio
alla Mecca, primo luogo santo dell'Islam.
Alla vigilia della guerra, il ministero dei Waqfs (beni religiosi)
ha chiesto a tutte le moschee irachene di salmodiare
le takbirat durante i bombardamenti notturni. "E' per rassicurare
la gente con parole familiari. Nei momenti d'angoscia,
sono pi efficaci di un calmante" assicura Murtada
Salah. Quando passeggia per le strade vicino alla moschea,
racconta, i passanti lo salutano. "Che Dio ti protegga", "La
tua voce ci fa sentire al sicuro", oppure gli dicono semplicemente
"grazie".
Gli abitanti devono ringraziare anche gli autisti dei camion,
stracolmi di frutta e verdura, che provengono dalle
grandi regioni agricole dell'Iraq e sfidano ogni giorno i pericoli
del viaggio per sfamare la capitale.
Un mattino parlo con Mehdi Adi: ha percorso in otto ore
i 600 chilometri che separano Zubair, vicino al confine con
il Kuwait, da Baghdad a bordo del suo camion carico di dieci
tonnellate di pomodori. Sorveglia con attenzione lo scarico
della merce sull'immensa area dei mercati generali al-Rashid
del quartiere di Dora, a sud di Baghdad. Teme che i missili
raggiungano i convogli e che le schegge d'acciaio, disseminate
lungo la strada, facciano scoppiare le gomme. Ma ci
sono anche i check-point mobili dell'esercito americano.
"Dipende dall'umore dei soldati. A volte ci lasciano passare
con un segno della mano, ma quando sono tesi, ci ordinano
di scendere, ci perquisiscono, poi esaminano il carico al
metal-detector per controllare che non ci siano armi" racconta
Sajaj Murteij, anch'egli proveniente da Zubair.
Davanti all'ufficio di Adel Amine Hussein, uno dei cinquantaquattro
grossisti di questi mercati generali, i commessi
scaricano le cassette, le pesano, poi effettuano le
transazioni con i commercianti della citt. "Prima della
guerra i camion portavano ad al-Rashid circa
seicento-settecento tonnellate
di pomodori, contro le
quattrocento-quattrocentocinquanta di oggi. I prezzi sono
aumentati, passando da una media di 275 dinari (0,09 dollari)
a 400 dinari (0,13 dollari) al chilo" spiega. Questo aumento
 dovuto in primo luogo al fatto che i proprietari
dei camion hanno quintuplicato il prezzo del trasporto,
che  passato da 100.000 dinari (33 dollari) a 500.000
(155 dollari).
In compenso, il prezzo delle patate, che era balzato da
300 a 1000 dinari al chilo all'inizio della guerra,  ripiombato
a 200 dinari. "Ce ne sono troppe sul mercato" afferma
Daud Suleimane. Le patate vengono da Nassafiy, l'aglio da
al-Kut, i grandi fagioli verdi da Yussofiy, nel sud del Paese.
I mercati generali della frutta, vale a dire il suq al-Jamila,
si trovano nella parte nord della citt. Abbondano di arance,
mandarini, mele, datteri. Tutto arriva dalla provincia di
Diyala, il frutteto dell'Iraq, da Balad, da Samara e da altre
citt del Sud.
"Posso garantirle una cosa. Baghdad non morir mai di
fame. Nulla ci pu fermare. Che ci siano tempeste di sabbia,
guerre o bombardamenti, noi facciamo le nostre consegne. E'
nostro dovere nutrire la capitale" mi confida Sajaj.
I camionisti non sono i soli a sfidare la morte per svolgere
il loro lavoro. Gli autisti d'autobus di Baghdad non si sono
mai fermati, trasformando i loro enormi veicoli rossi a due
piani in taxi, ambulanze o carri funebri. "Noi siamo il sangue
di questa citt e senza di noi non ci sarebbe pi vita"
spiega Haidar Abdel Hadi, trent'anni, che gestisce il pi
grande deposito di Baghdad nel quartiere Wazariyah. La Societ
generale dei trasporti pubblici  presente in tutto l'Iraq
e si occupa dei collegamenti urbani ed extraurbani. A Baghdad
possedeva, prima della guerra, quattrocento autobus
con imperiale.
Mentre tutti gli uffici pubblici hanno chiuso e i negozi
hanno abbassato le serrande, imperturbabili, ogni mattina
alle sette, i primi autobus cominciano ad attraversare la citt.
"Un giorno mi sono ritrovato in piena zona di bombardamenti.
I trenta passeggeri erano terrorizzati, e anch'io, ma ho
continuato e siamo arrivati tutti salvi" racconta Muhammad
Abbas Hassan, quarant'anni, che dorme al deposito dove 
posteggiato il suo autobus.
A ogni autista  capitato di sfiorare la morte per portare a
destinazione i suoi passeggeri. Ma, a volte, la morte  stata
pi rapida. "Alcuni passanti mi hanno fermato dopo un
bombardamento e hanno caricato sull'autobus una famiglia
di cinque persone coperte di sangue. Durante il tragitto, i tre
bambini sono deceduti. Ho lasciato i figli all'obitorio dell'Ospedale
Zarhawi e i genitori al pronto soccorso" racconta
Mussa Mazeel, cinquantun anni, di cui ventotto di servizio
nella compagnia.
Neo-disoccupati, gli uomini si riversano nei caff. All'ingresso
del Zahawi, in Rashid Street, il proprietario di questo
locale dall'arredamento antiquato, aperto nel 1894, non
si lamenta. "Restiamo aperti dalle sette del mattino alle
nove di sera ed  sempre pieno" mi assicura Kais Abdul
Gabbar. E per tutti quelli costretti dalla guerra all'inazione,
il gioco resta la migliore valvola di sfogo. Tric-trac, domino,
scacchi e biliardo permettono loro di dimenticare le
bombe. Al Zahawi incontro Yasser al-Assasi, un tassista di
cinquantanove anni, e il suo amico Ibrahim Rashid, un funzionario
di cinquantanni, impegnati in una partita di tric-trac.
Dopo un tiro di narghil, gettano i dadi e fanno avanzare
i loro pedoni sulla plancia di legno a due compartimenti.
In questo caff con le pareti ingiallite, il tabacco e i
bollitori fumanti di t, il mobilio  costituito da panche e
piccoli tavoli.
"Visto che, dall'inizio della guerra, i clienti sono rari, faccio
in modo dopo qualche corsa di passare di qui alle otto e
mezza del mattino. Sono sicuro di trovare dei compagni di
gioco" racconta Yasser.
Prima del conflitto, veniva solo una volta alla settimana,
in genere il venerd, ma da quindici giorni ci trascorre quotidianamente
tre ore di vera beatitudine. "Qui parliamo
della guerra, certo, ma di fatto dimentico tutto: le bombe, il
pianto dei bambini, la difficolt attuale di guadagnare soldi"
aggiunge.
Due tavoli pi in l, Salah Abdel Hassan, commerciante
di quarantanni a Kathamiyeh, un quartiere nel sud della
citt spesso colpito dai bombardamenti, batte rumorosamente
la tessera del domino sul tavolo di frmica rossa. Per
trascorrere quattro ore piacevoli, deve compiere un tragitto
di quasi mezz'ora. "La tradizione, in Oriente, vuole che sia la
donna a restare a casa. Dato che il mio negozio  chiuso, bisogna
pur trovare un'occupazione, e se rimanessi a casa, mia
moglie mi butterebbe fuori perch le starei tra i piedi" si giustifica.
Il suo avversario Kader Ahmad, sessantanni, fa il cameriere
in un caff in Atanabi Street, il quartiere dei librai
che ha chiuso fin dall'inizio delle ostilit. "Sono vedovo e detesto
restare solo. Perci arrivo qui all'apertura e gioco a domino
fino alla chiusura, in serata" confida.
A tre isolati, il Caff Umm Kulthum  il punto d'incontro
obbligato dei giocatori di scacchi. La sala  stata ingrandita,
le decorazioni rinfrescate, non sempre con il gusto migliore,
ed  qui che si ritrovano gli appassionati di questo
gioco e i fan della diva egiziana cui  dedicato il locale. "Le
persone di una certa et, come me, non vogliono permettere
che il cataclisma attuale cambi la loro esistenza, perch altrimenti
si ammalerebbero. Perci facciamo di tutto per condurre
una vita normale" annuncia Jalil Ibrahim, funzionario
di cinquantadue anni al ministero della Sanit.
I pi giovani si ritrovano nelle circa settecento sale biliardo
di Baghdad. Al Garage Club, in Sanaha Street, l'aria 
fumosa e l'et media non supera i venticinque anni. Ai sei tavoli
i giocatori aggiustano il tiro mentre altri, in fila contro
una parete, attendono il loro turno. "Dal momento che le
scuole e i negozi sono chiusi, e le linee telefoniche interrotte,
tutti i pomeriggi questo  il nostro punto di ritrovo" spiega
Naswan Nabil, vent'anni. I suoi amici sono studenti o collegiali
e l'atmosfera  alla mano. Nessuno sobbalza allo scoppio
di una bomba a pochissima distanza. "Che cosa vuole
che facciamo tutto il giorno? Qui almeno ci divertiamo."
I giovani giocano anche a calcio, come in tutte le citt del
mondo. Il presidente della federazione, Uday Saddam Hussein,
ha persino ordinato che il campionato di serie A prosegua
regolarmente.
A una settimana dall'inizio del conflitto, lo stadio del Popolo
ospita l'incontro tra una squadra locale, lo Zawra, e
quella di Samara, citt situata a un centinaio di chilometri a
nord della capitale. Circa cinquemila persone sono venute
ad assistervi, e siedono su gradinate che possono accoglierne
cinquantamila. Tutto si svolge come in una normalissima
partita di calcio, a parte qualche dettaglio. I tifosi incoraggiano
le loro squadre a suon di slogan politici: "Abbasso
Israele, gli americani e i loro antenati", "Hello, hello, Saddam
 ancora forte", "Bush, hai i giorni contati".
Sul risultato di due a zero a favore dello Zawra, terzo in
classifica nel campionato, il suo centravanti Hossam Fawzi
entra nell'area di rigore del Samara. D'improvviso l'esplosione
di un missile nelle vicinanze fa tremare lo stadio. La difesa
del Samara ne viene distratta per un breve istante, e
Fawzi ne approfitta per siglare la terza rete. N le bombe, n
le sirene sembrano impressionare il pubblico. La settimana
precedente, lo Zawra aveva giocato in trasferta a Bassora proprio
mentre i britannici bombardavano la citt per impadronirsene.
La partita si era conclusa con un pareggio.
La sera gli abitanti di Baghdad restano rintanati in casa:
quelli che possiedono un generatore o hanno la fortuna di ricevere
la corrente elettrica, guardano film di guerra e d'azione.
Oltre che ai videoregistratori, hanno collegato i loro
televisori, spesso obsoleti, ai lettori di dvd. Se nelle videoteche
gli scaffali sono vuoti perch i proprietari hanno preferito depositare
la merce nelle loro case, al suq Bai al-Shorjah, nel
cuore della citt, alcuni venditori offrono sulle loro bancarelle
di legno copie di dvd ai rari clienti. L'interprete preferito, qui,
... l'americano Steven Seagal, e il suo film Ticker va per la
maggiore. Seagal, campione di arti marziali, recita spesso la
parte di un agente segreto americano che riesce a sconfiggere
i suoi nemici grazie a una potenza di fuoco eccezionale e a
una straordinaria audacia. Dopo Ticker, Il patriota con Mel
Gibson  il film pi venduto. Ironia della storia, l'attore interpreta
un ex ufficiale che combatte l'esercito inglese nel
corso della guerra d'indipendenza americana.
Baghdad  altrettanto fanatica di Jet Li, una leggenda del
kung-fu, di Wesley Snipes, soprattutto nella parte di un ufficiale
delle forze speciali americane le cui unit combattono
oggi in Iraq, e di James Bond, la spia al servizio di Sua Maest,
il cui Paese fa parte della coalizione nata per rovesciare il
regime di Saddam Hussein. Tra gli altri film in cima alle preferenze
degli iracheni, Maximum Risk, con Jean-Claude Van
Damme, e tutte le pellicole che hanno per protagonista Sylvester
Stallone.
Ma anche questa ostinazione a fare come se la guerra
non li riguardasse ha i suoi limiti. La sera del 3 aprile, l'erogazione
di energia elettrica viene interrotta. Le conseguenze
non si limitano alla mancanza di luce: i frigoriferi smettono
di funzionare, i panettieri chiudono, l'acqua non viene pi
distribuita.
Faccio il mio tour della citt alle quattro del mattino. La
coda si va gi allungando davanti alla panetteria di Jabar al-Helf,
nel quartiere commerciale di Karadda, nel cuore della
capitale. Sul retro del negozio, Jabar pompa l'acqua da un
pozzo e riempie un secchio che passa al suo garzone per preparare
la pasta. "Senza elettricit, l'acqua scarseggia. Senz'acqua,
non c' pane. Vede come la gente comincia a spazientirsi?"
dice mettendosi al lavoro.
Il governo ha promesso di fornire cisterne d'acqua, ma
per il momento nelle strade non ve n' traccia. D'altra parte,
i venditori di taniche fanno fortuna e a quanti hanno potuto
scavare un pozzo nel loro giardino vengono offerte in vendita
pompe manuali in ferro.
I vecchi venditori di blocchi di ghiaccio hanno ritrovato inaspettatamente
una clientela. Vicino al suq al-Arabi, Muhammad
Ibrahim spinge un carretto carico della sua preziosa
merce. "Solitamente, rifornivo solo i venditori ambulanti di
bibite gassate, ma oggi tutti mi prendono d'assalto perch i
frigoriferi non funzionano e i cibi vanno a male" dice.
Da Zafer Abdel Saade vanno a ruba le lampade a petrolio.
Il piccolo commerciante  stracarico di lavoro. Monta
serbatoio, stoppino, manicotto e vetro da lume per il suo
prossimo cliente. "Credo che a met pomeriggio non ce ne
rester nemmeno una" dice. In tutta la citt risuonano i generatori
e gli ultimi ancora disponibili sono venduti a giornalisti
stranieri per 750 dollari. Davanti alle stazioni di servizio
si formano lunghe code, ma molte non dispongono di
un generatore e non possono pi servire i clienti.
Le truppe stanno avanzando verso la capitale, e i suoi abitanti
lo avvertono. Attendono questa nuova invasione con
fatalismo, confidando nel tempo, nella loro perseveranza e
nella fama perpetua della loro citt. Affiorano alla mente le
parole di Sinan Antun, il poeta: "Nelle Mille e una notte,
questa grande opera che sar sempre sinonimo di Baghdad,
quando arriva il mattino, Shahrazad, la madre di tutti
i narratori, tace e lascia che il lettore si interroghi su ci
che lo attende. Per me  arrivato il tempo del lutto, e Baghdad
 avvolta da una lunga e crudele notte senza stelle.
Come ha saputo fare in passato, si risveglier e tenter di
dimenticare. Ma io devo occuparmi delle sue ferite, allontanare
i suoi prossimi incubi e coprirla da lontano di baci
e d'amore".
...
Capitolo 19.
ARRIVANO I NOSTRI!
Quando mi sveglio, il 4 aprile, so gi che gli
americani hanno raggiunto le porte di Baghdad.
Sono arrivati all'aeroporto. Non ho alcun dubbio:
per il regime di Saddam Hussein  la fine. Da giorni i bombardieri
B-52 martellano senza tregua la periferia sud della
citt, colpendo le postazioni della Guardia repubblicana.
Anche a 30 chilometri di distanza avvertiamo le vibrazioni
provocate dalle potenti deflagrazioni dei bunker buster,
grosse bombe contenenti due tonnellate di esplosivo. Il rais
invita ripetutamente il suo popolo al jibad, alla guerra santa,
e con toni di sfida verso gli Stati Uniti dichiara: "Entrate a
Baghdad, se ne avete il coraggio. Vi stiamo aspettando". Ma
chi  pronto a combattere? In un clima quasi surreale la capitale
sembra preoccuparsi poco del nemico pronto a espugnare
la citt. Nulla fa pensare a una grande mobilitazione
di uomini e mezzi. Ai miliziani del partito Baath, che da
sempre pattugliano gli incroci, si aggiungono solo i Fedaiyyn
di Saddam, vestiti con giubbotti di pelle nera e armati
di kalashnikov. Sotto i ponti  disposta l'artiglieria pesante,
ma anzich verso l'esterno i cannoni sono puntati il
pi delle volte verso l'interno della citt, forse per fronteggiare
un'eventuale rivolta. Si vede qualche carro armato, civili
con pistole o fucili, di tanto in tanto volontari arabi che
sfrecciano a bordo dei loro camioncini. Troppo poco per
prepararsi alla tanto annunciata guerra casa per casa, che dovrebbe
costringere l'avversario a combattimenti lunghi e
cruenti. Della Guardia repubblicana non c' neppure l'ombra.
Nei "consigli di guerra" serali all'Affi, i colleghi si chiedono
dove siano finiti i tanto temuti combattenti di Saddam.
Forse sono gi stati massacrati dagli americani, che in
effetti affermano di aver sbaragliato due delle sei divisioni
(ciascuna di 8000 uomini) delle truppe d'elite. O forse si
stanno organizzando per la battaglia finale. Hamza Hendawi,
fascinoso e brillante collega della Associated Press, azzarda
la tesi della fuga. "Demoralizzati e sconfitti, probabilmente
si sono dileguati nel nulla." Speriamo. Lo spettro di
un assedio di Baghdad non piace a nessuno. Patrice Claude,
l'inviato di "Le Monde", ricorda che se effettivamente le
forze della coalizione passeranno all'assalto di Baghdad, si
scriver un nuovo capitolo della storia della guerra urbana,
che annovera tristi precedenti: citt completamente distrutte
e ingenti perdite umane, come  accaduto a Grozny in Cecenia,
a Hue in Vietnam, a Berlino e a Stalingrado.
Le truppe americane - seguite nella loro avanzata dagli embedded
conquistano l'aeroporto in poche ore. Solo il giorno
prima, gli iracheni ci hanno voluto dimostrare di controllarlo
ancora. Vi hanno finalmente portato i giornalisti con
un autobus nel tardo pomeriggio. Nessuna traccia di soldati
nemici, di bombardamenti o dei combattimenti di cui hanno
parlato gli americani. Alcuni aeromobili della Iraqi Airways
stazionavano sulla pista di atterraggio. Fino a ieri erano state
colpite solo postazioni radar e alcune installazioni: secondo
gli iracheni, questo  accaduto durante i primi giorni del
conflitto. Gli impiegati dell'aeroporto sembravano lavorare
regolarmente, nonostante non ci fosse traccia di passeggeri.
Nemmeno lungo il percorso si vedevano presente militari
particolari: la strada per l'aerostazione era ancora sotto il
controllo iracheno.
L'ultimo aereo, che proveniva da Damasco, era atterrato
il 19 marzo scorso; il giorno prima, un Boeing 727 dell'Onu
era invece decollato con destinazione Cipro e poi New York
con a bordo gli ispettori delle Nazioni Unite.
Nelle sale vuote c'erano sparuti gruppi di soldati armati,
mentre un'insegna pubblicitaria esaltava i comfort dell'Hotel
Rashid, il cui muro di cinta  stato danneggiato da un
missile americano nei giorni scorsi.
Lungo il tragitto del rientro, hanno incrociato centinaia
di abitanti intenti a lasciare la citt. Se ne andavano con
qualsiasi mezzo - carretti tirati da un cavallo, autobus, piccoli
camioncini, taxi, auto private - portando con s tutto il
necessario per sopravvivere: dal mobilio ai televisori, dai materassi
alle pentole ai cuscini. Destinazione: le campagne a
nord e a ovest della capitale.
Dopo questa visita guidata, il 3 sera, mi ritrovo al Palestine
dove Uday al-Tai mi conferma che alle 19,30 potr finalmente
incontrare Tareq Aziz, vice primo ministro, nei fatti
numero due di Saddam Hussein. "Verr lui qui" mi spiega.
"Tu tieniti pronta nella saletta degli ospiti e non dire niente
ai colleghi. E' un'esclusiva per il TG1." Solo pi tardi sapr di
essere stata l'ultima giornalista a intervistare uno degli uomini
pi potenti del regime.
Nel '91, da ministro degli Esteri, Aziz era stato la voce e
il volto del rais; poco pi di un anno fa lo davano per spacciato,
scalzato dai potenti figli del presidente, ma in realt 
ricomparso puntuale non appena hanno rullato i tamburi di
guerra. Resta per il regime un grande e raffinato diplomatico
da inviare nelle Cancellerie di tutto il mondo; un mese
prima del conflitto  stato ricevuto anche dal papa. E' un
uomo colto e poliglotta che non disdegna le seduzioni occidentali,
ama stare in societ e ha amici un po' ovunque, in
Russia, in Cina, in Francia, in Germania. Sa trattare con i
media e ogni tanto  persino capace di scherzare su qualche
eccesso del suo capo. Sessantasettenne, cristiano caldeo, tre
figli, giornalista di formazione,  curioso e ironico. Quando
arriva con un leggero ritardo passando da un'entrata secondaria,
non ha per tanta voglia di scherzare: dovevamo vederci
la sera precedente ma, come mi dir subito scusandosi,
ha dovuto rinviare l'intervista a causa di un incontro urgente
con il rais e i massimi vertici militari. Mi annuncia che -
contrariamente a ci che afferma "la propaganda americana"
- Saddam sta bene, ha il morale alto ed  nel pieno controllo
della situazione.
E come me lo ricordavo: capelli bianchi, basso di statura,
un paio di occhiali con una grossa montatura e le lenti
spesse su un volto teso, gli occhi cerchiati da profonde occhiaie.
Ovviamente indossa la divisa militare col baschetto
appoggiato sulla fronte. Nel complesso ha un'aria stanca e
preoccupata.
Il nostro colloquio di oltre mezz'ora, sotto i continui bombardamenti,
sar interrotto da un'improvvisa mancanza di
corrente: pensiamo si tratti di un problema dell'albergo,
visto che abbiamo acceso le luci molto potenti del set televisivo.
Pi tardi scopriamo che in realt da quel momento
Baghdad non avr pi elettricit. Evidentemente sono state
colpite le centrali elettriche.
La mia prima domanda non pu che riguardare l'aeroporto.
Tareq Aziz nega che gli americani siano arrivati l, alla
periferia di Baghdad, ma ammette che si trovano a una sessantina
di chilometri a sud della capitale, dove per, mi
spiega, si sta combattendo molto duramente. "Infliggiamo
agli americani pesanti perdite, li combattiamo aspramente
ovunque." E su Baghdad, insiste: "Rester imprendibile... 
una grande citt dove tutti sono armati e pronti alla difesa",
e minaccia: "Sar una battaglia lunga e cruenta". Conferma
che i kamikaze arabi sono migliaia, si trovano tra i combattenti
iracheni nell'esercito, e promette che li vedremo in
azione molto presto.
L'intervista prosegue anche durante il black-out, grazie
alla piccola luce a batteria posizionata sulla telecamera di Enrico.
Cerco di capire quanto quest'uomo, da decenni braccio
destro di un dittatore sanguinario, creda ancora fino in
fondo a quello che dice. Ma  difficilissimo scalfire il muro
impenetrabile che Tareq Aziz oppone ai suoi interlocutori.
Quando gli chiedo se si sente provato da queste settimane di
stress, ancora una volta mi risponde con la propaganda: "Gli
iracheni sono un popolo forte, pronto per una dura battaglia".
Il suo sguardo  sempre pi affaticato, anche un po'
sconsolato. Gli domando quali sono le possibilit per l'esercito
iracheno di sconfiggere la prima potenza militare del
mondo. Evade parzialmente la domanda, affermando che
comunque gli americani dovranno lasciare l'Iraq. "E allora il
Paese ricomincer una faticosa ricostruzione sotto la guida
illuminata di Saddam Hussein." Non c' niente da fare. Solo
con i suoi occhi riesce a comunicarmi paura. La paura di essere
davvero arrivato al capolinea. Sono sicura che  consapevole
della fine imminente del regime, al quale ha dedicato
tutto il suo talento, tutta la sua vita.
Il 24 aprile Tareq Aziz sar arrestato dagli americani.
Gi dalla sera della nostra visita guidata pomeridiana all'aeroporto,
il 3 aprile, gli iracheni non controllano pi la strada
che conduce all'aerostazione. Nessuno di noi ci pu andare,
ma un operatore televisivo di Baghdad riesce ad avvicinarsi
riprendendo immagini terrificanti, che mostrano decine di
morti e feriti, tra i soldati e i civili rimasti intrappolati negli
aspri combattimenti. Ormai sono coinvolte pienamente
anche le truppe speciali dei Fedaiyyn di Saddam. Li vediamo
stipati sugli autobus mentre si dirigono verso l'aeroporto.
Mahdi mi sussurra all'orecchio che la popolazione non
vede l'ora che arrivino gli americani. Mi assicura che nelle
case sono gi pronte le bandiere a stelle e strisce, da sventolare
appena entreranno in citt. Ma di militari statunitensi
a Baghdad non c' traccia, nonostante il duro assedio
dell'aeroporto. Gli americani dichiarano che il numero
complessivo dei soldati iracheni morti  di almeno un migliaio.
L'avanzata a terra viene appoggiata da continui attacchi
di aerei ed elicotteri. A notte fonda arriva la notizia
dello sfondamento: un embedded scrive che il Saddam International
Airport  stato invaso dalle forze della coalizione
con carri armati e blindati. Un reporter della televisione
americana A.B.C riferisce di avere trasmesso il suo servizio
dalla pista di atterraggio dell'aeroporto. Per averne il
controllo totale ci vorranno per ancora ventiquattr'ore.
Ma ormai sembra fatta. In citt l'atmosfera  quella di un
preludio alla tempesta, la calma  del tutto apparente. Ora
la paura non risparmia pi nessuno, e la gente se ne sta rinchiusa
nelle proprie case perch non sa che cosa l'aspetta
nelle prossime ore.
La presa dell'aeroporto  solo uno degli episodi del faccia a
faccia impari al quale da giorni assistiamo: la lotta tra una superpotenza
militare e un esercito che vedremo fuggire in
mutande davanti ai carri armati del nemico. L'incursione nel
quartiere di Yarmuk illustra bene questa straordinaria disparit
di forze. Tutto comincia all'alba del 5 aprile, con una colonna
di carri armati americani scortati da aerei ed elicotteri
da combattimento, che si apre un varco verso il cuore della
capitale in un blitz che dura tre ore. Si spinger fino a dieci
chilometri dal centro dopo combattimenti durissimi. Uno
dei giornalisti embedded dell'A.F.P scrive in un dispaccio che
gli iracheni, sia in abiti civili sia militari, sparavano ovunque,
dai tetti, dai ponti, dai negozi, dalle loro protezioni di sacchetti
di sabbia. Aggiunge anche: "Per non avevano nessuna
chance di resistere a lungo e poco tempo dopo ho visto
ai lati della strada solo corpi senza vita. Erano dappertutto.
Non posso dire quanti fossero, so solo che saranno immagini
che non riuscir a dimenticare mai pi ".
Il frastuono insopportabile di armi leggere e di pesanti
cannoneggiamenti ci raggiunge senza che riusciamo a capire
subito cosa sta accadendo. Ululano le sirene delle automobili
della polizia, delle ambulanze, dei vigili del fuoco; si sentono
ovunque spari di kalashnikov e di lanciarazzi. Alle troupe televisive
 severamente proibito uscire dall'albergo. Nayla, armata
del suo taccuino, riesce a raggiungere per prima la zona
occupata, e al suo ritorno ci conferma il racconto del collega
al seguito delle truppe statunitensi. E' lo scenario di un vero
e proprio campo di battaglia, con centinaia di morti e feriti
e decine di carri armati e veicoli militari iracheni distrutti. La
gente del posto parla di tre ore d'inferno, dopo le quali gli
americani si ritirano e indietreggiano verso l'aeroporto. Il
messaggio alla popolazione e al regime  chiaro: siamo qui e
andiamo dove vogliamo.
Luay  visibilmente provato. Abita proprio in quella zona
della citt e, ritornato al lavoro, mi racconta concitato della
terribile incursione: "Ci siamo svegliati per via dei colpi di
cannone, con la casa scossa dalla forza d'urto di esplosioni violentissime.
Mia moglie e i bambini erano spaventati a morte e
sono scappati in cantina perch l si sentivano pi sicuri". Solo
dopo essersi sintonizzato con la sua radio a onde corte sulla
BBC in lingua araba, ha capito che i primi blindati statunitensi
erano partiti alla conquista di Baghdad. "Se tu avessi visto la
potenza di fuoco degli americani... incredibile! Hanno sparato
ininterrottamente per tre ore, lasciando dietro di s terra
bruciata." Gli chiedo come si  comportato con i bambini.
"Hanno pianto tutto il tempo," racconta "avevano paura di
morire investiti da una grande palla di fuoco. E questa l'idea
che si sono fatti delle bombe: che provocano un botto e poi
un incendio in cui si muore arsi vivi. Ho cercato di tranquillizzarli,
ma  stato impossibile. Alla fine mia moglie ha dato
loro qualche goccia di Valium e stremati si sono addormentati."
A scorreria finita, Luay  uscito per vedere i carri armati
iracheni ancora in fiamme, i feriti e i morti tra la popolazione
civile, i soldati di Saddam che piangevano seduti sul marciapiede
del largo vialone che porta verso il cuore della capitale.
"Uno spettacolo straziante" commenta, mentre vede svanire
con sorprendente rapidit le ultime speranze che al suo torturato
Paese sia risparmiata una occupazione occidentale.
Dopo le consuete dirette con il TG1, decido di portare la
mia troupe su quest'ultimo fronte della guerra andando all'ospedale
di Yarmuk. Con i suoi oltre 990 letti  il pi grande
ospedale della capitale. Sorge sul ciglio di un vialone che
conduce al Saddam International Airport, a una quindicina
di chilometri di distanza.
Il pronto soccorso si trova subito dopo la sbarra dell'entrata.
Ci sono decine di barelle appoggiate contro il muro. Il
clima  teso, continuano ad arrivare macchine, furgoni e camioncini.
I feriti e i cadaveri che trasportano vengono condotti
all'interno dell'ospedale.
Noi evidentemente entriamo nel reparto sbagliato, perch
troviamo solo militari. Mi avvicino subito a uno di loro:
si chiama Abed,  seduto su una sedia e ha una gamba ferita.
Cerco di intervistarlo con l'aiuto di Luay, ha un'aria sconvolta.
Racconta di essere stato colpito durante la battaglia
dell'aeroporto e ci conferma che in quella zona i combattimenti
sono durissimi. Non fa nemmeno in tempo a finire la
frase che improvvisamente scoppia il finimondo, si sentono
urla e minacce. Alcuni militari si avvicinano e cominciano a
provocarci. A un certo punto uno estrae addirittura un coltello...
Allarmato, Luay mi dice che dobbiamo andarcene
perch quella gente non vuole avere testimoni, n vedere
alcun giornalista occidentale da quelle parti.
So per esperienza che queste situazioni sono estremamente
rischiose e si possono trasformare rapidamente in tragedie.
Abbandoniamo subito il reparto in cui siamo capitati
e andiamo alla ricerca dei medici; l'afflusso di feriti, per, 
incontenibile e il personale ha ben altro a cui pensare. Mentre
lasciamo l'ospedale, al cancello incontriamo alcuni rappresentanti
della Croce Rossa Internazionale che ci confermano
l'alto numero di morti e feriti. Il giorno dopo, quando
tenteremo di tornare all'ospedale di Yarmuk, non potremo
nemmeno avvicinarci. Tutta la struttura  stata dichiarata
zona militare.
Con la citt piombata nel buio, senza luce n acqua e le linee
telefoniche interrotte, l'atmosfera di assedio  tangibile. Sensazione
rafforzata dalla decisione delle autorit irachene di
decretare una sorta di coprifuoco dalle 18 alle 6, che vieta
agli abitanti di entrare o uscire dalla capitale. I combattimenti
si stanno inesorabilmente avvicinando, e il nostro albergo
rischia di trovarsi intrappolato nel campo di battaglia.
Le truppe di terra americane stanno infatti accerchiando la
citt da sud, da est e da ovest.
Come sempre, attingo le notizie sull'Iraq e sul resto del
mondo attraverso l'A.F.P, preziosissima fonte d'informazione
ventiquattr'ore su ventiquattro. La sera del 5 aprile, leggo
che dal comando centrale Usa nel Qatar il colonnello Frank
Thorp dichiara: "Le forze della coalizione hanno gi lasciato
l'aeroporto di Baghdad, pronte a ingaggiare la battaglia
quando lo riterremo opportuno". Commento con Jacques:
"Si stanno preparando all'assalto finale", quando sentiamo
una deflagrazione potentissima che fa vacillare tutto
l'albergo. Dal nostro balcone vediamo alzarsi nella zona sud
della citt un grande fungo di fumo nero. Il fotografo iracheno
Karim dice che  stata colpita la sede del Comitato
olimpico, guidato da Uday Saddam Hussein. L'edificio di
nove piani viene bersagliato ripetutamente dagli aerei americani
e da missili che ne danneggiano soprattutto i piani inferiori,
dove scoppia un violento incendio.
Karim, un uomo alto di bell'aspetto e dotato di grande
talento, lavora da anni per l'A.F.P e fa parte del sindacato dei
giornalisti iracheni, uno dei ventinove organismi controllati
da Uday. Conosce quindi il figlio degenere del rais, ma
ha sempre evitato di fare commenti su di lui. Adesso mi
racconta quello che negli anni le organizzazioni per i diritti
umani hanno sempre denunciato: Uday faceva imprigionare
e sottoporre a torture atroci gli atleti che non tornavano
vittoriosi dalle competizioni internazionali. Alcuni
sportivi iracheni ora in esilio e alcuni rapporti delle Nazioni
Unite hanno raccontato che nel sottosuolo del Comitato
olimpico si nascondono prigioni e camere di tortura: verranno
effettivamente ritrovate dopo la liberazione di Baghdad.
Hanno anche descritto le torture inflitte a un gruppo
di giovani campioni di atletica leggera, costretti a strisciare
sotto le percosse sul bitume bollente di una strada appena
asfaltata. Un altro gruppo di sportivi  stato semplicemente
scaraventato gi da un ponte. "Un pazzo squilibrato, un
criminale che andava rinchiuso in manicomio" borbotta
Karim, mentre se ne va con le sue tre macchine fotografiche
a tracolla per recarsi sul luogo del bombardamento.
Torno davanti al computer e leggo un dispaccio di un
altro collega embedded, al seguito della 3a divisione di fanteria,
che si trova ormai a sud di Baghdad. Parla di "massima
allerta per il rischio di un attacco chimico. Portiamo le tute
di protezione da quando siamo partiti dal Kuwait, ma da ieri
il comandante ha chiesto a ognuno di noi di tenere le maschere
antigas a portata di mano". Maschere che n io n Enrico
abbiamo. Mi dico ancora una volta che non servirebbero
a nulla. Non ci sarebbe il tempo di infilarsi tutto l'armamentario
e non ci sarebbero ospedali in grado di effettuare
la decontaminazione. E poi cosa farei? Lascerei morire
accanto a me Luay e Mahdi? E non ho sempre sostenuto di
non credere alla possibilit di un attacco biochimico? La
questione viene quindi archiviata rapidamente.
Scorro ancora le agenzie. Secondo il comando militare,
Bassora sarebbe caduta nelle mani degli inglesi. Dall'inizio
delle operazioni belliche questa  almeno la sesta volta che
lo dicono. La resistenza irachena  in realt pi dura del
previsto e le truppe paramilitari sono ancora in grado di
terrorizzare la popolazione. Negli aggiornamenti sull'avanzata
statunitense, apprendo che al Nord  stata praticamente
conquistata Mosul e al Sud sono sotto controllo Nasiriya,
Najaf, Karbala. Non c' stata l'auspicata ribellione della
popolazione contro il regime, nemmeno da parte degli
sciiti che si sono ben guardati dall'intervenire nella battaglia.
Un mese e mezzo fa mi sono recata nella citt santa di
Najaf, a 190 chilometri dalla capitale, in occasione di un
grande pellegrinaggio che attira ogni anno folle immense
di sciiti, anche dall'Iran. Quando sono arrivata si stava celebrando
un funerale: essere sepolti vicino al mausoleo di
Ali, genero del profeta Maometto,  il pi grande desiderio
di ogni buon fedele. All'ombra della splendida moschea
dalla grande cupola dorata, ho parlato con Ahmed, un pellegrino
poco pi che cinquantenne arrivato da Nasiriya,
che non ha dimenticato la tragedia di dodici anni fa,
quando gli sciiti imbracciarono le armi contro Saddam
Hussein. Gli ho chiesto se loro si ribelleranno di nuovo per
combattere a fianco degli americani. Lapidaria la sua risposta:
"Abbiamo imparato la lezione del '91. Questa volta ci
penseremo bene prima di impugnare le armi". L'insurrezione
contro i soldati iracheni in ritirata, dopo il cessate il
fuoco del 28 gennaio 1991, port i rivoltosi a controllare
in pochi giorni quindici delle diciotto province del Paese.
Nelle regioni meridionali a maggioranza sciita, la sommossa
si trasform in una spietata vendetta contro gli uomini
del partito Baath. Ma la sollevazione fin in carneficina:
nonostante gli Alleati li avessero incitati alla ribellione
contro il rais, convincendoli che li avrebbero sostenuti,
gli sciiti furono abbandonati a se stessi e alla brutale
repressione di Saddam Hussein. Nei fatti fu autorizzato dal
comando americano a ricorrere alla Guardia repubblicana,
agli elicotteri e all'artiglieria pesante. Quando andai subito
dopo il massacro nella seconda citt santa sciita, Karbala,
120 chilometri a sud di Baghdad, il quadro che mi si present
fu terribile. Sembrava fosse stata bombardata da
un'armata potente, che senza piet aveva raso al suolo tutto
ci che circondava la moschea di Hussein. Questo luogo
cos sacro era occupato da militari iracheni armati fino ai
denti, che vi bivaccavano come se si trovassero in una delle
loro putride caserme. Nella citt che aveva conosciuto orrore,
distruzione e morte, non s'incontrava anima viva, e le
poche persone con cui ero riuscita a parlare ripetevano
tutte lo stesso slogan del regime: non c'era stata nessuna repressione
di alcuna rivolta, erano stati gli iraniani che avevano
varcato il confine per venire a fomentare disordini in
quella parte dell'Iraq.
Alla luce degli insegnamenti del passato, si capisce dunque
che in questa fase gli sciiti non si schierino con gli americani,
n combattendo al loro fianco n tantomeno organizzando
un'altra ribellione contro il rais; stanno alla finestra e
aspettano di vedere che cosa succeder.
Dopo l'incursione di Yarmuk, i bombardamenti continuano
incessanti e ormai sempre pi vicini. Il fuoco di sbarramento
iracheno si intensifica anche nella zona dell'aeroporto, ormai
presidiato da migliaia di uomini delle truppe della coalizione.
Si parla di novemila soldati. Saddam Hussein, che
continua a mostrarsi in televisione con i figli e con i suoi fedelissimi,
invita il suo popolo a colpire il nemico ovunque si
trovi per alleggerire l'assedio, affermando che la citt pu
sopportare prove ben pi dure di quelle di questi giorni. E la
prima volta che dedica un suo messaggio alla difesa di Baghdad.
La popolazione intanto sembra vivere al rallentatore, i
negozi sono quasi tutti chiusi, il traffico automobilistico inesistente.
Alcuni fortunati che risiedono sulla riva orientale
del Tigri dispongono ora di luce e acqua a intermittenza
mentre, dall'altra parte del fiume, il quartiere dei palazzi presidenziali
e degli edifici del regime  al buio, e sembra parte
di una citt fantasma.
La maggioranza degli iracheni con cui parlo in queste ore
sembra aspettare la fine di una partita di cui non sono i protagonisti.
Ancora una volta assisto a una rassegnazione mista
a fatalismo. Gli appelli alla resistenza e alla battaglia ripetuti
dal rais vengono ascoltati dai partigiani pi fedeli al regime,
ma nulla suggerisce l'emergere di una resistenza nazionale attiva.
Dove sono i sette milioni di volontari delle milizie di al-Quds
che nei mesi scorsi marciavano fieri promettendo di
morire per Saddam Hussein?
Il cerchio si stringe e la linea del fronte  davanti a noi, nel
complesso presidenziale sulla riva occidentale del Tigri. All'alba
del 7 aprile, verso le sei della mattina, dal balcone della
stanza di Enrico vediamo i soldati iracheni prendere posizione.
Poco dopo compaiono due carri armati americani,
contro i quali si dirigono subito i colpi dell'artiglieria irachena.
Molti proiettili finiscono nelle acque del fiume, mentre
i due cingolati statunitensi arretrano leggermente quando
esplode davanti a loro un deposito di carburante. Si levano
alte le fiamme verso il cielo di Baghdad, quando sul palazzo
di Saddam Hussein sventola ancora la bandiera irachena.
Quando i soldati statunitensi scendono dai carri  il panico
tra i militari iracheni, che fuggono lungo la riva. Li vediamo
correre da una trincea all'altra. Alcuni si gettano nel fiume,
altri nella fretta non hanno fatto in tempo a vestirsi. Scappano
mezzi nudi, con addosso solo le mutande. Tutto attorno
infuria la battaglia, ci sono spari ovunque, in tutte le
direzioni. A un tratto due combattenti di Saddam si arrendono
al nemico: li vediamo, con le braccia alzate, dirigersi
verso i carri armati e sdraiarsi per terra. Poi si sente un primo
sparo, uno di loro si muove; dopo una quindicina di secondi
si sente un altro colpo. Il corpo del militare iracheno ha una
breve convulsione e poi non si muove pi : probabilmente 
stato ucciso.
Nel pomeriggio la battaglia si sposta qualche centinaio di
metri pi in l, attorno all'Hotel Rashid, dove si trovano
anche il ministero della Pianificazione, pi volte bombardato,
e il ministero dell'Informazione. E' in quella zona che
gruppi di combattenti iracheni continuano a tenere le posizioni;
gli americani con i loro blindati restano comunque
fino a tarda notte davanti ai palazzi di Saddam Hussein,
dopo aver fatto esplodere i mitici bunker nei sotterranei dell'enorme
tenuta presidenziale.
La tensione  altissima. I funzionari del ministero si aggirano
nervosi nella hall dell'albergo, intimando a tutti i giornalisti
di non muoversi dall'hotel, che si  trasformato definitivamente
in un'enorme pattumiera. Dall'inizio della guerra
tutti gli inservienti sono scomparsi nel nulla.
Come ho fatto altre volte, esco da sola dandomi appuntamento
non molto lontano dal Palestine con Salah, l'autista
di Jacques. Da li, attraversando uno dei ponti non presidiati,
riusciamo a passare. I militari iracheni, che si trovano a poche
centinaia di metri dagli americani, non ci fermano. Tutta la
zona  invasa dal fumo e dalle fiamme. Gli iracheni cercano
di proteggersi come possono, dietro parapetti, edifici o sacchi
di sabbia. Su un marciapiede giace riverso nel suo sangue
un miliziano, senza che nessuno abbia evidentemente avuto
la possibilit di portarlo via. Tre dei suoi commilitoni fanno
cenno alla nostra automobile di fare inversione e allontanarsi,
perch  troppo pericoloso. Ci avviciniamo alla stazione
delle corriere di al-Alawi, che  deserta. Da qui partono
gli autobus diretti a sud, verso Najaf e Bassora. Fino a
poche ore fa, centinaia di civili cercavano ancora di lasciare
la citt. Adesso vediamo solo camion militari che portano i
soldati verso destinazioni sconosciute.
Quando rientriamo, scopriamo che gli americani hanno
occupato alcuni palazzi di Saddam Hussein e che i marine
che si stanno dirigendo verso Baghdad sono stati autorizzati
a togliersi le tute di protezione contro le armi chimiche: i
loro superiori escludono una seria minaccia in questo senso.
In una giornata come questa, il ministro dell'Informazione
al-Sahhaf  ancora capace di sostenere che non c' alcun soldato
americano nella capitale, mentre sui computer dell'Agence
France-Presse arrivano le corrispondenze dei giornalisti
al seguito delle truppe americane. Luke Hunt descrive i
palazzi di Saddam Hussein occupati: il lusso dell'interno di
questi edifici fa a pugni con la realt quotidiana dell'iracheno
medio, fatta di fame e miseria. Il dipartimento americano
della Difesa conferma che la 3a divisione di fanteria ha
preso possesso dei palazzi di Saddam Hussein a Baghdad.
Avevo visitato una di queste residenze nel dicembre scorso,
al seguito degli ispettori dell'Onu. Fu la prima e unica ispezione
condotta in uno dei palazzi del rais. La collaborazione
del regime in quella circostanza era stata particolarmente apprezzata,
dal momento che il rifiuto iracheno di autorizzare
le ispezioni negli alloggi presidenziali era stato uno dei motivi
per i quali nel '98 gli esperti avevano dovuto lasciare l'Iraq.
Del palazzo di al-Sayud avevamo potuto visitare solo
l'ala destinata a ospitare capi di Stato e dignitari in visita.
Abbastanza per apprezzarne lo splendore: sale enormi arredate
con mobili pregiati, marmi italiani preziosissimi e tappeti
persiani di straordinaria bellezza.
In albergo cerco Enrico, che per  appena uscito con la sua
telecamera, perch un altro violentissimo bombardamento
ha avuto luogo su al-Mansur. Sul quartiere residenziale sono
stati sganciati quattro potenti ordigni antibunker. E' l'ennesima
strage di civili: I morti, 9 dei quali appartenenti alla
stessa famiglia. L'esplosione distrugge quattro case, e produce
un cratere largo 15 metri e profondo 8. Nelle immagini
di Enrico vedo ancora una volta la disperazione e la rabbia
dei parenti, che sotto le macerie fumanti sperano di trovare i
loro cari ancora in vita. Su indicazione dei loro servizi segreti,
gli americani pensavano che il rais si trovasse in riunione
con i figli Uday e Qusay in una villetta dietro al-Saha,
un ristorante in cui anche noi abbiamo spesso pranzato e la
cui specialit  carne alla griglia mista allo hummus. Di Saddam
per non c' traccia.
Quasi a farsi beffa del nemico, lo vediamo invece passare
alla televisione davanti a quello stesso ristorante e passeggiare
in quella zona della citt. Un Saddam Hussein in versione
inedita, che in segno di sfida fa addirittura un tour a
bordo di una piccola utilitaria nei quartieri centrali di Baghdad.
Uno dei fotografi dell'A.F.P lo ha addirittura visto in
carne e ossa, ma non ha potuto avvicinarsi. Le immagini televisive
ci mostrano un rais raggiante, sicuro di s, circondato
da poche guardie del corpo e dal suo segretario personale,
il fedelissimo Abed Hamid Mahmud. Molta gente lo
osanna e urla come sempre: "Saddam, con il nostro sangue e
la nostra anima ci sacrificheremo per te". Poi la folla in tripudio
grida: "Bush, Bush, ascoltaci bene! Noi tutti amiamo
Saddam Hussein!". Vediamo in successione il rais salire su
un'automobile per sovrastare la folla, salutare i suoi concittadini
e sorridere tranquillo, prendere in braccio un bambino
e baciarlo. Tutto questo mentre a poche centinaia di metri di
distanza stazionano gi le truppe americane, che hanno occupato
i suoi pi bei palazzi. Ci chiediamo se questo colpo
di propaganda non sia indirizzato pi all'esterno che all'interno
del Paese, visto che a Baghdad e nel resto dell'Iraq non
c' pi elettricit, e solo chi dispone di un generatore di corrente
pu guardare la televisione. Anche queste immagini faranno
il giro del mondo.
Durante la passeggiata di Saddam  chiaramente riconoscibile
il quartiere di al-Mansur, e sullo sfondo si vedono
non solo le trincee di petrolio in fumo, ma anche alle spalle
del rais il ristorante al-Saha. Il leader iracheno  talmente ossessionato
dalla propria sicurezza personale che solo pochissime
persone sono informate dei suoi movimenti. Mantiene
in funzione decine di residenze, e pare che utilizzi anche dei
sosia per confondere la gente, soprattutto per evitare di essere
vittima di un attentato da parte dei suoi oppositori, sia
in Iraq sia all'estero. Un dissidente in esilio ha raccontato che
solo due persone sanno sempre dove si trovi: il secondogenito
Qusay, responsabile della Guardia repubblicana e capo
dei servizi di sicurezza del presidente, e il suo segretario privato,
Mahmud, membro del clan di Tikrit. Nemmeno il primogenito
Uday pare essere al corrente dei movimenti del
padre, che lo considera troppo inaffidabile.
Sar lui o una sua controfigura? Mentre inserisco rapidamente
la notizia che sar ovviamente l'apertura del giornale
delle 20,  quello che ci chiediamo. Ma  ormai solo una
nota a pie di pagina, poich  chiaro a tutti che il regime ha
le ore contate.
...
Capitolo 20.
HOTEL PALESTINE.
CAPISCO CHE STIAMO ASSISTENDO agli ultimi
sussulti della battaglia di Baghdad quando, all'alba
dell'8 aprile, si apre davanti ai miei occhi un balletto
mortale nel cielo della citt. Mentre mi sposto dal balcone di
Enrico a quello dell'A.F.P, non so ancora che quella giornata
avr esiti tragici per la comunit dei giornalisti. Ma sento
crescere in me un immenso desiderio di vedere la fine di
questa sanguinosa avventura.
I combattimenti riprendono alle sei del mattino sulla riva
occidentale del fiume. Il complesso presidenziale risuona
degli scambi di armi automatiche e dei colpi pi sordi dei
cannoni e dei mortai. Gli edifici sono avvolti in nubi di
fumo, mentre alcuni soldati iracheni risalgono la riva del
Tigri. Non sappiamo se si tratta di un loro disperato contrattacco
per cercare di ricacciare indietro l'esercito americano
penetrato il giorno prima nella recinzione presidenziale,
o se siamo di fronte a una nuova avanzata dei tank Usa
all'interno del complesso per ultimarne la conquista.
Quel che  certo  che gli americani questa mattina non
vanno per il sottile. Anche loro vogliono farla finita il pi
presto possibile. All'orizzonte, carico della polvere dei combattimenti,
appare uno strano velivolo che procede a una
quota molto bassa. Non ne so niente di aeroplani e intorno
a me si apre un dibattito tra esperti: "E' un aereo senza pilota"
dicono alcuni; "No,  un A-10" chiariscono altri. La
risposta viene dal cielo. In un fragore di tuono, l'apparecchio
piomba sul grande edificio del ministero della Pianificazione,
che sbarra l'entrata nord del complesso presidenziale,
e apre il fuoco. Il suo cannone a tiro rapido, dotato di
munizioni in grado di perforare le blindature pi resistenti,
trasforma la facciata del ministero in un colabrodo. Dai
piani colpiti si levano le fiamme e dalle finestre fuoriescono
colonne di fumo nero. L'A-10 riprende rapidamente quota
volteggiando per evitare la contraerea. Il velivolo far diversi
passaggi in un rombo assordante, lasciando dietro di s rovine
fumanti e nessuna chance di sopravvivenza a chiunque
abbia avuto la malaugurata idea di nascondersi in quegli
edifici.
Ma il cielo sta per riservare anche ai giornalisti una prima,
brutta sorpresa. Poco dopo il passaggio dell'A-10, mentre la
battaglia a terra continua con intensit, un caccia americano
volteggia a bassa quota sopra il Tigri. Dal balcone dell'A.F.P
non ho alcuna difficolt a seguire le sue manovre. Sempre secondo
i miei esperti colleghi, si tratta di un F-15. Dopo una
virata, torna verso di noi con una sorta di grazia inquietante:
la bellezza delle sue evoluzioni fa quasi dimenticare che si
tratta di una macchina di morte. Ma il suo pilota ce lo ricorda
subito, lanciando due missili proprio davanti a noi.
Non so chi abbia gridato per primo. Forse uno dei fotografi,
che seguono con il teleobiettivo tutto ci che accade
sulla riva opposta. O forse Ezz, che conosce bene la topografia
dei luoghi. "Hanno colpito al-Jazeera!" Quando il fumo
dell'esplosione comincia a dissiparsi, vediamo distintamente
la sagoma della costruzione occupata dalla televisione araba
pi famosa del mondo, che vi ha installato i propri uffici proprio
come l'emittente di Abu Dhabi. Al-Jazeera  la bestia
nera degli americani. Ha usato le loro stesse armi fornendo
ventiquattr'ore su ventiquattro un'informazione alternativa o
complementare a quella di canali come la CNN e la Fox, che
sono diventati la cassa di risonanza della posizione ufficiale
dell'amministrazione americana. Al-Jazeera offre una visione
araba degli avvenimenti e ha un impatto enorme nei Paesi
della regione. Gi nel 2001, gli Stati Uniti avevano lanciato
un missile da crociera sui suoi uffici di Kabul. Basandosi su
questi fatti,  facile alimentare la tesi del complotto contro
una voce indipendente che racconta le guerre americane da
un altro punto di vista, e molti commentatori del mondo
arabo lo faranno senza remore. Conoscevo gli edifici che
ospitavano al-Jazeera e Abu Dhabi Tv, e so che ostentavano
due enormi striscioni sui quali persino un pilota cieco poteva
leggere il nome delle due emittenti scritto in inglese.
Sono le 7,45 del mattino a Baghdad e, come sapremo pi
tardi, in quel bombardamento  morto uno dei nostri colleghi,
Tareq Ayub. Zuheir, un cameraman iracheno che era
con lui,  rimasto ferito. Erano sul tetto dell'ufficio e stavano
filmando le scene di guerra intorno a loro quando il missile
 esploso. "L'aereo volava cos basso che abbiamo pensato
che ci sarebbe finito addosso" ci racconter alcuni giorni
dopo Maher Abdullah, un collega di Tareq. "Abbiamo sentito
il missile. Ci ha preso in pieno. Ha colpito il nostro generatore.
Tareq  morto sul colpo." I responsabili di al-Jazeera
dichiareranno poi di aver fornito da tempo al Pentagono
le coordinate dei loro uffici. Il giorno prima della tragedia
un portavoce del comando statunitense in Qatar, un
arabo americano di nome Nabil Khuri, si era presentato
negli uffici della televisione per rassicurarli che era stata
presa ogni precauzione al fine di evitare incidenti.
Tareq Ayub era un giordano di origine palestinese. Aveva
poco pi di trent'anni, una moglie di ventinove e una bimba
di quattordici mesi. La moglie Dima, affranta ma anche furibonda
con gli americani, dedicher la morte del marito alla
causa palestinese, e aggiunger: "Che Dio faccia della morte
di Tareq una maledizione per tutti coloro che aiutano gli
americani, gli ebrei e gli inglesi nel colpire la nostra gente in
Iraq e in Palestina".
Nell'ufficio dell'A.F.P regna ovviamente la tristezza. Viviamo
gomito a gomito con la morte da settimane, ma non
mi sono ancora indurita abbastanza da rimanere insensibile
di fronte ai terribili costi umani di questa guerra. Per me i bilanci
dei morti e dei feriti sono qualcosa di pi di un macabro
computo. So che dietro a quelle cifre si cela una sofferenza
irreparabile. Un fortissimo sentimento di impotenza,
di abbandono e di ingiustizia. La morte di un collega ci fa
sentire pi vicini all'orrore. E' stato ucciso qualcuno della famiglia,
e all'improvviso capisco il desiderio di vendetta che
pervade coloro che nella violenza perdono una persona cara.
La citt  in preda al panico. Centinaia di uomini, donne
e bambini fuggono verso est, l'unica direzione che sembra
offrire ancora un po' di sicurezza. Stipati nelle auto, nelle camionette,
nei minibus, gli abitanti della capitale cercano di
raggiungere l'autostrada che conduce verso la provincia di
Diyala. Portano con s quel che possono: materassi, utensili
da cucina e cibo. Si lasciano alle spalle le ultime speranze.
Il ministro dell'Informazione al-Sahhaf fa una breve apparizione
al Palestine: l'ultima, per dire le sue ultime menzogne.
"Gli americani dovranno arrendersi o saranno bruciati
vivi nei loro carri armati. Sono certo che quei farabutti non
vinceranno."
Nel frattempo, nei cieli di Baghdad prosegue la battaglia:
due elicotteri Apache sorvolano per la prima volta la citt e
aprono il fuoco su obiettivi che non riusciamo a distinguere,
nella zona sud-orientale. Sulla riva occidentale del fiume,
tuttavia, l'intensit dei combattimenti si attenua e, come per
confermare la supremazia delle truppe americane, due carri
armati Abrams avanzano sul ponte al-Jumhuriyya, che vediamo
distintamente sulla nostra destra, a poco pi di un
chilometro di distanza. I mezzi corazzati cominciano a sparare
verso la riva orientale e colpiscono un alto edificio che
ospita un centro di telecomunicazioni.
Ci chiediamo quali intenzioni abbiano: attraversare il
ponte? Controllarne l'accesso? Mantenere semplicemente le
posizioni in attesa dell'arrivo dei rinforzi, che avanzano verso
di loro dal settore orientale dove ci troviamo noi? Io propendo
per questa ipotesi. E' la pi probabile. Dai giornalisti
che accompagnano le diverse unit abbiamo appreso che l'esercito,
i cui carri sono in posizione sulla riva occidentale del
Tigri,  stato pi veloce dei marine, che sono a malapena penetrati
nella periferia di Baghdad, lungo la riva est del fiume.
I carri armati della 3a divisione dovranno dunque pazientare.
Ma noi avremmo preferito che andassero ad aspettare altrove.
Mentre ci interroghiamo su tempi e fattibilit di questa
operazione, sentiamo un'esplosione violentissima che fa tremare
tutto l'albergo. Dico subito: "Stavolta hanno colpito
molto vicino a noi". In queste settimane siamo stati testimoni
di deflagrazioni sempre pi potenti.
Usciti nel corridoio del quindicesimo piano, capiamo subito
che  successo qualcosa di gravissimo: urla, panico, giornalisti,
alcuni imbrattati di sangue, che corrono terrorizzati in
tutte le direzioni, finch una voce grida: "Hanno colpito la
suite della Reuters! E' l,  l che hanno bombardato l'albergo!".
Gli uffici dell'A.F.P si trovano a cinque stanze da quelle
dei colleghi dell'agenzia britannica, verso le quali mi precipito
quando vedo uscire, insanguinata sul volto e sulle mani,
Samia Nahul, di origine libanese, con la quale siamo diventati
amici. Per fortuna riesce a camminare sulle sue gambe. L'accompagno
verso l'ascensore, preceduta da un fotografo iracheno,
Faleh Kheiber, anch'egli ferito alla testa. Scendono e
cercano di raggiungere un ospedale. Poi entro nella suite della
Reuters insieme a Jacques e a Patrick Baz. Lo spettacolo  agghiacciante:
tutto  per aria, pieno di vetri e schegge, telecamere
spaccate, schizzi di sangue ovunque. L'esplosione  stata
cos violenta che entrambi i balconi sono semidistrutti.
Sdraiato in mezzo a un lago di sangue, tra la parete e il letto,
riconosco Paul Pasquale, il giovane tecnico addetto alle trasmissioni
satellitari. E' lui che da settimane mi manda in onda
pi volte al giorno. Riesce solo a dire: "Fammi uscire di qui,
fammi uscire di qui!". Chiamo Jacques, mentre altri due colleghi
stanno soccorrendo un telecineoperatore: ha il petto e il
ventre squarciati. E' ancora vivo, ma le sue condizioni appaiono
disperate. Si chiama Taras Protsyuk, ucraino, trentacinque
anni, lavora negli uffici della Reuters a Varsavia.
Nel terrore e nella disperazione generale continuano ad
accorrere verso il quindicesimo piano altri giornalisti che,
spaventati e disorientati, contribuiscono solo ad aumentare
la confusione. A un tratto Jacques, con tono imperioso, caccia
tutti dalla suite e insieme a Patrick stende Paul sul letto,
lo avvolge in un lenzuolo e lo porta verso l'ascensore, che
anche in questa circostanza  di una lentezza intollerabile.
Paul  ferito al volto e, sembra piuttosto seriamente, alla
gamba. E' comunque ancora cosciente.
L'ascensore si ferma al quattordicesimo piano, e l ci si
presenta una scena ancora pi agghiacciante: adagiato su
una coperta, un altro operatore con la gamba sinistra quasi
amputata e la mascella cos devastata dalle schegge da essere
completamente fuori asse rispetto al volto. Dopo scopriremo
che si tratta dello spagnolo Jos Couso, cameraman di
Tele Cinco.
I feriti vengono portati subito in ospedale, ma per Taras
non ci sar niente da fare: morir durante il trasporto. Paul
verr operato da due medici iracheni e da un medico francese,
e solo verso sera sapremo che  fuori pericolo. Perder
comunque un occhio. Samia sar sottoposta a un intervento
chirurgico alla testa, perch ha una scheggia vicino al cervello.
Per entrambi abbiamo tentato invano di organizzare
un trasporto dall'altra parte del fiume, affinch gli americani
potessero portarli con un elicottero in un luogo pi sicuro e
pi attrezzato. Gli ospedali di Baghdad sono sovraffollati di
feriti, sia civili sia militari. Per due volte l'ambulanza della
Croce Rossa Internazionale ha tentato di trasportarli verso la
riva occidentale, ma  stata bersagliata da colpi di arma da
fuoco ed  stata costretta al rientro alla sede centrale.
Nella concitazione cerco di tranquillizzare due giornaliste
disperate, una greca e una sudcoreana, che continuano a urlare:
"Moriremo tutti, moriremo tutti!". Anch'io, per la prima
volta, ho forse davvero paura. Ma mi  chiaro che va evitato a
tutti i costi il panico.
Jacques torna al quindicesimo piano tutto insanguinato.
Ha l'aria stravolta, ma come sempre sembra essere nel pieno
controllo di emozioni e paure, soprattutto dei suoi gesti. Si
dirige subito nel suo ufficio e chiama il quartier generale dell'Agence
France-Presse, mentre Ezz ha gi inviato il dispaccio
"urgente" sull'attacco americano all'Hotel Palestine. Io
chiamo subito il caporedattore degli esteri, Alberto Romagnoli,
e il direttore Clemente Mimun, per rassicurarli. Poi
cerco di raggiungere qualcuno della mia famiglia. Per fortuna
rintraccio rapidamente mia sorella Micki al cellulare,
sollevata nell'apprendere che a noi non  successo fortunatamente
nulla. Infine, comincia la prima di una lunga serie di
dirette della giornata, quella con "Uno Mattina".
Per il momento abbiamo una sola certezza: che uno dei
due Abrams americani posizionati sul ponte al-Jumhuriyya
ha sparato una cannonata contro il nostro albergo. Rapidamente,
per, i contorni di questo drammatico episodio si
fanno pi chiari: nell'ufficio dell'A.F.P arriva il cameraman di
Fr3, la terza rete pubblica francese, che dice di aver registrato
tutto ci che  successo minuto per minuto. Guardiamo le
sue immagini che in effetti sono impressionanti. Si vedono i
due tank sul ponte, si sentono sparatorie provenire dall'altra
parte del fiume e poi d'un tratto un silenzio di tomba: il
carro armato americano dirige lentamente il cannone verso
l'Hotel Palestine, prende la mira e poi altri due minuti di silenzio
totale. Infine lo sparo.
Le vittime saranno due. Oltre a Taras Protsyuk, anche
Jos Couso morir per le gravissime ferite riportate. Nelle ultime
settimane, Jos era diventato amico del collega Ferdinando
Pellegrini, del giornale radio Rai: hanno condiviso
non solo la stessa stanza, ma anche le stesse incertezze e gli
stessi timori. Ferdinando  sotto shock. Qualche istante prima
del bombardamento, era uscito per andare a prepararsi un
t. Pochi secondi dopo, la violenta deflagrazione. Tornato
nella stanza ha trovato l'amico straziato dall'esplosione.
Come mi dir pi tardi, aveva capito subito che non ce l'avrebbe
fatta.
Nel volgere di qualche minuto, la notizia che l'albergo dei
giornalisti a Baghdad  stato colpito dagli americani fa il giro
del mondo. Da parte loro, i militari statunitensi cominciano
a inanellare una serie di dichiarazioni arroganti e contraddittorie
che non faranno che aggravare la loro posizione. Dal
comando centrale americano di Doha, nel Qatar, dichiarano
di essere stati colpiti da fuoco nemico proveniente dall'Hotel
Palestine. Peccato per che nessuno di noi abbia mai visto
n sentito sparare franchi tiratori: nulla fa pensare che dall'albergo
siano partiti colpi diretti verso le forze americane
di stanza sul ponte al-Jumhuriyya. Da Washington, interviene
il generale Stanley McChrystal, vicedirettore delle operazioni
congiunte: "Siamo in guerra, le nostre forze sono
state colpite da fuoco nemico, hanno semplicemente esercitato
il loro diritto all'autodifesa". La portavoce del Pentagono
Victoria Clark ricorda di aver ripetutamente sconsigliato
ai giornalisti di restare a Baghdad. "Abbiamo sempre
detto che Baghdad non  un posto sicuro, voi non dovreste
essere l." Per tutto il giorno gli americani continueranno a
dire che i tank avevano avvistato sui balconi del Palestine dei
cecchini muniti di fucili a cannocchiale.
In realt, se fossero vere le spiegazioni di Washington, i
tank americani avrebbero dovuto sparare su decine di bersagli
al Palestine, dal momento che tutti ci trovavamo sui balconi
quella mattina, con macchine fotografiche e telecamere
munite di teleobiettivi. In quest'ottica, tutti avremmo potuto
essere franchi tiratori con armi ad alta precisione. Da
Londra, il direttore editoriale della Reuters, Geert Linnebank,
emette un duro comunicato: "Questo incidente solleva
seri interrogativi sulla capacit di giudicare un pericolo
reale da parte delle truppe americane che stanno avanzando
verso la capitale irachena: gli americani sanno da sempre che
questo albergo  la base principale per la maggior parte dei
giornalisti stranieri a Baghdad". Il Pentagono, pur definendo
"tragica" la morte dei giornalisti addossa la responsabilit al
regime iracheno, e in una nota afferma: "Noi non abbiamo
preso di mira i giornalisti ma, come stiamo vedendo ormai
da molti giorni, il regime iracheno mette in pericolo la vita
dei civili. Baghdad resta un posto molto pericoloso".
Da Bruxelles, la Federazione internazionale dei giornalisti
parla di "crimine di guerra": "Il bombardamento dell'hotel
in cui risiedono i giornalisti e la presa di mira di media arabi
costituisce un fatto particolarmente scioccante per una guerra
lanciata in nome della democrazia. I responsabili dovranno
rendere conto davanti alla giustizia". L'organizzazione a difesa
della stampa, "Reporter senza frontiere", si dice atterrita
e indignata, ricordando che in venti giorni di guerra sono
morti dodici giornalisti. E scrive una lettera al segretario
americano alla Difesa, Donald Rumsfeld, per protestare
contro quello che appare come un atto deliberato dell'esercito
americano. Da parte sua, la Federazione nazionale della
stampa a Roma chiede al capo del governo Silvio Berlusconi
di intervenire a Washington e Londra per fare cessare immediatamente
i bombardamenti di luoghi in cui si trovano gli
inviati della stampa internazionale.
I giornalisti che incrocio in albergo sono prostrati. E infuriati.
Sotto la tenda che ospita, sul tetto del Palestine, le
attrezzature di trasmissione della Reuters, Ahmad Bahado,
un amico di Taras Protsyuk, piange. Pulisce con fazzolettini
di carta il sangue che macchia la telecamera impugnata
da Taras. Le lacrime gli scorrono sulle guance e il dolore lo
ammutolisce. Un collega del cameraman sbatte il casco
contro la parete dell'ascensore: "Quand' che gli americani
la smetteranno di fare cazzate?" chiede, bianco dalla rabbia.
"Anche se c'era un franco tiratore, dovevano colpire un intero
edificio pieno di giornalisti?" mi dice Thomas Alcoverro,
trentacinque anni di mestiere, inviato speciale del
quotidiano catalano "La Vanguardia". Roger Auque commenta
furioso: "Gli americani sono indisciplinati e i giornalisti
vengono assimilati a combattenti. Ci sparano addosso
come se fossimo conigli".
Anche durante il mio collegamento con "La vita in diretta",
un ospite presentato come esperto militare continua a
sostenere la tesi del franco tiratore. Un'analoga versione
viene riproposta a notte fonda, quando sono in onda con
"Porta a Porta". Bruno Vespa apre la trasmissione spiegando
che "ci occupiamo della morte dei colleghi, perch i giornalisti
sono dei testimoni e allora bisogna capire se sono morti
per caso o se qualcuno, magari con eccessiva disinvoltura, ha
mirato a quell'albergo proprio per colpirli". In studio il dibattito
si fa subito molto acceso tra il generale Luigi Ramponi,
esponente di Alleanza Nazionale, l'ex ambasciatore
americano Reginald Bartholomew e l'onorevole Alfonso Pecoraro
Scanio dei Verdi. Io tento per l'ennesima volta di raccontare
con dovizia di dettagli l'accaduto, Bruno mostra pi
volte le eloquenti immagini di Fr3. Sottolineo che i giornalisti
sono neutrali rispetto alla battaglia, e non possono essere
considerati una delle parti in conflitto. Cerco di mantenere
la calma in un clima surriscaldato. Interviene il generale
Mario Arpino: con la sua competenza e la sua calma  il
primo a ipotizzare un errore: "E' stato un tiro consapevole, il
carrista ha sparato perch ha creduto di aver visto qualcosa".
Spiega che il tank ha bombardato con il colpo che era in
canna, per fortuna un colpo "perforante" e non "esplodente":
meno male, altrimenti ci sarebbe stata una deflagrazione
molto pi potente. Il deputato verde rammenta che
l'hotel non era un campo di battaglia. "Il Pentagono dovrebbe
scusarsi e ammettere che ha fatto un tragico errore"
afferma concitato. Bartholomew conviene che sarebbe stato
pi saggio riconoscere subito lo sbaglio. Purtroppo il dipartimento
della Difesa, in un'ennesima goffa dichiarazione
giunta in serata e pi tardi smentita, precisa che i franchi tiratori
erano all'entrata dell'albergo, che per si trova esattamente
dalla parte opposta, sia rispetto ai carri armati sul
ponte che alla suite della Reuters. Viene presa in considerazione
anche la possibilit che nessuno abbia avvertito i carristi
dell'esatta ubicazione dell'hotel, e che comunque abbiano
scambiato le telecamere per un'arma da fuoco.
Alle due e un quarto di notte torno avvilita ed esausta negli
uffici dell'A.F.P. Tutti i colleghi sono ancora svegli, e a tenere
banco naturalmente  ancora l'attacco al Palestine, e in particolare
"l'insopportabile arroganza" degli americani. Nel
frattempo, arriva la notizia che camion carichi di soldati iracheni
e di volontari arabi vengono trasportati verso la linea
del fronte, che ormai  sempre pi pericolosamente vicina a
noi. Ci chiediamo se questo sia l'inizio di un lungo assedio
della capitale, e se non sia il caso di pensare a un luogo sicuro
dove rifugiarci qualora la situazione precipiti nel caos, nella
guerra civile e nei combattimenti casa per casa. Vengono
prese in considerazione l'ambasciata italiana, che per 
troppo lontana, e quindi richiederebbe un percorso troppo
pericoloso, e l'ambasciata di Francia che si trova a pochi
metri dal nostro albergo ed  difesa da dieci uomini delle
forze speciali francesi.
Quando finalmente decidiamo di andare a dormire,
uscendo dagli uffici dell'A.F.P guardo ancora una volta verso
la suite della Reuters. Le porte sono chiuse. Mi torna in
mente il volto straziato di Ahmad, il suo pianto silenzioso
sulla mia spalla.
Improvvisamente mi prende un nodo alla gola. Per la
prima volta in questa lunga terribile giornata vorrei piangere,
ma non ci riesco. Ho paura di lasciarmi andare, di perdere
il controllo. Nessuno se lo pu permettere in questo
momento. "I nostri amici sono morti, non ci sono pi " dico
rivolta a Jacques. Mi guarda con gli occhi verdi arrossati
dalla stanchezza, mi abbraccia e mi dice: "Vieni, andiamo a
dormire". Ma non riesco a liberarmi dal pensiero che, in
fondo, sarebbe potuto accadere a ognuno di noi.
Alla fine di maggio il Comitato per la protezione dei giornalisti
(CPJ) pubblica i risultati dell'inchiesta che ha condotto
sull'incidente. Ne risulta che le autorit americane hanno
avuto difficolt a mettersi d'accordo su cosa dovevano dire
per spiegare l'accaduto.
Inizialmente, hanno dichiarato che i carri Abrams erano
stati prescelti come bersaglio da tiratori installati nella lobby
dell'hotel, poi appostati nell'hotel o nelle sue vicinanze, e infine
che una vedetta nascosta dirigeva il tiro contro i carri armati.
Decine di giornalisti hanno testimoniato che dal Palestine
non era partito alcun colpo, e la teoria della vedetta
non  convincente:  risaputo che i giornalisti erano appostati
in gran numero sui balconi. Non  dunque una vedetta
quella che i carristi americani hanno creduto di individuare
attraverso i loro potenti binocoli, ma decine di sagome armate
di telecamere e di teleobiettivi.
"Non ci sono prove che corroborino la posizione ufficiale
americana, secondo la quale le truppe americane hanno risposto
a spari ostili provenienti dall'hotel" sottolinea il rapporto
del CPJ.
I soldati americani direttamente coinvolti nell'attacco all'hotel
hanno anche spiegato che non sapevano che il Palestine
fosse pieno di giornalisti. Di fronte a quello che sembra
un argomento insostenibile, i vertici militari di Washington
hanno assicurato che quell'informazione non era stata largamente
diffusa lungo la catena di comando, cio dallo stato
maggiore fino alle truppe sul campo. I soldati hanno anche
lasciato intendere di aver avuto difficolt a localizzare il Palestine.
Anche qui, si fa fatica a credere a quanto affermano,
visto che in quella zona, perfettamente visibile dal luogo in
cui si trovavano i carri, ci sono solo due edifici di una certa
altezza e i nomi degli hotel campeggiano sulla loro cima.
Anche le spiegazioni di Philip Wolford, il comandante
del carro che ha sparato, sono state piuttosto nebulose. Inizialmente,
ha affermato che il suo carro era stato colpito da
razzi e missili e che lui aveva immediatamente risposto al
fuoco. Poi ha dichiarato di aver cercato di localizzare la famosa
vedetta. Infine, il sergente Gibson, che ha sparato il
colpo, ha affermato di aver atteso dieci minuti prima che il
comandante rispondesse alla sua richiesta di autorizzazione a
colpire l'hotel.
Come sottolinea il CPJ, questo incidente richiede "un'inchiesta
completa e pubblica". Ma non dobbiamo farci
troppe illusioni. Qualcuno da qualche parte ha qualcosa da
nascondere. E l'inchiesta interna del Pentagono, resa pubblica
a met agosto, non da alcun contributo alla ricerca
della verit. Peggio, ripete la linea ufficiale dei franchi tiratori
e dei carristi che non sapevano di sparare sull'albergo
dei giornalisti.
Per quanto mi riguarda, propendo per una spiegazione
pi semplice. L'esercito americano  una formidabile macchina
da guerra, dotata di una potenza di fuoco senza pari. E
tuttavia formato per lo pi da adolescenti cresciuti troppo in
fretta che non sembrano aver ancora imparato a controllare i
potenti mezzi messi a loro disposizione. E forse sanno anche
che verranno assolti da una societ accecata dalla paura, disposta
a molte concessioni non appena viene identificato un
ipotetico rischio. La paura  una cattiva consigliera, dice il
proverbio. E questo  tanto pi vero per un esercito. E per
una nazione.
...
Capitolo 21.
LA CADUTA DI BAGHDAD.
E BELLO COME UN ATTORE di Top Gun. Alto,
biondo, occhi azzurri, capelli quasi completamente
rasati sul volto abbronzato segnato da ventidue giorni
di cavalcata nel deserto. Un sorriso gentile e accattivante per
comunicare una determinazione implacabile. Quando alle
16,40 del 9 aprile mi trovo di fronte al tenente colonnello
Brian McCoy, appena uscito dalla botola del suo carro armato,
so di avere davanti colui che sar ricordato nei libri di
storia come il simbolo dell'avanzata finale dell'armata americana
nel cuore di Baghdad.
Li abbiamo cercati tanto e ora, dopo aver attraversato
piazza del Paradiso, sono qui davanti al nostro albergo: gli
yankee che per la prima volta nella Storia si impadroniscono
di una capitale araba. Erano andati in Libano, a Beirut, ma
la forza internazionale dispiegata nella citt nel 1982 aveva
lo scopo di interporsi fra israeliani e palestinesi, non di occupare
il Paese, che lascer peraltro nel 1984 dopo una campagna
fallimentare.
C' una gran ressa. Sento dietro di me una schiera di
giornalisti precipitarsi verso i militari che ci si sono materializzati
davanti all'improvviso. I corrispondenti urlano nei
telefoni per annunciare in diretta quell'avvenimento senza
precedenti. "Sono arrivati gli americani. Hanno conquistato
Baghdad." Io sono furiosa perch non ho a disposizione una
telecamera e un collegamento satellitare per far vivere in diretta
ai telespettatori della Rai questo momento storico. Gli
operatori della CNN, di al-Jazeera e di Abu Dhabi Tv sono al
mio fianco e sono loro a filmare le mie prime parole con
McCoy. "Welcome", Benvenuto. Mi  sfuggito come una
battuta. Non vorrei per indurre il bel colonnello in errore.
Tutto ci che so della storia di questa regione, delle sue convulsioni,
della sua enorme riserva di violenza mi invita alla
cautela.
Decine di iracheni si sono uniti ai giornalisti nel caldo e
nella polvere per vedere i nuovi venuti. Agli abitanti di Baghdad
accorsi quel pomeriggio si pone gi l'interrogativo se si
trovino di fronte a "liberatori" o a "conquistatori". E' forte il
contrasto fra quei soldati, il petto difeso dai giubbotti antiproiettile,
la testa coperta da un pesante elmetto, gli occhi
nascosti dagli occhiali, protezioni ai gomiti e alle ginocchia
come assi dei rollerblade, e quegli uomini che indossano camiciole
e canottiere sporche, con la barba lunga, stremati da
tre settimane di guerra e trent'anni di paura, che le circostanze
hanno riunito su quella piazza. Sento gi fra di loro
una barriera invalicabile. Poco dopo, gli americani srotoleranno
intorno all'Hotel Palestine centinaia di metri di filo
spinato, che non faranno che confermare la mia intuizione.
Li avevamo tanto cercati, quegli americani... Sin dalle prime
ore dell'alba, quando dopo una notte stranamente tranquilla
la battaglia sul ponte al-Jumhuriyya ha ripreso a infuriare,
con intensi scambi di artiglieria tra la riva occidentale del
Tigri, dove erano schierati i carri armati americani, e quella
orientale, dove le forze militari irachene rispondevano al
fuoco. Sappiamo che le truppe statunitensi stanno avanzando
anche nella parte orientale di Baghdad, cercando di
chiudere a tenaglia la capitale per congiungersi ai loro commilitoni,
bloccati sul ponte. Con Enrico decidiamo di andare
verso Saddam City, l'enorme bidonville sciita a nord-est
della citt. Man mano che procediamo, le strade inizialmente
semideserte si riempiono vieppi di gente. Davanti
ad alcuni ministeri si sta gi consumando un primo grande
saccheggio, che vedremo poi dilagare soprattutto negli edifici
pubblici e nei centri del potere del regime. La gente arriva
con camioncini per accaparrarsi quello che trova. Non
crediamo ai nostri occhi. Alcuni iracheni hanno sfondato i
cancelli dei ministeri armati di martelli, coltelli e cacciavite,
"armi" che serviranno anche a distruggere i ritratti di colui
che per un quarto di secolo li ha governati con il pugno di
ferro. E' la fine inequivocabile di un regime sanguinario, di
un despota che ha tappezzato tutta la citt delle sue immagini.
E proprio a Saddam City la gioia  esplosa prima che altrove,
con una scena assolutamente inimmaginabile fino a
poche ore prima: un uomo con in mano un pacco rubato in
una sede del partito Baath, che urla "Saddam  finito, Saddam
 finito!". Evidentemente gli americani sono gi passati
di l, altrimenti nessuno avrebbe il coraggio di uscire per le
strade inneggiando alla fine del dittatore. Ma dei soldati statunitensi
non c' neppure l'ombra.
Racconto tutto questo nella mia diretta del TG1 delle
13,30. Finito il giornale, alle 16 ora di Baghdad, salgo all'ufficio
dell'A.F.P e incontro Samy, che mi racconta di aver visto
gli americani in un altro quartiere a circa tre chilometri, sul
vialone di Habibia: i blindati statunitensi passano tra le case
e per le strade, e molti iracheni fanno il segno della vittoria,
gridando "Good, good Bush, good America!" tra la meraviglia
degli stessi marine, sorpresi dalla calorosa accoglienza. Nell'esultanza
per il crollo del regime, gli ex sudditi del rais chiedono
ai giornalisti: "Voi sapete dov'? E' morto?". Per aggiungere
subito dopo: "Ma chi se ne importa, che vada all'inferno!".
A me, al momento, interessa sapere dove sono gli americani.
Sono l, da qualche parte, in quell'immensa citt dalle
strade deserte, e non riesco ancora a trovarli. Quei marine
sembrano fantasmi. E quella che ho in quel pomeriggio d'aprile
nella hall dell'Hotel Palestine  come una visione. Attraverso
i vetri sporchi delle porte d'ingresso, vedo avanzare
un enorme blindato. Come in una perfetta allucinazione,
viene a fermarsi a pochi metri da me. La sua presenza  naturale
quanto quella dell'automobile di un nuovo cliente in
attesa di un facchino che venga a prendere le valigie. Mi
scuoto da quell'attimo di stupore e mi precipito fuori.
Ed  l che incontro McCoy. Il tenente colonnello ha l'aria
visibilmente soddisfatta, quando mi spiega che "l'accoglienza
 stata fantastica, abbiamo incontrato solo persone
che inneggiavano all'America e a Bush, che ci ringraziavano
per averle liberate dal regime. Ci hanno accolti lungo le
strade con fiori e canti di giubilo". Per la verit, pi tardi, in
una conversazione con un giovane marine dall'aria un po'
sperduta, la versione sar un po' meno edulcorata: "Non 
che tutti siano stati cos gentili e calorosi," mi dir il
combattente-ragazzino "ma forse devono ancora abituarsi alla nostra
presenza". Gli auguro buona fortuna: ne avr bisogno.
Ma l'ufficiale  abituato a trattare con la stampa e sa come
"vendere" bene le imprese militari del suo Paese, soprattutto
quando sono grandi successi. E' molto abile a rispondere
anche alle domande pi scomode: quando gli chiedo se durante
la loro avanzata le vittime sono state numerose, mi risponde
con fermezza che una guerra non  mai una passeggiata,
e parafrasando il famoso generale dell'indipendenza
americana, Sherman, dice che la guerra  crudelt. "Quindi,
non ha senso cercare di abbellirla. Quanto pi  dura, tanto
pi sar veloce." Per far capire meglio il concetto, aggiunge:
"Gli iracheni non devono amarci per forza, non li possiamo
obbligare. Ma possiamo farci rispettare e far capire loro che
siamo qui per aiutarli".
Dietro il fascinoso sorriso di questo soldato c' un carattere
di ferro, che non gli concede il lusso di provare emozioni.
"Potrebbero compromettere la lucidit delle mie decisioni,"
aveva detto una volta al "New York Times" "devo
guardare a tutte le cose in modo molto cinico." McCoy, che
ha gi combattuto durante il primo conflitto del Golfo, nel
1991, proviene da una famiglia di militari: il padre era un
ufficiale dell'esercito durante la guerra del Vietnam. Il figlio
 alla guida di un battaglione, noto per la sua efficienza sul
campo di battaglia, e lui stesso ha fama di essere un comandante
particolarmente duro e determinato. E quando uno
dei suoi soldati viene colpito a morte, la lapidaria annotazione
: "Loro hanno beccato uno dei nostri, ma noi abbiamo
massacrato tutti i loro".
I suoi uomini d'elite, basati in California e specializzati
nelle operazioni in zone desertiche, sono circa 1500, tutti
ben equipaggiati e ben addestrati; dispongono di 30 carri
armati Abrams e di 60 blindati. Nella loro avanzata verso
Baghdad hanno preso l'aeroporto di Bassora, poi hanno
proseguito per Nasiriya, attraversando il deserto e le tempeste
di sabbia. Hanno combattuto ferocemente ad Affale,
a Dihuanya, 200 chilometri a sud di Baghdad, e ad al-Kut,
30 chilometri pi a nord. Poi, tre giorni fa, sono arrivati al
ponte del fiume Diyala, che  la principale via d'accesso al
settore sud-est della citt. Superato quel passaggio, solo una
quindicina di chilometri li divideva dal cuore di Baghdad.
Ma quella tappa  costata due giorni di aspri combattimenti
con la Guardia repubblicana e le forze irregolari.
Duri scontri che le telecamere al seguito delle truppe non
riusciranno mai a documentare. Come racconter pi tardi
un cronista del "New York Times", Peter Maass, embedded
con i marine, in quella zona non c'erano solo militari iracheni
che cercavano di bloccare l'avanzata, ma anche molti
civili che tentavano semplicemente di fuggire. Racconter
di aver visto civili uccisi uno a uno, incluso un anziano che
camminava sorreggendosi a un bastone lungo il ciglio della
strada. Gli americani sparavano su qualsiasi cosa si muovesse:
"Meglio loro che noi" commenter un caporale statunitense
quando il collega gli far notare che i civili non
dovrebbero essere un bersaglio. Il Colonnello, come i marine
chiamano il loro capo, spiegher gli incidenti con la
sua teoria della "supremazia violenta": questa non  una
guerra per conquistare le teste e i cuori degli iracheni, ma 
una guerra con un solo obiettivo, uccidere chiunque voglia
imbracciare le armi per difendere il regime di Saddam Hussein,
anche se  in fuga.
Meno aggressivo, uno dei marine tenta di giustificarsi, ma
la sostanza  la stessa. "Quando noi intimiamo loro di fermarsi,
devono fermarsi. Noi dobbiamo preoccuparci innanzitutto
della nostra sicurezza. Per settimane prima della guerra,
con i nostri aerei abbiamo sorvolato queste zone, lasciando
cadere decine di migliaia di volantini per invitare la popolazione
ad abbandonare i luoghi che potevano diventare campi
di battaglia. Adesso non possiamo essere noi i responsabili.
Che cosa fanno qui in questo momento a bordo di un taxi o
delle loro macchine nel bel mezzo di una zona di guerra?"
Forse un giorno qualcuno chieder conto ai responsabili
dei cosiddetti danni collaterali, ma intanto th show must go
on: Baghdad, il simbolo del potere di Saddam Hussein, 
stata conquistata e tutto il mondo lo deve vedere.
McCoy non  ancora pronto per la grande festa. Innanzitutto
deve spiegare ai giornalisti, che solo poche ore prima
hanno perduto due dei loro colleghi, che la priorit  garantire
la sicurezza di chi alloggia e lavora al Palestine. Poi deve
prendere possesso dell'albergo, non prima di avermi chiarito
che delle razzie che stanno devastando la citt non intende
preoccuparsi: "Non ci importa che gli iracheni saccheggino
i ministeri, gli edifici pubblici, i palazzi del potere
e i luoghi del regime. In fondo, serve a dar loro un primo
senso di giustizia".
Un saluto cordiale ma frettoloso, che precede l'incontro
con il direttore dell'hotel, primo esempio concreto di voltagabbana
in quest'alba di ra post-Saddam: per settimane lo
abbiamo osservato eseguire gli ordini del regime con viscido
ossequio. Ora lo vediamo accogliere a braccia aperte il Colonnello,
come se per tutta la vita non avesse aspettato altro
che vedere il suo albergo invaso dalle truppe americane.
I soldati controllano immediatamente ogni angolo dell'edificio,
alla ricerca dei cecchini che non troveranno mai, e alla
caccia dei famigerati kamikaze che invece entreranno in
azione qualche giorno pi tardi nella zona nord della capitale.
Fuori, lo spettacolo sta per cominciare. Come in una regia
perfetta per organizzazione e tempismo, in piazza del Paradiso
dove nel frattempo si  assembrata una piccola folla, un
gruppo di giovani iracheni forti e ben palestrati prende una
fune, ne ricava un cappio e cerca di infilarlo attorno al collo
dell'enorme statua di Saddam Hussein. Obiettivo: abbattere
il mostro di bronzo alto 12 metri. La gente li incita a
perseverare nel loro intento, ma  evidente che da soli non
riusciranno mai a rimuovere il rais dal suo piedistallo. L'intervento
dei marine si rende indispensabile e con uno dei
loro blindati, munito di una gru, cominciano a tirare la statua
per il collo.
Inutile dirlo:  uno di quegli eventi di massimo valore
simbolico e mediatico, trasmesso dalle televisioni di tutto il
mondo. Anch'io sono in diretta col TG1, che seguir l'avvenimento
fino alla fine. Osservo le poche donne uscite di casa
con le facce segnate da una stanchezza inesprimibile, gli uomini
che con l'aria un po' interdetta partecipano al "linciaggio",
i bambini felici perch forse possono tornare a giocare,
i vecchi con la memoria troppo lunga per poter credere in un
radioso futuro. Molti di loro portano in dono fiori ai nuovi
"inquilini" con grandi sorrisi e ringraziamenti. Cantano:
"Iraq, noi sacrificheremo per te la nostra anima e il nostro
sangue", laddove per anni avevamo sempre sentito: "Saddam,
Saddam, noi sacrificheremo per te la nostra anima e il
nostro sangue". A un tratto un marine scala letteralmente la
statua e copre il volto del rais con una bandiera americana.
Un gesto poco opportuno, commento subito con Paolo Di
Giannantonio in studio a Roma, dopo tutti i proclami e gli
sforzi per essere percepiti dalla popolazione non come una
forza di occupazione, ma di liberazione. Nel volgere di pochi
istanti dev'essere per accaduto qualcosa, perch subito sale
sulla gru anche un iracheno con una bandiera dell'Iraq che
viene issata accanto a quella a stelle e strisce. Viene cos evitato
uno sgradevole incidente diplomatico, ma la svista  un
brutto segno premonitore.
La folla non smette di incitare i marine a portare rapidamente
a termine l'operazione. Quando la statua finalmente
cade, tutti si abbracciano, si stringono la mano, fanno il
segno della vittoria. Gli iracheni cominciano a calpestare il
colosso e a danzargli sul petto e sul viso, prima di cominciare
a colpirlo ripetutamente con pesanti martellate.
Luay, ancora frastornato dalla rapidit degli eventi, mi fa
notare che molti di coloro che ora inneggiano alla caduta del
rais sono gli stessi che lo hanno osannato fino a poche ore
prima. E' un fenomeno che conosco bene, e che accomuna
tutti i crolli di regimi. Ho assistito all'abbattimento di molte
statue e molti simboli. Da Mosca a Varsavia a Berlino: per la
popolazione  sempre un momento liberatorio ma non solo.
La maggior parte della gente, complice militante o silenziosa
della dittatura, in questi momenti si trova inevitabilmente a
fare i conti con la propria connivenza, la propria vigliaccheria,
la propria identit frantumata, la propria storia annullata.
Nell'attesa di un futuro senza ruoli n certezze. Un
trauma ancor pi difficile da superare quando la "liberazione"
 portata dallo straniero. In fondo, sia nell'Europa
comunista sia nell'ex Unione Sovietica si erano formate, seppur
a fatica, forze di opposizione organizzate. Non cos in
Iraq, dove non a caso gli oppositori sono praticamente tutti
iracheni in esilio che hanno scelto di condurre la battaglia
fuori dal loro Paese.
Ecco quello che forse manca in questa festa: i protagonisti
di una resistenza. In Iraq, ogni opposizione  stata sterminata
senza piet quando si  fatta sentire; chi  riuscito a
sopravvivere si  rifugiato nella clandestinit e non osa ancora
uscire dal silenzio. Rispetto alla folle notte d'euforia a
Berlino, con centinaia di migliaia di persone a festeggiare
col freddo nelle strade della metropoli tedesca il crollo dell'orrendo
muro, questa di Baghdad  un'allegria contenuta
nei modi e nei numeri. Ci sono poco pi di trecento persone
e l'avvenimento ha tutta l'aria di essere stato organizzato per
le televisioni.
Mi si stringe il cuore nel vedere sui volti di tanti iracheni
il senso di gioia, ma anche di smarrimento. Se  vero che la
stragrande maggioranza della popolazione ha atteso questo
momento per anni,  altrettanto vero che ora si apre per loro
una fase di incertezza e di instabilit. Democrazia e benessere
non sono dietro l'angolo. E poi ci sono tutti quelli che,
vuoi per convenienza, vuoi perch ci hanno creduto davvero,
hanno collaborato con il regime: in un Paese in cui
gran parte degli iracheni era membro del partito Baath, sar
difficile trovare qualcuno che in un modo o nell'altro non
si sia compromesso con la dittatura. Sicuramente, almeno
per quelli che ci hanno creduto, finisce un mondo, e quello
che ci sar domani  per loro molto pi incerto che per tutti
gli altri.
Gli umori che raccolgo tra la gente sono la conferma di
un groviglio di sentimenti ambigui e contraddittori. Bushra
Abeg, che porta in braccio il suo bambino di due anni, non
nasconde la sua felicit. "Ecco, adesso per mio figlio c' un
futuro, c' la possibilit di una vita migliore." Una madre di
quattro bambini, per, lo apostrofa severamente: "Non mi
piace vedere qui in Iraq un esercito straniero, ma tutti quelli
che hanno tentato di liberarsi di Saddam sono stati uccisi.
Gli altri non avevano scelta: vivere in silenzio con la paura
addosso". Kassim, che abita di fronte alla piazza,  ancora
pi drastico: "Questa  la distruzione dell'Islam. Dopotutto
l'Iraq  il nostro Paese e Saddam era un musulmano. E che
ne  stato di tutte le nostre donne e dei nostri bambini morti
nei bombardamenti? Non permetteremo mai agli americani
di stare nel nostro Paese".
Mahdi sprizza felicit da tutti i pori, mentre Fahdi, l'autista
del mio collega inglese della I.T.N, John Irvine, quando
incontra il primo marine gli stringe la mano e dice: "Sono
contento di vedervi ma vi avrei voluto vedere nel 1991". Il
soldato, un po' imbarazzato, cerca di scherzare e gli risponde:
"Ha ragione,  stato un viaggio molto lungo per arrivare
fino a qui". Salah, il fidato autista di Jacques, uomo
solitamente molto controllato, scoppia in lacrime come un
bambino. E' tutto finito. Sono lacrime di rabbia e umiliazione
pi che di gioia. Lui, nazionalista sunnita che per anni
ha servito nell'esercito del suo Paese, si ritrova occupato da
una forza straniera. Jacques lo abbraccia e lo lascia piangere
in pace.
La prima reazione del presidente americano alla caduta
della statua di Saddam Hussein  di esultanza: "L'hanno
fatto cadere. E' un evento storico". L'indomani Bush decide
di lanciare un appello televisivo assieme al suo alleato, Tony
Blair, per annunciare al popolo iracheno la fine di Saddam
Hussein e la prossima istituzione di un governo democratico.
Peccato che nessuno possa vederli, perch la capitale 
priva di elettricit e la televisione non trasmette pi . All'ottimismo
dei due pi accaniti fautori di questa guerra si contrappone
la cautela dei loro comandi militari, che precisano
che la guerra non  ancora finita e la capitale  tutt'altro che
una citt sicura. Si aspettano ancora forme di resistenza, e si
temono soprattutto attentati suicidi.
La sera del 9 aprile, un grande assente si profila nel nuovo
paesaggio che si sta rapidamente disegnando nell'Iraq liberato:
Saddam Hussein. Anche se gli americani minimizzano
l'importanza della sua cattura, la vittoria di Washington non
sar completa finch il padrone dell'Iraq sar in libert. Ho
la strana impressione che come in Afghanistan, come nella
sua lotta contro al-Qaida, l'amministrazione Bush sia pronta
ad accontentarsi di un mezzo successo. L'annuncio a effetto
 diventato l'obiettivo primario del presidente e dei suoi
principali consiglieri, in particolare del segretario alla Difesa
Donald Rumsfeld. Eppure, la storia recente avrebbe dovuto
insegnargli qualcosa: Osama bin Laden  ancora libero, e la
minaccia che rappresenta  quanto mai reale. Dovrebbero
diffidare anche di un uomo come Saddam Hussein. E' sopravvissuto
a bufere che avrebbero travolto chiunque altro:
la guerra contro l'Iran, l'invasione del Kuwait, i molteplici
tentativi di colpo di Stato contro di lui... Quarantanni
dopo il golpe appoggiato dalla Cia che ha segnato l'inizio
dell'ascesa al potere del tiranno di Baghdad, Saddam  la bestia
nera di Washington, e potrebbe diventare il suo incubo
peggiore.
Ora che il furore della battaglia si  placato, sul prato di
fronte all'Hotel Palestine, da dove molti giornalisti trasmettono,
c' una strana commistione di personaggi. Da una
parte sono accampati i marine con i loro blindati e i loro sacchi
a pelo; dall'altra, a pochi metri di distanza, bivaccano decine
di volontari arabi arrivati in Iraq per battersi al fianco di
Saddam Hussein, che si sono ritrovati in mezzo alla confusione
dell'arrivo degli americani e non hanno pi un posto
dove andare. Non hanno fatto in tempo a combattere n a
farsi esplodere, come molti di loro avevano promesso. Non
sanno se verranno considerati prigionieri di guerra, oppure
se verranno semplicemente rispediti nei loro Paesi d'origine:
la Siria, la Giordania, il Sudan, il Libano. I soldi per partire
in taxi in ogni caso non li hanno. I marine, anche loro un po'
sperduti, sono ignari della presenza di questi strani compagni
di ventura. Ma una notte gli aspiranti kamikaze scompariranno,
ritornati da dove sono venuti o arruolati in nuove
avventure. Nessuno lo sa.
I giovani soldati americani diventano invece i nostri nuovi
"custodi". Hanno l'aria di non sapere bene dove si trovino, il
che li rende protagonisti involontari di non poche gaffe. Un
giorno assisto alla scena di due marine che entrano all'hotel e
alla reception con tono tracotante chiedono a Muhammad
dove sono i telefoni, perch hanno bisogno di chiamare casa.
Il poveretto risponde, scusandosi, che non ci sono telefoni,
che le linee non funzionano. Ma i due insistono e chiedono:
"Come mai non funzionano? Come mai non possiamo telefonare?".
Finch mi permetto di intervenire, spiegando che
i telefoni non funzionano pi perch loro hanno bombardato
le centrali di telecomunicazione. A quel punto, leggermente
imbarazzati, si scusano, pregandomi di autorizzarli a
utilizzare i nostri satellitari, perch da tre settimane non comunicano
pi con le loro famiglie. Volentieri acconsento.
Un altro episodio, che indica nella sua stereotipata banalit
quanto poco siano informati questi giovani guerrieri che
arrivano da oltreoceano, avviene con Nayla mentre conversiamo
con un gruppo di soldati. Uno di loro le chiede: "Da
dove viene? E' irachena?". "No, sono libanese" risponde lei.
Commento del marine: "Ah, quindi viene dal Paese delle piramidi,
dal Paese dei faraoni,  un bellissimo Paese! Complimenti,
complimenti!". Replica un po' sconsolata di Nayla:
"Be', pi o meno". E cos si chiude la conversazione culturale
con i nostri marine.
In effetti, il 9 aprile a Baghdad si sono incontrati due
mondi. Che per stentano a capirsi. Due mondi che da cinquant'anni
a questa parte si sono giurati spesso amicizia e fedelt,
ma che si sono sempre fatti la guerra. Non  la prima
volta che gli Stati Uniti dichiarano di avere un grande progetto
"civilizzatore" per la regione. Avevano gi promesso
l'avvento di un'era migliore nel 1982, dopo l'invasione israeliana
del Libano e l'allontanamento di Yasser Arafat, il capo
dell'O.L.P, e nel 1991, dopo la mobilitazione di una coalizione
internazionale per cacciare Saddam Hussein dal Kuwait. Le
loro promesse non sono state mantenute, ma sono state
puntualmente rinnovate dal presidente Bush, prima di lanciare
il suo Paese e il resto del mondo in una nuova e pericolosa
avventura mediorientale.
...
Capitolo 22.
LA GUERRA E' FINITA?
La guerra E' durata tre settimane: il tempo per i
carri armati americani di farsi strada nel deserto dal
Kuwait fino a Baghdad. La conquista della capitale irachena
 avvenuta in cinque giorni. Gli esperti militari potranno
studiare questa campagna, "Libert per l'Iraq", e
trarne le conclusioni. Il primo esercito al mondo  stato incisivo
come previsto? Le bombe intelligenti hanno colpito i
bersagli con la precisione promessa? Qual  stato l'atteggiamento
dell'esercito di Saddam? Si  battuto o si  semplicemente
dissolto di fronte all'avanzata americana? Qual  stato
il contributo dei volontari arabi, i kamikaze iracheni? Quanti
soldati e quanti civili sono morti in questa nuova guerra del
Golfo? Sono domande alle quali bisogner dare una risposta.
E gli specialisti sapranno sicuramente trovarla. Il bilancio del
conflitto potr essere fatto soltanto in seguito, a bocce ferme.
Ci che mi colpisce di pi , in questo primo giorno di
calma del 10 aprile,  il fatto che non si sia verificato nessuno
degli scenari apocalittici previsti prima della guerra: le armi
chimiche e biologiche non sono state utilizzate, i giornalisti
stranieri non sono stati presi in ostaggio dalle autorit irachene,
la guerriglia urbana non ha avuto luogo, l'assedio che
avrebbe dovuto affamare la citt  stato evitato. Il popolo
non si  n sollevato per sostenere gli americani n mobilitato
per difendere Saddam Hussein. Si  trattato forse dell'ennesimo
eccesso d'immaginazione da parte della stampa,
condotta su una falsa pista dalle sue fonti? Oppure c' un
"dietro le quinte" che dev'essere ancora indagato?
L'unica certezza, all'indomani della vittoria statunitense,
 questa presenza dei carri armati americani sotto le finestre
della mia camera, nel parcheggio del Palestine, e davanti all'ingresso
dell'hotel. I blindati si schierano anche nelle vie
d'accesso al Palestine e allo Sheraton, in particolare lungo il
Tigri, in Abu Nawas Street. I loro cannoni sono rivolti verso
il centro, come se il pericolo potesse giungere proprio dalla
citt che hanno liberato. Gli imponenti mezzi dispiegati e le
misure di sicurezza subito messe in atto mi appaiono come
altrettanti ostacoli da superare. Ero abituata a eludere la sorveglianza
via via sempre meno attenta dei nostri guardiani
iracheni, ma ora mi rendo conto che far ragionare un soldato
americano sar un compito ben pi arduo.
Improvvisamente ho voglia di andarmene, una sensazione
strana condivisa da molti miei colleghi che stanno gi lasciando
la capitale irachena.
L'albergo  rapidamente invaso dai marine e dai colleghi
embedded che li seguono sin dal Kuwait: e noi, giornalisti
che abbiamo vissuto insieme a Baghdad questo eccezionale
momento storico, ci sentiamo stranamente di troppo. Siamo
travolti da corrispondenti in uniforme che s'identificano con
i soldati che hanno accompagnato. E da giovanissimi soldati,
armati e infagottati nei loro giubbotti antiproiettile, che
sembrano cos estranei a tutto ci che succede qui. Si godono
il riposo degli eroi, attraversano la hall del Palestine
con il passo pesante dei guerrieri stanchi, cercano di assumere
lo sguardo lontano di chi  giunto al limite delle forze
umane ed  tornato vittorioso.
Senza dubbio, come molti altri giornalisti, ho visto troppo
da vicino la sofferenza di una citt e dei suoi abitanti, e il
pensiero della caduta di Saddam Hussein non basta a cancellarne
l'immagine. Negli iracheni con i quali ho vissuto
negli ultimi tre mesi, il sentimento di aver subito l'ennesima
umiliazione sembra per il momento pi forte della gioia per
la sconfitta del dittatore che li ha portati nel baratro.
Alcuni miei colleghi che se n'erano andati prima dello
scoppio della guerra sono tornati. Abbracciano tutti coloro
che sono rimasti, precisando quanto  loro dispiaciuto dover
partire. Cercano di spiegarsi, di giustificarsi; ma nessuno di
noi ha chiesto nulla.
Sono stupita dalla giovane et dei soldati americani. Sembrano
tutti appena usciti dalle cittadine di provincia in cui
sono stati reclutati. Non mi piace leggere l'innocenza negli
occhi di un uomo armato. Non mi piace leggere l'incertezza
negli occhi di un soldato che ha il diritto di uccidere se si
sente minacciato. Eppure  proprio ci che accade quando
capita di incrociarli in ascensore, nel corridoio o sulla porta
dell'atrio mentre camminano col dito sul grilletto. Il mondo,
per loro, si divide in amici e nemici e in questa situazione
cos indefinita non sono sicuri di saper cogliere la differenza.
Nei giorni che seguiranno, saremo tutti testimoni di incidenti
che rafforzeranno questa sensazione iniziale. I giovani
marine si mostrano particolarmente nervosi, urlano ordini e
contrordini ai giornalisti (peraltro sempre identificabili dal
pass bene in vista) che cercano di entrare nell'hotel. Spianano
il fucile contro le automobili che superano il perimetro
di sicurezza del Palestine e procedono a perquisizioni sommarie
all'interno delle vetture.
Nelle intenzioni degli americani, il Palestine dovrebbe diventare
la sede della nuova, embrionale amministrazione
provvisoria. Nei saloni dell'albergo, utilizzati durante la
guerra dai funzionari del ministero dell'Informazione come
uffici, si lanceranno nell'ambiziosa impresa di rimettere in
piedi il Paese e, soprattutto, cercheranno di dare l'impressione
di essere in grado di farlo. Una volta diffusa la notizia
della loro presenza, l'hotel diventer il punto d'incontro per
tutti quegli iracheni che desiderano aiutare gli americani in
questa impresa, nonch di coloro che vogliono vederli andar
via il pi rapidamente possibile. Piazza del Paradiso, teatro
per qualche ora della demolizione altamente mediatica della
statua del rais, diventer il luogo privilegiato delle manifestazioni
di scontento contro le forze di occupazione.
Il Palestine non  il Ritz di Parigi alla fine della Seconda
guerra mondiale: l'atmosfera assomiglia piuttosto a quella
dell'Hotel Rashid durante la prima guerra del Golfo, o a
quella dell'Hotel Continental a Saigon durante la guerra del
Vietnam. Ognuno cerca di farsi avanti. Consiglieri di ogni
genere, capitrib circondati da guardie del corpo, cercano di
farsi ascoltare. Muhammad Mohsen Zubeidi si autoproclama
"governatore dell'Iraq", mentre il "generale" Jaudat
Obeidi afferma di essere il nuovo sindaco di Baghdad. I due
uomini tentano di far credere di avere l'appoggio degli americani,
bench costoro smentiscano.
Una ventina d'impiegati, sui 450 normalmente presenti,
 tornata al lavoro nell'hotel. Le vivande scarseggiano e gli
ascensori si bloccano spesso, malgrado le promesse di un rapido
ritorno dell'elettricit. Sui prati i marine hanno montato
le loro tende, i bambini giocano ai cambiavalute offrendo
dinari iracheni in cambio di bigliettoni verdi, mentre
gli adulti si dedicano a ogni genere di piccolo traffico. Un
orologio con il ritratto di Saddam Hussein viene trattato intorno
ai 50 dollari, ma il volto dell'ex dittatore su un semplice
distintivo non ne spunta pi di 2 o 3. I portachiavi,
sempre con la sua effigie, ne valgono 5.
L'uomo tuttavia resta introvabile. A Baghdad si sprecano le
illazioni sulla sua sorte, soprattutto dopo la capitolazione della
sua citt natale, Tikrit, conquistata il 17 aprile senza che i suoi
fedelissimi, che avrebbero dovuto difenderla "fino all'ultima
pallottola", abbiano sparato un solo colpo. Come racconter
un comandante della Guardia repubblicana, Abu Mush, la
sua unit si  dileguata nel nulla, passando in nove giorni da
trecento uomini a uno solo, lui. Dal 9 mattina si sono interrotte
le comunicazioni con il quartier generale e da allora,
come per un tacito accordo,  cominciata la lenta emorragia:
ogni giorno qualche combattente in meno. In gergo militare
si chiama diserzione, ma nessuno dei commilitoni ne ha mai
parlato. "Se avessero amato ancora Saddam, la guerra non sarebbe
mai finita cos in fretta, mai" si lamenter Abu Mush.
"Saremmo ancora tutti qui a combattere, per mesi." Tutti
per hanno preferito sparire, i soldati e il loro leader.
Nessun elemento avvalora la tesi che Saddam sia morto,
oppure quella che sia nascosto in un'ambasciata o rifugiato
in un Paese vicino. Occorrono per notizie certe affinch gli
americani possano proclamare la vittoria definitiva della loro
campagna. Secondo Ahmed Chalabi, presidente del principale
movimento di opposizione iracheno, il Congresso nazionale,
Saddam Hussein si nasconde a Baghdad. Dal Libano,
il presidente del Parlamento Nabih Berri assicura che
il rais si trova all'ambasciata russa della capitale irachena.
Mosca definisce tali affermazioni "un delirio". Secondo un'altra
voce diffusa, Saddam ha trovato rifugio nel vicino Iran,
nemico giurato del rais iracheno fin dal 1980! Per completare
il quadro, il segretario americano alla Difesa, Donald
Rumsfeld, ha lasciato intendere che alcuni alti dirigenti iracheni
sono fuggiti in un altro Stato della regione in rotta con
Washington: la Siria.
Nelle ore successive all'arrivo delle truppe statunitensi, gli
abitanti di Baghdad, pur dimostrandosi riconoscenti nei confronti
degli americani per averli liberati dal despota, esprimono
il desiderio che se ne vadano in fretta. "E' un giorno felice
e triste al tempo stesso. Felice, perch ci siamo sbarazzati
di un tiranno sanguinario, ma triste perch un esercito straniero
occupa il mio Paese" mi spiega Amjad Saad, il traduttore
di Samy. "Spero che si ritireranno il pi rapidamente possibile."
Questo sentimento, misto di gioia e preoccupazione, 
diffuso ovunque. Le intenzioni dei militari Usa suscitano in
molti diffidenza. "Mi sembra di rinascere. Siamo molto felici.
Ringraziamo gli americani per averci liberati" spiega Abdallah
Jelem, un operaio di trent'anni. "Ma adesso abbiamo bisogno
di un governo esclusivamente iracheno che prenda al pi presto
il loro posto, perch oggi la citt  nell'anarchia totale.
Non c' pi polizia, soltanto furti" aggiunge, dopo essere stato
rassicurato dai giornalisti sull'effettiva scomparsa di Saddam.
Nella panetteria dove lavora, Haidar Abed, diciotto anni, si
dichiara molto perplesso sul futuro dell'Iraq. "Se non se ne
vanno via subito, il Paese precipiter nella guerra civile, poich
senza un vero governo le persone si attaccheranno a vicenda.
Basta guardare ci che sta succedendo" dice alludendo
ai saccheggi. "Gli americani non se ne andranno mai. Non
hanno portato qui cos tanti soldati solo per fare un pic-nic.
E' un'occupazione bella e buona" assicura Mander Muhammad,
un uomo d'affari di sessantotto anni. Poi aggiunge: "E'
un giorno molto triste. Abbiamo perduto il nostro Paese: gli
americani vogliono cancellarci dalle carte geografiche".
Con il mio amico Hamza dell'Associated Press commentiamo
preoccupati il rapido calo della popolarit degli Usa,
che pure hanno liquidato uno dei pi brutali dittatori dell'intera
regione. Hamza  appena tornato dal carcere di Abu
Ghraib, centro di tortura ed esecuzioni di massa durante il
regime, dove ha incontrato un ex detenuto, Falah Hassan.
Condannato a quindici anni per aver rubato dei pantaloni in
una tintoria,  stato liberato in occasione dell'amnistia generale
e ora  alla ricerca di un generatore. Falah ha raccontato
di essere stato torturato tutti i giorni durante i primi sei mesi
di detenzione, e ha ricordato le esecuzioni dei prigionieri politici
che avvenivano ogni mercoled, il giorno dopo le visite
dei parenti. "I loro fantasmi mi vengono a trovare ogni notte
nei miei incubi. Nessuno conoscer mai davvero i segreti di
questa prigione" rivela.
Falah  oggi un operaio di ventisette anni che non mangia
e non dorme, "l'unica cosa che faccio  fumare": una vita
spezzata, come quella di migliaia di altri iracheni oppressi da
trent'anni di feroce tirannia. Nel corso dei decenni, organizzazioni
per la difesa dei diritti umani come Amnesty International
o Nessuno Tocchi Caino hanno ripetutamente cercato
di far luce sulle atrocit commesse dal regime. Secondo
i loro rapporti, i prigionieri venivano uccisi per impiccagione,
fucilazione o decapitazione. In Iraq operava una serie
di tribunali speciali amministrati dai vari servizi di sicurezza
del Paese. Le loro decisioni erano inappellabili e agli imputati
non era consentito di avvalersi di avvocati difensori.
Molte misure di emergenza, inclusa la pena di morte, erano
state stabilite in via transitoria, ma di fatto sono rimaste in
vigore per anni. Anche perch l'Iraq, dal 1980, ha costantemente
vissuto in stato d'allerta, prima per la guerra con l'Iran,
poi per l'invasione del Kuwait e infine per la guerra del
Golfo con relativo embargo. Il codice penale iracheno prevedeva
la pena di morte per chi tentava di uccidere il presidente,
per chi compiva azioni volte a sovvertire il regime, per
chi cercava asilo all'estero, e dal 1980 anche per tutti i membri
del partito islamico sciita al-Dawa, senza distinzione di
et, quindi anche minori di diciotto anni o anziani. Inoltre,
la pena capitale era prevista per crimini che andavano dall'omicidio
al traffico di droga. Secondo Nessuno Tocchi Caino,
nel 1994 il governo iracheno ha pubblicato una lista di decreti
che stabilivano aspre punizioni come l'amputazione, la
marchiatura e la morte per diciotto diversi reati, tra i quali la
corruzione, la speculazione, la falsificazione di documenti, la
prostituzione, la diserzione ripetuta per tre volte. I metodi di
tortura pi frequenti comprendevano scariche elettriche,
estrazione delle unghie, violenze sessuali.
Il carcere dalla fama peggiore  sempre stato proprio quello
di Abu Ghraib, che avevo visitato il 20 ottobre del 2002, in
occasione dell'amnistia concessa da Saddam in segno di ringraziamento
per il referendum-farsa che lo aveva incoronato
presidente per altri sette anni, con il 100 per cento di voti e di
votanti. Una sfida alle leggi della statistica! Pi che un penitenziario
sembrava un enorme campo di concentramento.
Quando si sono aperte le sbarre, ho visto uscire una marea
umana ridotta in condizioni spaventose. Ovviamente nessuno
dei prigionieri intervistati ha avuto il coraggio di raccontare
gli orrori del carcere, particolarmente disumani nei
confronti degli oppositori politici, ovvero per chiunque osasse
esprimere anche il minimo dissenso. Negli anni, lo ha fatto
solo chi  riuscito a rifugiarsi all'estero. I detenuti venivano
rinchiusi in piccolissime celle dove rimanevano anche pi di
un anno senza vedere un essere umano. C'erano prigioni sotterranee
in cui i carcerati vivevano praticamente al buio e
senz'aria, salvo una mezz'ora al giorno in cui potevano vedere
qualche raggio di luce e respirare un po'. Secondo Nessuno
Tocchi Caino, sono almeno duecentomila le persone arrestate
e di cui poi si  persa ogni traccia. Si ritiene che migliaia di iracheni
siano stati giustiziati e sepolti in luoghi segreti. Molti di
loro saranno ritrovati nelle fosse comuni, scoperte nel sud del
Paese poche settimane dopo l'arrivo degli americani. Sono gli
sciiti vittime della sanguinosa repressione del '91.
Per il resto del mondo arabo, l'ingresso dell'esercito statunitense
a Baghdad  uno shock: la capitale irachena era infatti
considerata la roccaforte della resistenza all'egemonia americana
nella regione. Con il sostegno di una massiccia propaganda,
Saddam Hussein si era presentato a milioni di arabi
come il futuro liberatore della Palestina, promettendo che
avrebbe cacciato le truppe Usa di stanza nel Golfo. Perfino
gli elementi pi marginali del movimento palestinese erano
ricevuti con tutti gli onori, spesso da Saddam in persona. In
un Paese in cui la minima critica al capo poteva equivalere a
morte certa, gli iracheni incensavano il rais per il sostegno finanziario
che prestava all'Intifada palestinese, bench a loro
mancasse tutto.
L'idea di un'amministrazione provvisoria americana in
Iraq suscita l'ostilit immediata del mondo arabo; in particolare,
attira serie critiche la personalit del "proconsole" scelto
da Washington, Jay Garner. L'Egitto e molti altri alleati degli
Usa nella regione hanno ripetuto, sin dalle prime notizie sulla
caduta del regime, che doveva essere il popolo iracheno a scegliere
da solo il proprio governo. L'Arabia Saudita, la Giordania,
il Kuwait e il Bahrein hanno sottoscritto questa posizione.
La scelta di Garner  apparsa subito come un passo
falso: intrattiene stretti rapporti con Israele ed  un falco
dell'amministrazione americana. Il suo nome  associato in particolare
all'Istituto ebraico per la sicurezza nazionale (Jinsa),
un gruppo di studio con sede a Washington, sostenitore di
una politica di stretti legami tra Israele e Stati Uniti. Nell'ottobre
del 2000, ha firmato una petizione del Jinsa che rendeva
omaggio alla politica di fermezza dell'esercito israeliano nei
confronti della rivolta palestinese. Questo episodio sar rapidamente
messo a tacere con la sostituzione di Garner. Scelto
dal Pentagono, l'ex generale si  mostrato da subito incapace
di gestire il caos post-bellico. Al suo posto  subentrato un
uomo nuovo, che ha lavorato per il dipartimento di Stato:
Paul Bremer. Ma Bremer, ex ambasciatore ed esperto di controterrorismo,
ha esordito con due decisioni azzardate: il 16
maggio ha comunicato lo scioglimento del partito Baath e a
seguire, il 22 maggio, quello dell'esercito iracheno.
Nella liquidazione del Baath - che nei suoi tempi migliori
aveva incarnato le aspirazioni di milioni di arabi a un
potere laico moderno e nazionalista - molti arabi vedranno
un'altra dimostrazione di arroganza e la riprova della natura
coloniale della presenza americana.
Il secondo passo falso  stato la dissoluzione dell'esercito,
un'istituzione che era certo al servizio di Saddam Hussein,
ma che  stata soprattutto vittima dei suoi errori e della sua
megalomania. Gli  rimasto fedele finch  rimasto fedele
alla nazione. L'esercito ha anche alle spalle una guerra sanguinosa
contro l'Iran di Khomeini, sostenuta dalle monarchie
del Golfo e dai Paesi occidentali. Come possono sentirsi
ora i suoi capi e i suoi soldati semplici che hanno perduto
centinaia di migliaia di commilitoni sul campo di battaglia?
Sicuramente umiliati e soprattutto disoccupati: quattrocentomila
di loro sono oggi a spasso e sono armati. Nell'estate del
2003, Bremer non  ancora riuscito a riportare in Iraq legge,
ordine, acqua ed elettricit. E ancor meno a mettere in moto
la ricostruzione politica, sociale ed economica del Paese.
Un'impresa forse troppo ambiziosa anche per la nazione pi
potente del mondo.
...
Capitolo 23.
NAUFRAGIO E CAOS.
Il seguito degli avvenimenti non far che
rafforzare i timori di arabi e iracheni sul livello di autentico
coinvolgimento degli Stati Uniti in un serio progetto
di ricostruzione del Paese.
Il caos  scoppiato improvvisamente. Nella citt, priva di
acqua corrente, energia elettrica e linee telefoniche, i rifiuti
non vengono raccolti da giorni e si accumulano lungo i marciapiedi
in ammassi pestilenziali. La polizia  scomparsa e
tutte le amministrazioni sono paralizzate. I saccheggi cominciano
subito e dureranno per molti giorni. Il cielo  oscurato
dal fumo degli incendi appiccati dai vandali che devastano la
citt. Sotto gli occhi dell'amministrazione provvisoria americana
e delle sue truppe, si crea un nuovo paesaggio politico e
sociale all'insegna della violenza e dell'anarchia.
Le prime avvisaglie del formidabile sisma che sconvolger
il Paese e la regione provengono dalla periferia di Baghdad:
Saddam City, ribattezzata al-Sadr City, dal nome dei due famosi
ayatollah sciiti iracheni, padre e figlio, uccisi dal regime
l'uno nel 1980, l'altro nel 1999. E' un sobborgo di due milioni
di abitanti, formidabile serbatoio di frustrazioni politiche ed
economiche durante la dittatura di Saddam Hussein. Dopo
l'ingresso degli americani in questo quartiere di disperati, le
strutture del potere - come le sedi del partito Baath e le stazioni
di polizia - vengono attaccate e devastate. In seguito, colonne
di persone escono dai loro tuguri per saccheggiare le
istituzioni del governo nel resto della citt. I ministeri e le amministrazioni
sono spogliati di tutto ci che si pu portare via.
Gli edifici vengono dati alle fiamme, mentre le dimore dei potenti
del vecchio regime vengono sistematicamente depredate.
La sera del 10 aprile, bruciano gi i primi cinque ministeri
nel centro di Baghdad: quelli dell'Informazione, del
Commercio, dell'Educazione, dell'Educazione superiore e
dell'Industria. Anche il vecchio mercato del centro commerciale
della capitale, in al-Rashid Street, sta andando a fuoco.
Non si vedono pompieri. Gli incendi arrossano il cielo notturno
della citt, mentre grosse nuvole di fumo salgono
verso l'alto. Il ponte della Repubblica  ingombrato da carcasse
di automobili in fiamme. La barriera  invalicabile e i
rari pedoni si chiedono come attraversare il fiume.
Lungo la riva orientale del Tigri, le strade sono percorse
da centinaia di bande di saccheggiatori completamente fuori
controllo. Le forze di polizia, onnipresenti prima della caduta
del regime, sono svanite nel nulla. Bambini cenciosi,
adolescenti sovraeccitati e gruppi di adulti partecipano a
questa devastazione sistematica. Alcuni luoghi che ispiravano
terrore, come lo stato maggiore delle forze aeree o le
sedi dei vari servizi di sicurezza, diventano per i ladri terreno
di conquista. Ma la smania di saccheggio non ha limiti: colpisce
anche gli ospedali e gli ambulatori della Croce Rossa
irachena, da dove vengono sottratti letti, tavoli operatori e
attrezzature scientifiche.
Gli abitanti terrorizzati si barricano in casa, e gli unici
veicoli in circolazione sono quelli dei vandali, carichi di
tutto ci che pu essere portato via. Nei quartieri abbandonati
all'anarchia non c' un solo soldato americano. Quando
viene loro chiesto per quale motivo non intervengano per
fermare le devastazioni, rispondono di non aver ricevuto disposizioni
in tal senso.
Tuttavia, gli Stati Uniti vengono rapidamente messi in
guardia, in particolare dalle organizzazioni internazionali: la
Quarta convenzione di Ginevra, che regolamenta la protezione
della popolazione civile in tempo di guerra, prevede
un certo numero di obblighi da parte della "potenza occupante",
che ha il dovere di garantire i servizi essenziali. "L'autorit
di occupazione" recita l'articolo 55 "ha l'obbligo di assicurare,
nella misura massima consentita dai mezzi a sua disposizione,
cibo e medicinali alla popolazione;  suo compito,
in particolare, nel caso in cui le risorse del territorio occupato
fossero inadeguate, introdurre nella misura necessaria
generi alimentari, scorte di medicinali e altri articoli." Secondo
l'articolo 56, "l'autorit di occupazione ha l'obbligo
di assicurare e conservare, con la cooperazione delle autorit
nazionali e locali, le strutture e i servizi medici e ospedalieri,
la salute pubblica e l'igiene nei territori occupati...". Tra gli
altri doveri che spettano alla potenza occupante, si indica "il
mantenimento dei servizi pubblici, il divieto di trasferimenti
forzati e deportazioni di massa o individuali, e l'interdizione
di distruggere beni mobili o immobili, a meno che non si
tratti di operazioni militari "assolutamente indispensabili"".
Il 10 aprile vengono saccheggiati anche il centro culturale
francese, l'ambasciata tedesca e le ville dei parenti di Saddam
Hussein. Le dimore del primogenito del rais, Uday, e della
sorella Hala Saddam Hussein, quelle del fratellastro Watban,
del vicepremier Tareq Aziz e dei generali nei quartieri di Jadria
e Hay Babel sulla riva est del Tigri sono devastate.
Verso le dieci del mattino, l'ospedale al-Kindi, uno dei
principali edifici civili della capitale, viene assalito dai vandali,
alcuni dei quali armati. Dell'esercito americano non c'
nemmeno l'ombra. Almeno due ambulanze e alcune casse di
medicinali vengono portate via senza che il personale possa
opporsi. I medici dell'ospedale, in preda al panico, chiedono
alla stampa internazionale di intercedere presso i soldati statunitensi
per ottenere la protezione dell'edificio. I giornalisti
trasmettono il messaggio ad alcune squadre di militari di
pattuglia nelle vicinanze, ma gli ufficiali rispondono di non
avere l'ordine di intervenire. Da quarantott'ore i delegati del
Comitato internazionale della Croce Rossa (C.I.C.R) non possono
pi visitare gli ospedali della citt: lo ha annunciato
Roland Huguenin-Benjamin, portavoce dell'organizzazione
a Baghdad.
Nella capitale si superano ormai i trenta gradi, e il sole
picchia su una citt sempre pi violentata. Quando vado
con Enrico al pronto soccorso del Saddam Hospital for
Children (Shc), nel quartiere centrale di al-Mansur, vedo
che i medici curano i pazienti con i fucili d'assalto in spalla.
L'esercito di saccheggiatori che ha invaso le vie della citt
s'impadronisce di tutto: hanno rubato le medicine, gli stetoscopi,
i condizionatori e perfino le incubatrici. Il personale
sanitario  disperato, ma cerca di resistere perch in questa
emergenza senza fine c' chi sta peggio di loro, a cominciare
dalle centinaia di feriti. Accompagnati da alcuni medici, ci
dirigiamo verso i frigo-container parcheggiati nel giardino
dell'ospedale. Quando si spalancano i cassoni metallici, veniamo
subito travolti da un ripugnante odore di morte. Ammassati
ci sono decine di cadaveri, tra cui anche molti bambini,
vittime dei bombardamenti delle scorse settimane.
Uno dei dottori, armato di mitra, mi spiega che i container
sono stati l'unica bara per questi morti che per motivi di sicurezza
non potevano essere portati al cimitero. Attorno a
noi si forma improvvisamente una piccola folla di familiari
alla disperata ricerca dei loro cari. Pu succedere che li trovino
in una delle fosse scavate nel prato da volonterosi infermieri
che si sono improvvisati becchini. Un imam celebra i
funerali, per dare almeno l'estremo saluto nel rispetto dei riti
religiosi. In lontananza sentiamo ancora sparare, in un'enorme
citt dove il crepitio delle armi avrebbe dovuto lasciare
il posto a un po' di pace e di silenzio.
Nella Saddam Medical City, il pi grande centro sanitario
della capitale, solo il 10 per cento dei medici e del personale
continua a lavorare. "Gli ospedali di Baghdad sono in una situazione
caotica e catastrofica" dichiara Peter Tarabula, coordinatore
medico del C.I.C.R. "Risentono della mancanza d'acqua,
di elettricit e di carburante. Mancano sia i medici sia il
personale. Non potranno resistere pi di tre o quattro giorni."
Il luogo pi protetto di Baghdad diventa ben presto il ministero
del Petrolio, l'unico edificio pubblico importante risparmiato
dai saccheggi. Il ministero, un'imponente costruzione
color mattone,  sorvegliato da una cinquantina di carri
armati americani. Ogni ingresso  difeso da un blindato, e
soldati in posizione di tiro sono appostati sui tetti e alle finestre.
I curiosi non sono graditi e qualsiasi automobilista che si
fermi a pochi metri dall'entrata principale riceve l'ordine di
allontanarsi immediatamente. Quando chiedo a uno dei giovani
marine come mai abbiano occupato subito questo ministero,
mi risponde con un "non so signora, so solo che siamo
qui dal primo giorno in cui siamo arrivati".
"Sono venuti dall'altro capo del mondo. Crede forse che
l'abbiano fatto per me? L'hanno fatto per il petrolio" si lamenta
Salam Muhammad Hassen, un medico che vive nelle
vicinanze, indicando il dicastero dell'Irrigazione che  stato
incendiato, a pochi metri da quello del Petrolio. Dai depositi
fugge un gruppo di ragazzotti dall'aria poco raccomandabile,
che non trovando pi nient'altro hanno rubato pezzi di
computer, convinti - come mi spiega uno di loro - di poterne
estrarre le minuscole componenti in oro!
I marine si sono insediati anche nel quartier generale della
polizia segreta, uno dei servizi di sicurezza pi temuti del regime
di Saddam Hussein. E' un immenso labirinto da cui
sono spariti tutti gli agenti e gran parte dei dossier. All'ingresso,
il visitatore viene accolto da stralci del pensiero del
presidente iracheno dipinti in oro sui muri. Uno di questi
recita: "Governiamo con giustizia, puniamo i criminali". In
questo immenso complesso cinto da solide mura di mattoni,
sono rare le costruzioni che hanno resistito ai bombardamenti.
I sei piani dell'edificio sono ridotti a mucchi di calcinacci.
Altrove tutti i vetri sono andati in frantumi, mentre
dai soffitti sfondati neon e ventilatori pendono mestamente
nel vuoto. Al loro arrivo, i marine non hanno trovato nessuna
traccia di vita. Come la maggior parte dei palazzi del
potere, anche questi luoghi, che con i loro bei giardini e i
muri intonacati sapevano di ricchezza, sono stati abbandonati
prima della guerra. Gli uomini del regime tuttavia si
sono concessi il tempo di portare via i dossier. Nella prigione,
un lungo edificio al centro del complesso, il pavimento
degli uffici  disseminato di carte, calendari, ritratti
presidenziali strappati, uniformi nere dei Fedaiyyn di Saddam.
Le decine di celle una in fila all'altra non sono che gabbie
di pochi metri quadrati, "arredate" con una tazza e letti a
castello in ferro. Tutte le porte sono aperte.
I giornalisti possono visitare i corridoi e le celle, le camere
di tortura e le sale degli interrogatori. Ovunque in citt gli
abitanti di Baghdad esplorano le prigioni abbandonate, i tunnel,
le sedi dell'intelligence o del partito Baath, alla ricerca dei
parenti arrestati sotto il regime e di cui non hanno notizie da
anni. Fermamente convinti che esistano prigioni segrete in
cui languono i loro cari scomparsi, queste persone muovono
cielo e terra, chiedendo agli americani di poter accedere ai registri
e di aiutarli nelle loro ricerche. "Vorrei chiedere a
George W. Bush di aiutarci nella ricerca dei nostri cari fatti
prigionieri, di dirci dove possiamo trovarli, poich ha sicuramente
pi informazioni di noi" supplica Latifa Daud, una
donna di quarantacinque anni, che dal 1981 non ha pi notizie
dei suoi cinque fratelli. Il loro unico crimine fu "di essere
sciiti e di sottomettersi all'obbligo di pregare Dio" aggiunge.
Muhammad Ridda, un curdo di Suleymania, mi racconta
che  venuto a Baghdad per cercare i suoi tre fratelli desaparecidos:
il primo sequestrato dai servizi segreti nel 1980,
gli altri due nel '91. Vorrebbe sapere se sono ancora vivi, o almeno
vedere un certificato di morte per poter recuperare le
salme e dare loro degna sepoltura.
Dopo una visita ai centri di detenzione e di tortura, la nostalgia
dell'epoca di Saddam che comincia a farsi strada in
molti iracheni appare come colpevole complicit con un
pazzo sanguinario. Eppure, a partire dall'11 aprile, i commercianti
del centro di Baghdad cominciano a usare le loro
armi rimpiangendo apertamente il rais: i saccheggiatori non
solo rubano la merce, ma danno anche fuoco ai negozi senza
che l'esercito americano intervenga. "Sono dei ladri, dei vandali.
Vengono tutti da Saddam City" afferma Muhammad
al-Safa, cinquantatr anni, dal suo chiosco di cibi pronti.
Dietro di lui si estende il suq al-Arabi, un mercato coperto in
mattoni ocra, il cui interno  completamente carbonizzato.
"Sono venuti gioved, hanno rubato tutto e poi hanno appiccato
il fuoco" grida disperato Kazem al-Fartissi, cinquantadue
anni, che possedeva vari negozi in quest'area dove gli
abitanti di Baghdad si recavano ad acquistare materiale elettrico,
elettrodomestici e vestiti. "Certo che rimpiangiamo
Saddam Hussein. Ai suoi tempi, questo non sarebbe mai
successo. Non ci sarebbero stati saccheggi, la polizia li avrebbe
impediti. Gli americani sono venuti qui solo per occuparci e
portarci alla rovina" aggiunge. Sulla strada, davanti al suq alRassafi,
un centro commerciale specializzato in abbigliamento,
Muhammad al-Chamai, in jalabiyya bianca, spara in
aria con una grossa pistola nel vedere una banda di saccheggiatori
dirigersi verso di lui. Il centro commerciale  completamente
devastato. I vetri di almeno duecento negozi sono
in frantumi, il pavimento  ricoperto di carta, scarpe e vestiti.
"Restiamo qui, perch tutto  infiammabile e se appiccano
il fuoco, non rimarr nulla" dichiara. Afferma inoltre
che i commercianti costituiranno una milizia privata per
proteggere i loro beni. "Se gli americani non fanno niente,
contro i saccheggiatori ci batteremo noi. Non resteremo con
le mani in mano mentre tutto viene distrutto. Perch non
obbligano i poliziotti a riprendere servizio? Sotto Saddam
non si sarebbe mai verificata un'anarchia simile."
Nello stesso giorno, i ladri forzano i cancelli dell'albergo
pi famoso di Baghdad, il Rashid. Portano via tappeti, televisori
e mobili caricandoli su una quindicina di auto sistemate
nel parcheggio. Il pianterreno di un altro grande palazzo
della citt, il Mansur, vicino al Tigri,  in fiamme e un
denso fumo nero s'innalza sopra i tetti dell'edificio. Non si
salva neppure la memoria storica del Paese. La Biblioteca
nazionale, che conservava documenti originali di eccezionale
valore,  stata depredata e poi incendiata; stessa sorte
ha subito il Centro nazionale degli archivi. Il museo archeologico
di Baghdad, il pi grande del Medio Oriente,
che raccoglie oltre 170.000 reperti risalenti sino a diecimila
anni fa,  anch'esso preda dei saccheggiatori. Conserva la
pi importante collezione di opere del ricco patrimonio
iracheno, testimonianza delle culture fiorite tra il Tigri e
l'Eufrate. "La Mesopotamia  la culla della civilt occidentale,
il luogo in cui la fertilit del terreno rese possibile l'agricoltura,
e quindi l'abbandono del nomadismo e la nascita
dei primi nuclei urbani e delle prime strutture sociali
complesse" ricorder Piero Cordone, l'italiano che guider
l'attivit di recupero e ricostruzione del patrimonio artistico
iracheno.
Quando arrivo nel sontuoso edificio, nelle grandi sale e
negli uffici  ancora visibile il passaggio dei "barbari": ceramiche
e statue sono rovesciate a terra, documenti e carte
sparpagliati ovunque sul pavimento. Due giovani stanno
portando via un antico portale di legno intarsiato. Al volo
riesco a chiedere a uno dei due che cosa se ne far di quella
porta. "E' roba nostra,  tutta roba nostra" risponde con un
sorriso impertinente. E se ne va in fretta e furia con il suo
compare.
Per fortuna, pi tardi si sapr che il disastro  stato evitato,
perch a ridosso del conflitto le autorit irachene avevano
fatto nascondere in un immenso deposito, poi murato,
oltre 8000 reperti archeologici. Altre 1200 opere verranno
invece recuperate ai confini con la Giordania e la Siria (prova
che alcuni furti erano su commissione), oppure restituite
dagli stessi saccheggiatori. Nella Banca centrale verr ritrovata
anche una delle maggiori scoperte archeologiche della
Storia: il tesoro delle principesse di Nimrod, ovvero circa
650 monili d'oro, un'inestimabile raccolta di gioielli di finissima
fattura.
Come ho fatto altre volte decido di andare a trovare il nunzio
apostolico. A otto giorni dall'arrivo degli americani, monsignor
Fernando Filoni  molto preoccupato. "Ho parlato
anche con i vescovi e i sacerdoti, che mi dicono tutti la stessa
cosa: la gente si aspettava la libert ma anche una nuova ra,
invece sono minacciati dai saccheggiatori." E punta il dito
contro la superficialit degli Stati Uniti: "Gi nel '91,
quando presero Bassora, assistemmo a caos, anarchia e distruzioni.
Quando si lancia un'operazione di questo genere,
non si pu arrivare qui senza avere una soluzione pronta.
Questo sta creando problemi enormi". L'arcivescovo, che
vanta una carriera diplomatica che lo ha portato in Iran e
nello Sri Lanka, ma anche in Brasile e nelle Filippine, chiede
di non fare di tutta l'erba un fascio: "Non era tutto cattivo.
Bisogna distinguere tra un regime liberticida e la gente per
bene. Esistevano anche strutture che cercavano di portare
avanti gli interessi del Paese: penso al mondo della scuola,
dell'universit. Conosco professori che svolgevano coscienziosamente
il loro lavoro. Ora non sappiamo se e quando saranno
ancora in grado di farlo". Monsignor Filoni manifesta
ancora una volta le sue inquietudini per il crescente fondamentalismo
islamico. "Finora come minoranza cristiana abbiamo
avuto certe garanzie, speriamo continui cos..." Ancora
pi incerto appare sui tempi della ricostruzione del
Paese: "Ci vogliono molti anni per ricostruire la coscienza di
un popolo". Quest'uomo pieno di coraggio e di energia mi
appare per la prima volta stanco e sfiduciato, anche se non
ho dubbi che continuer tenacemente a proteggere il suo
"gregge" dall'incerto futuro.
Per quanto mi riguarda, il messaggio  chiaro. Gli iracheni
devono capire che tutto ci che Saddam Hussein rappresentava
ora  destinato a sparire. Non soltanto l'orrore,
ma anche l'ordine, la sicurezza, la disciplina, la memoria e la
fierezza di un Paese arabo il cui orgoglio proveniva dal regno
di Nabucodonosor o dall'epopea di Saladino. Sconfitti, l'Iraq
e gli iracheni si sentono umiliati, ridotti all'impotenza,
costretti a chiedere l'elemosina all'occupante.
Gli americani vogliono far capire agli iracheni che il loro
sogno di grandezza  ormai finito. Con o senza Saddam Hussein.
Possono restare orgogliosi del loro passato, ma dovranno
avere una visione ridimensionata del loro futuro. Il petrolio
sar posto sotto controllo e verranno scelti i partner della ricostruzione.
Paese sotto tutela dell'Onu da anni, l'Iraq deve
passare sotto il controllo dei suoi nuovi occupanti.
Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, dal canto loro, negano
di avere cattive intenzioni. Ma nella loro ansia di fare la
guerra, di vincerla, di proclamare la vittoria e di concludere
affari, hanno dimenticato alcune realt fondamentali che si
imporranno con forza gi all'indomani della nuova ra iniziata
il 9 aprile. Una di queste sono gli sciiti. Protagonisti
indiscussi della scena mediorientale, gli americani li hanno
gi incontrati in Iran e in Libano e le cose non sono mai andate
lisce.
...
Capitolo 24.
SADDAM CITY.
La maggior parte dei saccheggiatori scatenatisi
nel centro di Baghdad proviene dunque dalla degradata
periferia di Saddam City, ormai al-Sadr City. Qui la
miseria regna sovrana. In questo immenso dedalo di vie dissestate,
le fogne traboccano di melma fetida, i rifiuti si accumulano
sotto le finestre, e bambini a piedi nudi disputano l'immondizia
ai cani e alle capre. Tra i nuovi ospiti ci sono alcuni
cavalli liberati dai palazzi del regime durante le razzie, che si
sentono chiaramente fuori posto. I vessilli tricolori dell'Islam
(verde, rosso e nero) sventolano sulla facciata delle case. Gli
abitanti di questa bidonville per qualche giorno hanno dimostrato
ci che sono in grado di fare. Sono usciti a migliaia
dalle loro case di mattoni, prive di comfort e servizi igienici, e
hanno marciato verso il centro della citt, lasciato sguarnito
dai soldati americani. Hanno saccheggiato e bruciato senza ritegno
gli edifici del potere da cui si sentivano esclusi, gli uffici
dei servizi di sicurezza di cui temevano l'oppressione, gli ospedali
e i mercati statali. Il loro esercito di diseredati ha bersagliato
le strutture della dittatura, ma anche i luoghi della
memoria di una nazione in cui non si riconoscevano.
I capi sciiti hanno bloccato l'ondata di violenza solo dopo
aver dato una prova di forza: il potere della strada esiste ed 
in mano loro.
La polizia politica di Saddam Hussein ha vietato ai giornalisti
ogni contatto con Saddam City. Due giorni dopo l'arrivo
degli americani a Baghdad, decido di andarci. Mahdi
non  assolutamente d'accordo, teme che la sua bella GMC
bianca attiri l'attenzione dei ladri. Pur essendo sciita, non si
ritrova nel messaggio fondamentalista diffuso in questi giorni
dalle moschee del quartiere. Lo stesso Luay non  entusiasta
all'idea di perdersi nel labirinto di stradine dell'ex Saddam
City:  sunnita e il mondo degli sciiti  ai suoi occhi un mistero.
Ma io non mi perdo d'animo. Le prime immagini che
abbiamo del quartiere in fermento non sono rassicuranti:
procediamo a zig-zag lungo grandi viali dall'asfalto rotto in
pi punti, superando ostacoli e barricate di fortuna disposti
per rallentare la circolazione. Alcuni uomini armati osservano
con attenzione l'interno dei veicoli. Sorvegliano a piccoli
gruppi l'accesso alle vie e alle moschee. A un incrocio le
macchine sembrano impazzite. Un gruppo di miliziani
brandisce i kalashnikov, e qualcuno spara in aria. Faccio
segno a Mahdi di fermarsi. Parcheggia ed Enrico scende, con
la telecamera in spalla. Alcuni giovani armati ci spiegano, in
un inglese stentato, che stanno dando la caccia ai Fedaiyyn
di Saddam e agli "arabi", i volontari giunti dai Paesi vicini
per difendere il vecchio regime. Uno di loro mi prende in disparte
e mi assicura che tutto questo non c'entra nulla, sono
solo due fazioni rivali sciite che si stanno affrontando per il
controllo di una zona. Enrico continua a riprendere immagini
forti, ma la nostra presenza diventa ben presto fonte di
discordia tra i combattenti. Alcuni vogliono che ce ne andiamo
il pi presto possibile: non sono ancora abituati alla
curiosit dei giornalisti televisivi. Altri preferirebbero che rimanessimo
ancora un po': sanno che oggi senza la televisione
non si fa nulla, n le guerre, n le rivoluzioni, n i cambiamenti
di regime... Preferiamo andarcene prima che si
mettano d'accordo o che perdano la pazienza.
Il messaggio di rabbia lanciato dai due milioni di sciiti
che vivono in questa citt senza speranza  rivolto innanzitutto
agli Stati Uniti, al loro potente esercito entrato in
Iraq, patria dei luoghi pi sacri della religione sciita: Najaf
e Karbala. "Se vengono a liberarci devono aiutarci, e non
siamo disposti a concedere loro molto tempo" spiega con
voce calma lo sceicco Abdel Razzale al-Lami, che svolge la
sua missione nella grande husainiyya (moschea sciita) alRahman,
nel cuore di questa bidonville. Ci che vogliono
gli sciiti, aggiunge, sono acqua, elettricit, lavoro. E soprattutto
libert. "Siamo giovani. Davanti a lei c' il popolo
iracheno" aggiunge un ragazzo che dice di chiamarsi
Abu Ali, indicando il centinaio di persone che si  radunato
intorno a noi per seguire la discussione. "Sappiamo ci
che vogliono gli americani, le loro intenzioni sono chiare: se
gli Stati Uniti non cambiano atteggiamento, sar la guerra
civile."
I religiosi sciiti che abbiamo incontrato parlano oggi
senza timori in maniera chiara e articolata; lo fanno per la
prima volta da quando il partito Baath ha preso il potere nel
1968. Parlano alla stampa, spiegano le loro esigenze e non
esitano a proferire minacce dirette contro i nuovi padroni
dell'Iraq.
In una delle moschee pi grandi della periferia, al-Rasul,
la porta  sorvegliata da un gruppo di giovani armati. Ai
piedi del minareto sono appostate due vedette. Luay spiega
chi siamo ed entriamo mentre  in corso la preghiera. Siamo
invitati a sederci nell'attesa che l'imam termini la sua predica.
Enrico si toglie le scarpe e comincia a riprendere. La
moschea  piena di fedeli che si inchinano fronte a terra in
segno di obbedienza verso l'Onnipotente. Il leader religioso
ha messo davanti a s una pistola automatica, e il suo fervore
sembra indirizzarsi sia ad Allah sia all'arma che potr aiutarlo
a realizzare i suoi desideri. In fondo alla grande sala, c'
una vera e propria grotta di Ali Bab. Vi si trova di tutto,
compresa una moto BMW. Mobili, tappeti, computer, utensili
da cucina, forniture per ufficio. Tutto ci che  stato rubato
nei giorni precedenti e di cui gli imam hanno chiesto la
restituzione. Non appena l'Iraq sar dotato di un governo democratico
i beni rubati verranno restituiti, assicurano. Fra me
e me penso che i saccheggiatori hanno ancora tanto tempo
davanti a s.
La preghiera si conclude e lo sceicco Ali al-Shawki ci
viene incontro. Il calcio di un'arma spunta dalla veste tradizionale
dell'uomo di Dio, con una fitta barba corvina e un
turbante nero in testa. E' un uomo alto e parla lentamente,
con voce stentorea. Si muove con disinvoltura nel suo abito
tradizionale, e negli occhi di coloro che lo seguono si legge il
rispetto. E' l'immagine della nuova sicurezza che gli sciiti vogliono
trasmettere.
"N Saddam n l'America controllano l'Iraq, il potere 
nelle mani dei capi religiosi" afferma sicuro Ali al-Shawki.
"All'epoca di Saddam, non avevamo il diritto n di parlare
n di muoverci, e questo gli Stati Uniti lo sapevano benissimo.
Perch hanno aspettato cos tanto prima di intervenire?"
si interroga il sayyid. "Ringraziamo gli americani se
sono venuti a liberarci, ma se sono qui per colonizzarci li
tratteremo come nemici e li combatteremo con ogni mezzo"
minaccia l'imam della moschea al-Rasul. A sostegno dei suoi
propositi, si circonda di miliziani armati di kalashnikov e la
sua guardia del corpo, vestita completamente di nero, porta
una pistola argentata appesa alla cintura.
Durante il colloquio rimango di stucco nel veder entrare
un'altra quipe televisiva. Si tratta di persone che conosco
bene perch le ho incontrate in Libano: lavorano per alManar,
la televisione di Hezbollah. La loro presenza  rivelatrice
dei legami esistenti fra questa organizzazione - un movimento
politico sponsorizzato dall'Iran, presente in Parlamento
a Beirut e punta di diamante della lotta contro Israele
nel sud del Libano - e gli sciiti iracheni. E questi legami non
promettono niente di buono per gli Stati Uniti.
Nell'immediato dopoguerra, gli sciiti non sono per niente
soddisfatti dei progetti legislativi elaborati dall'amministrazione
di George W. Bush. I dirigenti della comunit considerano
un'aberrazione la supremazia assegnata da Washington
ai gruppi di opposizione in esilio. Gli imam incontrati
ad al-Sadr City, dove le truppe americane non osano mettere
piede, chiedono la creazione di un governo che riunisca tutte
le comunit irachene: sciiti, sunniti, curdi e perfino i cristiani
in nome di un sistema democratico. Ma quando domando
ad al-Shawki quale sia l'obiettivo finale degli sciiti, la
risposta  immediata e decisa: "La creazione di uno Stato
islamico. Tutti i Paesi musulmani auspicano che i loro governi
seguano la sharia, la legge islamica".
I capi religiosi dei sobborghi pi degradati hanno cominciato
con una rapidit sorprendente a gettare le basi del loro
potere. La grande moschea di al-Mohsen, al centro di alSadr
City, chiusa nel 1999 dal regime, ha riaperto i battenti
per diventare un centro di preghiera, ma anche la sede di un
governo locale sorto per ristabilire l'ordine. Gli abitanti si
affollano nell'atrio per chiedere aiuto, denaro, acqua o il ripristino
dell'elettricit. Dagli altoparlanti del minareto, utilizzati
per chiamare alla preghiera, e da quelli collocati sui
tetti delle ambulanze, gli imam esortano i funzionari delle
amministrazioni pubbliche a ritornare al loro posto il pi
presto possibile, e invitano i ladri a rendere il maltolto. "E' un
luogo particolarmente sacro per noi, ma non organizziamo
sedute di preghiera" dice lo sceicco Amar al-Saadi, spiegando
che per il momento i responsabili della moschea
danno priorit alle "questioni pratiche, come per esempio il
ripristino dell'ordine". Secondo al-Saadi, i leader religiosi
sono gli unici ad aver mantenuto la loro autorit a Baghdad
dopo l'entrata dei carri armati statunitensi. Anch'egli ritiene
che "gli americani dovrebbero andarsene il prima possibile.
Gli iracheni sono in grado di nominare un nuovo governo e
controllare la situazione senza l'aiuto di nessuno".
Questa periferia  il braccio armato del potere sciita, ma la
mente  in un quartiere centrale di Najaf, 190 chilometri a
sud di Baghdad: nella hawza, la potente universit religiosa.
E' qui che i saggi pronunciano l'efatwa, i decreti emanati dalle
autorit religiose islamiche, e attendono obbedienza. "E' un
po' come il Vaticano" commenta lo sceicco Adnan al-Shehmahni.
"E' l'istituzione dove non solo s'insegna, ma si forniscono
anche le istruzioni per organizzare la vita delle persone."
E' la pi antica delle scuole religiose e risale al IX secolo.
E' stata fondata persino prima dell'universit sunnita di
al-Azhar, in Egitto. "Finch si segue la via della religione, si
segue la via della giustizia" afferma solennemente Shehmahni.
"E' l'unica via per il popolo iracheno" conclude.
Najaf  considerata sacra poich vi sorge il mausoleo dell'imam
Ali, genero di Maometto. Le strade brulicano di religiosi.
Circa quattromila studenti frequentano cinque giorni
alla settimana la hawza, composta da una ventina di scuole,
ognuna delle quali  diretta da un ayatollah. Gli ayatollah
costituiscono i cosiddetti "saggi" di Najaf. I fedeli ne scelgono
uno e fanno capo a lui per tutto, comprese le vicende
della vita personale e quotidiana, come per esempio i matrimoni.
L'ayatollah Ali Sistani  attualmente il punto di riferimento
supremo. Ha invitato il popolo, "in nome di Dio e secondo
le leggi dell'Islam", a "restare calmo di fronte agli
eventi" e a non saccheggiare i beni pubblici e privati. Ma rifiuta
di occuparsi di politica. Ci nonostante,  stato minacciato
da uomini armati che hanno circondato la sua casa nel
centro storico della citt. Alcuni fedeli temono per la sua
vita, dopo l'omicidio di un capo religioso sciita filo-occidentale,
Abdel Majid al-Khoi, avvenuto all'interno del mausoleo
di Ali all'indomani dell'ingresso degli americani a Baghdad.
Un altro dei religiosi meno ostili agli Stati Uniti, l'ayatollah
Muhammad Bakr al-Hakim, leader del principale movimento
sciita, trover la morte a Najaf nel devastante attentato
del 29 agosto: l'esplosione di un'autobomba davanti al
mausoleo di Ali, che ha provocato oltre cento morti.
Il crescente potere degli sciiti  il tratto pi marcato del
post-Saddam. Non so se gli strateghi americani l'avessero
previsto prima di lanciarsi nell'avventura irachena; sono
per sicura che se vorranno davvero stabilizzare il Paese non
potranno ignorarli. Bisogner considerare le varie interferenze
che possono condizionare la comunit, con l'Iran in
primo piano:  uno Stato sciita, e ha dato per anni rifugio
al principale movimento politico di opposizione a Saddam
Hussein, il Supremo consiglio per la rivoluzione islamica in
Iraq (Sciri), nonch al suo braccio armato, la brigata Badr.
Anche se, adesso, rischiano di crearsi tensioni tra Najaf e
Q.O.m, il centro di pensiero sciita iraniano che rivendica la direzione
spirituale della comunit. L'altro elemento sciita di
spicco nel mondo arabo  dato dagli hezbollah libanesi, che
animano l'unico fronte (se si esclude quello palestinese) ancora
aperto con Israele.
L'aspetto pi interessante della questione  capire come
l'Iran e gli hezbollah gestiranno la presenza americana in
Iraq. Se dovessero considerare gli Stati Uniti troppo vicini
alla loro sfera d'influenza, avrebbero due possibilit: o rassegnarsi
a veder diminuire il loro peso nell'area, o decidere di
affrontare gli "invasori". Gli americani hanno avuto brutte
esperienze sia con l'Iran sia con gli hezbollah, ben prima che
al-Qaida e Osama bin Laden scatenassero la loro offensiva
terroristica. Tutti ricordano ancora gli attentati a Beirut nel
1983 contro l'ambasciata Usa e contro il quartier generale
dei marine della forza internazionale. Non bisogna neppure
dimenticare gli episodi degli ostaggi statunitensi a Teheran
durante la rivoluzione islamica, e poi di nuovo a Beirut, che
per anni hanno paralizzato la politica di Washington in
Medio Oriente.
Di fronte alla sfida sciita, gli americani contano senza
dubbio sulle divisioni interne della comunit. Sperano che
gli elementi pi moderati e "occidentalizzati" finiranno per
avere la meglio sugli estremisti. Eppure dovrebbero adottare
questa strategia con grande cautela, poich in Libano si  rivelata
fallimentare.
Esiste per un'altra ipotesi, molto suggestiva ma forse
troppo machiavellica. Gli americani non sono affatto ingenui.
Potrebbero considerare la nascita di un regime teocratico
in Iraq un'alternativa migliore rispetto alla costituzione
di uno Stato arabo laico e moderno, che alla lunga potrebbe
essere visto da Israele come un concorrente. Sarebbe un altro
modello di democrazia in Medio Oriente. Un Paese teocratico
vittima di divisioni interne potrebbe perfino "ospitare"
un livello tollerabile di sostegno al terrorismo, in modo da
giustificare contemporaneamente sia la presenza di truppe
americane nel Golfo sia la politica repressiva di Tel Aviv nei
confronti dei palestinesi.
Quando rientro al Palestine, incrocio il mio amico Ulli Tilgner
della televisione pubblica tedesca ZDF che mi dice di avere
uno scoop. Incuriosita, salgo di corsa con lui nella sua stanza
adibita a saletta di montaggio, dove mi mostra le immagini
del generale Amer al-Saadi che si consegna agli americani!
Ulli ha ragione:  un vero scoop. Il primo dei cinquantacinque
super-ricercati di Washington, il consigliere di Saddam
per gli armamenti, si costituisce ai nuovi padroni dell'Iraq.
Mentre Ulli mi fa gentilmente una copia della cassetta, mi
racconta come ha incontrato il generale che per mesi  stato
l'interfaccia del regime con gli ispettori dell'Onu e il volto
che rappresentava il rais nel mondo, nelle conferenze stampa
trasmesse in diretta planetaria.
La mattina dopo l'entrata trionfale delle truppe alleate a
Baghdad, al-Saadi ha appreso dalla radio della BBC di essere
sulla famosa lista. Gli bastano pochi minuti per decidere assieme
alla moglie tedesca, Helma, di arrendersi agli americani.
Ma per non essere fermato dai vandali o ai vari checkpoint
militari manda Helma a cercare il collega Ulli, che conosce
dai tempi degli ispettori. Helma si presenta davanti all'albergo
dei giornalisti e, non avendo un lasciapassare dei
marine, aspetta tutta la mattina finch finalmente vede Ulli
comparire da dietro il filo spinato. Prima gli chiede in tedesco
se pu usare il suo satellitare Thuraya, poi gli rivela la sua
identit. Infine lo prega di organizzare la consegna agli americani.
Cosa che Ulli far in tempi molto rapidi. Vedo scorrere
le immagini dell'intervista a casa di colui che era considerato
l'"architetto" del programma delle armi chimiche e
biologiche irachene. Durante le lunghe settimane di ispezioni,
al-Saadi ha sempre negato che l'Iraq possedesse ancora
arsenali proibiti. Anche ora glielo sento ripetere: "Lo dico
per i posteri, per la Storia, non per difendere il regime". Ulli
lo fa parlare a lungo sulle presunte armi non convenzionali,
mentre io aspetto la domanda tanto banale quanto d'obbligo
in questa occasione: cosa si prova in un momento come questo...
Ulli, da vero tedesco, non gli chiede praticamente nulla
di privato. Ma come spesso accade con quello straordinario
mezzo che  la televisione, sono le immagini a parlare da
sole. Vedo il generale, come sempre molto distinto e gentile
anche se decisamente affaticato, mentre spiega come lui e la
moglie durante il conflitto siano rimasti chiusi in casa, rifugiati
per lo pi in cantina per proteggersi dai bombardamenti.
La moglie aveva rifiutato di andarsene prima della
guerra insieme all'ambasciatore tedesco. Lo guardo preparare
una borsa da tennis e inserirvi pochi effetti personali. Il
generale voleva partire senza portare nulla con s, pensando
di poter tornare la sera, e solo l'insistenza di Ulli lo convince
a fare altrimenti. Poi attraversa il giardino e sale con Helma
sulla macchina della ZDF che lo porta al check-point americano.
"Mi aspetto di essere interrogato sui programmi del
riarmo. So solo che non ho commesso alcun crimine. Non
credo che mi terranno in Iraq. Dove mi porteranno?" si
chiede inquieto lungo il tragitto. Poi arriva il momento pi
difficile. I marine lo informano che sua moglie pu accompagnarlo,
ma lui preferisce di no. Un abbraccio, Helma
chiede rassicurazioni sulla possibilit di poterlo andare a trovare,
ma improvvisamente i militari rispondono con un
secco rifiuto. La "straniera" per la quale al-Saadi venne
espulso pi di trent'anni fa dall'esercito quando decise di
sposarla scoppia quasi in lacrime. Poi lo cerca, lo chiama disperatamente:
le loro mani si sfiorano, come se fosse il loro
ultimo saluto.
L'inquadratura finale ci mostra questo generale, che dopo
la riabilitazione da parte di Saddam divenne uno dei pochi
sciiti ammessi nelle stanze del potere, con lo sguardo fermo
ma turbato. Poi via sulla jeep del nemico invasore. Il viaggio
verso l'incerto futuro  solo agli inizi.
Mentre mi precipito a inviare le immagini a Roma, penso
che al-Saadi esprime al meglio la complessit e l'ambiguit
della societ irachena, che conta al suo interno decine di persone
altamente competenti e intellettualmente raffinate,
animate da un sincero orgoglio nazionale. Forse la logica
della tirannia non  sufficiente a spiegare certe scelte: c'
anche un senso di difesa della patria che nell'Iraq "liberato"
 oggi, seppur diverso, pi forte di prima. Per me la sua collaborazione
con un regime tanto sanguinario resta comunque
un mistero.
...
Capitolo 25.
NEL PALAZZO PROIBITO.
In una Baghdad in preda all'anarchia tutto 
possibile, anche le esperienze pi impensabili come fare
una passeggiata nel complesso presidenziale di Saddam
Hussein, battezzato palazzo della Repubblica. Il pi grande e
il pi prestigioso dei palazzi del rais  stato il bersaglio quotidiano
dei bombardamenti angloamericani. E' stato teatro
di violenti combattimenti negli ultimi giorni della battaglia
per la capitale. La sua conquista ha simboleggiato la presa di
Baghdad e la caduta del regime. Oggi, come lasciapassare,
basta un tesserino stampa.
E' il primo pomeriggio del 16 aprile. Giunta all'entrata
nord del complesso, in prossimit del ponte della Repubblica,
mi presento con i colleghi Rai Maria Cuffaro e Emanuele
Fiorilli, appena arrivati da Roma. Un denso fumo
nero esce dalle finestre della facciata del ministero della
Pianificazione, l'edificio imponente che sorge ai margini. E'
stato attaccato l'8 aprile da un A-10, che ha sparato centinaia
di proiettili perforanti all'uranio impoverito contro gli
ultimi difensori asserragliati l dentro. I muri sono stati ridotti
a un colabrodo e le fiamme continuano a divampare
all'interno. Ma ci vuole ben altro per scoraggiare le centinaia
di saccheggiatori che portano via mobili, computer,
termosifoni e condizionatori. Riempiono auto, camion e
carretti, che formano un ingorgo inestricabile all'imboccatura
del ponte.
Ad alcune decine di metri di distanza, un soldato americano
munito di elmetto, giubbotto antiproiettile e M-16 a
tracolla,  di guardia davanti all'ingresso. E' stato sfondato da
un carro armato e, davanti agli occhi del visitatore, si apre un
lungo viale costeggiato da alberi e giardini, dietro ai quali si
intravedono decine di edifici. Un blindato  appostato pochi
metri pi in l. Un rotolo di filo spinato impedisce il passaggio.
Un gruppo di iracheni cerca di comunicare con il soldato,
che non capisce. Con l'aiuto di uno dei nostri interpreti,
gli spiegano che una bomba inesplosa preoccupa gli
abitanti del quartiere e chiedono il suo intervento. Il marine
assicura che far il possibile, ma chiede loro, con fermezza,
di allontanarsi.
Per gli iracheni, avvicinarsi cos tanto all'ingresso del palazzo
 gi un enorme passo avanti. All'epoca di Saddam,
non osavano neppure alzare gli occhi verso gli alti bastioni e
gli immensi portali neri sorvegliati dai fedelissimi del regime.
Non sapevano neanche quanti fossero gli edifici del
complesso che si estende per decine di chilometri quadrati
sulla riva del Tigri. Per non parlare delle istituzioni che qui
avevano sede...
Abbiamo riconosciuto con difficolt le costruzioni colpite,
dopo aver assistito in diretta al loro bombardamento
dalle finestre del Palestine. Era questo il palazzo degli ospiti?
Questa la sede del Consiglio dei ministri? Erano qui gli uffici
di Tareq Aziz? Tra i nostri collaboratori iracheni nessuno pu
dirlo con certezza, perch nessuno ne ha mai saputo nulla.
Magra consolazione, era il solo palazzo che gli iracheni potevano
chiamare liberamente "residenza presidenziale" senza
rischiare di essere puniti. Nella sua sconfinata paranoia, infatti,
Saddam non permetteva che le altre sue propriet venissero
identificate. Il palazzo della Repubblica  la pi antica
e pi grande tra le numerose tenute del rais a Baghdad. A
lungo sono circolate voci incontrollabili sulla presenza, sotto
il complesso, di un immenso rifugio antiatomico.
Devo lasciare Mahdi e Luay all'entrata. Gli americani,
in un'ennesima dimostrazione della loro incapacit di comprendere
la situazione, impediscono agli iracheni di entrare
nel perimetro. In seguito Jacques ci raggiunger con Nayla
e con Mawad, un interprete dell'A.F.P fatto passare per un
giornalista arabo. Visitare questi luoghi proibiti sar per lui
un'esperienza indimenticabile. "Non avrei mai creduto di
poter essere qui un giorno" ci dice. Appena entrati, a sinistra,
vediamo i garage vuoti dove Saddam Hussein conservava
la sua collezione di auto d'epoca o di lusso. Non 
sfuggita alle brame dei saccheggiatori, tanto che un carro
armato monta la guardia davanti alla breccia provocata da
una bomba nel muro di cinta. Da qui sono probabilmente
entrati i vandali che hanno depredato il ministero e da qui
sono fuggiti con le berline, lasciandone solo alcune. Una
Chevrolet Bel Air decappottabile del 1955 ha dovuto comunque
"arrendersi" a un cingolato americano, che ha
schiacciato la sua bella carrozzeria rosa. Un po' pi in l,
una Packard nera, anch'essa decappottabile, la macchina
preferita dai mafiosi di Chicago all'epoca del proibizionismo,
 stata abbandonata con la capote anteriore distrutta.
Restano ancora una Cadillac Fleetwood blindata nera, dotata
di portagagliardetti sulle ali, riservata alle occasioni ufficiali,
e una superba Rolls Royce Silver Shadow, con le
tendine che proteggevano i passeggeri da sguardi indiscreti.
Altri modelli non hanno suscitato l'interesse dei ladri. Tra
questi un buggy bianco, la riproduzione di una Ford T e un
modello in perfetto stato di Ford 8, una vettura la cui carrozzeria
a pannelli di legno ha sempre riscosso grande successo
nelle campagne americane. In fondo al garage dal
tetto sfondato, un classico taxi londinese: con le portiere
spalancate sembra in attesa di un passeggero che non arriver
mai.
Di ritorno verso l'entrata principale, percorriamo il viale
centrale largo come un'autostrada. Nei giardini che lo fiancheggiano
gli alberi e le aiuole sembrano essere stati risparmiati.
Il canto degli uccelli ha sostituito il crepitio dei mitra.
Una strana atmosfera di pace regna in questo luogo e tutti
parliamo a bassa voce, quasi ci sentissimo degli intrusi. Eppure
non c' nessuno che ci impedisca di entrare negli edifici.
E sar solo al termine della nostra lunga passeggiata che
incontreremo altri soldati statunitensi.
Le costruzioni sono imponenti, e le loro dimensioni manifestano
la sete di potere e le manie di grandezza di Saddam
Hussein. Hanno subito tre settimane di bombardamenti,
ma non sono certo ridotte in macerie. Alcune, del resto,
erano state ricostruite dopo i bombardamenti del 1991 e del
1998. Attraverso le vetrate infrante, le porte scardinate e i
muri sventrati, vediamo numerose sale ancora arredate con
tavoli, sedie e microfoni per le riunioni.
Un blindato  parcheggiato davanti all'entrata di un
grande palazzo risparmiato dalle bombe. Ci guardiamo con
aria incredula. Sarebbe questo il palazzo presidenziale? Due
soldati americani ce lo confermano sorridendo: i servizi della
presidenza si trovavano l. "Ci hanno detto che era l'equivalente
della Casa Bianca" mi spiega uno di loro, aggiungendo:
"E' il luogo ideale per fare una bella festa!". Era il nucleo, perlomeno
apparente, del sistema. Il palazzo  composto da un
insieme di edifici e da due colonnati disposti a semicerchio.
Le sue terrazze sono dominate da riproduzioni in bronzo del
volto di Saddam Hussein. Le porte si aprono su lunghe file
di stanze vuote, senza che sia possibile dire se siano mai state
abitate o se siano state svuotate in una gigantesca operazione
di sgombero. Mawad approfitta di una delle innumerevoli
toilette del palazzo. "Non  da tutti poter usare i bagni di
Saddam" esclama scoppiando a ridere.
Ma sar soltanto pi avanti che capiremo meglio dove
siamo. Dopo aver camminato per un quarto d'ora, arriviamo
a un incrocio che conduce a un'altra entrata del complesso.
Ai margini della strada sono state scavate trincee, in fondo
alle quali si trovano ancora materassi, uniformi e scarpe, abbandonati
da coloro che avrebbero dovuto difendere il
sancta sanctorum del potere. Ci dirigiamo verso quello che
era il quartiere riservato del complesso, un insieme di lussuose
villette abitate dalla famiglia di Saddam e dai suoi pi
stretti collaboratori.
Il sergente di origini italiane Carmelo Fratelli e i suoi uomini
si sono acquartierati in uno di questi edifici in pietra
color ocra. Nel salone d'ingresso in marmo bianco dominato
da una scalinata doppia, i soldati americani si riposano. Uno
di loro, a torso nudo, si fa tagliare i capelli. Un altro ha collegato
un computer portatile su cui guarda un film di guerra
in dvd. Un terzo fa gli onori di casa al nostro piccolo gruppo
di giornalisti. Non  sicuramente la prima volta che ricevono
visite da parte della stampa, e quindi sanno gi cosa mostrare
e cosa dire. "Ecco la collezione di armi di Saddam Hussein"
annuncia un giovane caporale con gli occhiali, Roy Sullivan,
intento a masticare tabacco. Non so se l'abbia visto fare in
qualche film ma, di tanto in tanto, ne sputa per terra un po'.
Negli astucci sono allineati kalashnikov in oro e fucili di precisione.
"Probabilmente li regalava ai suoi ospiti" afferma
Roy. Si offre di farci visitare altre case tra cui la presunta dimora
di Uday, il primogenito di Saddam, la cui sinistra fama
di maniaco che amava violentare, torturare e uccidere  stata
ampiamente confermata anche dalle testimonianze raccolte
dopo la caduta del regime.
La prima tappa  la casa del segretario personale di Saddam
Hussein, Abed Hamid Mahmud. Mobili, carte, libri, fotografie
e documenti sono rimasti al loro posto. Viceversa, i
due portagioie in velluto rosso che quasi certamente contenevano
i gioielli di famiglia sono stati svuotati. Mentre visitiamo
questa bella casa a tre piani, ho l'impressione di ripercorrere
la vita di Mahmud, cugino di Saddam e suo uomo di
fiducia. Alcune foto lo mostrano con il presidente iracheno
nel giorno del suo matrimonio, accompagnato dai figli, due
maschi e una femmina. Il pavimento  disseminato di giocattoli,
come se la famiglia avesse mantenuto fino all'ultimo un
pizzico di noncuranza. Gli armadi sono ancora pieni di abiti
femminili e la cameretta della bambina sembra in attesa del
suo ritorno. Nulla lascia pensare che la casa sia stata abitata
durante i violenti bombardamenti che hanno caratterizzato la
guerra. "Sono sicuramente andati via prima dello scoppio del
conflitto" assicura la nostra guida. Abbiamo visto Hamid
Mahmud in televisione all'inizio del mese di aprile, prima
della caduta di Baghdad al fianco di Saddam Hussein, nella
spettacolare apparizione del presidente iracheno in un quartiere
della capitale.
Mawad non crede ai suoi occhi. Perlustrare la casa di un
uomo che avrebbe potuto decidere della sua vita o della sua
morte ha qualcosa d'irreale. Ne approfitta per portarsi via un
paio di souvenir: una cartella di cuoio che probabilmente ha
contenuto i documenti segreti del regime, e un pallone
mezzo sgonfio. "Lo regaler a mio figlio in ricordo di questa
visita" spiega. Prende anche una copia del Corano caduta da
una mensola. "Non si pu lasciare nella polvere" commenta.
Io e Nayla prendiamo due foto del rais, dopo averle tolte
dal telaio di legno che le incorniciava. La mia raffigura Saddam
in versione "tenero capofamiglia": avvolto in un elegante
cappotto grigio con un colbacco di astrakan in testa,
accetta un mazzo di fiori dai figli di Mahmud, il quale sorveglia
fiero la commovente cerimonia.
Passiamo davanti a un'altra villa, di fronte alla quale si riposa
un gruppo di soldati americani, tra i quali una giovane
donna sorridente in uniforme mimetica. "Qui non potete
entrare" ci dicono. I militari hanno scoperto centinaia di
bottiglie di vino e alcolici, nonch grosse quantit di droghe
e medicinali di ogni genere. Per evitare che l'occupazione del
palazzo della Repubblica degeneri in una sbornia colossale,
gli ufficiali hanno messo tutto sotto chiave, affidando la
guardia a soldati di fiducia. I quali sono inflessibili: cerchiamo
di convincerli in vari modi, ma non c' nulla da fare,
non ci lasciano entrare.
Procediamo nella visita e il caporale Sullivan ci conduce
davanti a un recinto delimitato da una rete metallica e sorvegliato
da un cingolato, sul quale siede un marine addetto
a una pesante mitragliatrice. Sotto l'elmetto suda copiosamente,
una bottiglia d'acqua minerale posata di fronte a lui.
"Un orso  scappato" dice laconicamente. "Se si avvicina,
devo sparare" aggiunge con una punta di rammarico. Alcuni
animali si trovano ancora nello zoo di Uday Saddam Hussein,
sorvegliati da cani che abbaiano furiosamente. Due leopardi
riescono a malapena ad alzarsi quando ci avviciniamo
alla gabbia. Storditi dal calore e tormentati dalla fame, sonnecchiano
sdraiati all'ombra. Sono malfermi e occorrono
vari tentativi prima che riescano a reggersi sulle zampe.
Avanzano lentamente, quasi trascinandosi, con gli occhi
spenti. Dall'altra parte del recinto, un leone, una leonessa e
tre cuccioli sono a loro volta privi di forze e assetati. "Nessuno
osa entrare perch non sappiamo come trattare questi
animali. L'unit veterinaria non  presente e non sappiamo
come nutrirli. Diamo loro ci che riusciamo a trovare"
spiega il sottotenente Karl Hoempler, la cui unit  di base
nelle vicinanze. Il cibo ovviamente non basta, perch un
leone mangia in media otto chili di carne al giorno. Alcune
pecore sono chiuse in un hangar; una di loro, morta,  gi ricoperta
di mosche. Tre pastori tedeschi fanno la guardia al
recinto e abbaiano quando i soldati si avvicinano.
Poco lontano dallo zoo privato, scopriamo una vasta area che
a prima vista sembra un centro fitness per gli alti dignitari
del regime. Ci spiegano che si tratta del campo di addestramento
delle guardie d'elite di Saddam. Nel giardino si trovano
due grandi piscine, la prima con un trampolino da tre
metri, mentre la struttura principale ospita un'enorme sala
di ricreazione con bar, televisori e comode poltroncine di
pelle verde. Alle pareti campeggiano ovunque i ritratti del
rais. Accanto alle palestre, dotate di tutti i tipi di attrezzi per
il sollevamento pesi, si apre una stanza buia e blindata trasformata
in un poligono di tiro. In mezzo ad armi leggere e
munizioni, troviamo sofisticati strumenti elettronici che
chiaramente servivano a monitorare la precisione dei tiratori
scelti. Prima di allontanarci, visitiamo anche il rifugio antiatomico
sovrastato da una pesante porta d'acciaio che si apre
sul bunker, profondo una decina di metri.
Ma il clou della visita guidata  ovviamente la casa di
Uday, o perlomeno ci che ne resta. E' stata colpita da due
bombe bunker buster, che l'hanno quasi completamente distrutta:
ormai non  altro che un cumulo di rovine ai margini
di un enorme cratere, che lascia intravedere le fondamenta
e il rifugio sotterraneo in cui si riparava il primogenito
del presidente. Era qui che viveva per la maggior parte
del tempo dopo l'attentato del 1996 che gli era quasi costato
la vita; il padre, dal canto suo, abitava in altre residenze pi
segrete della citt. Entro con prudenza nel casamento devastato.
L'ingresso  ostruito dalle macerie e bisogna farsi strada
per passare da una stanza all'altra. I soffitti sono crollati. I
muri sono stati spazzati via. L'intelaiatura delle finestre 
stata divelta. I mobili sono rovesciati, distrutti. L'odore di
carne in putrefazione mi fa pensare che sotto le macerie che
calpesto, sotto le porte scardinate sulle quali cammino, ci sia
forse il cadavere in decomposizione di qualcuno che il sanguinario
erede di Saddam non ha ritenuto opportuno portare
con s durante la fuga. Perch,  ovvio, la famiglia di
Saddam Hussein, e in particolare i suoi due figli Uday e
Qusay, non ha atteso che le prime bombe americane cadessero
su Baghdad per mettersi al sicuro. Per i servizi segreti
americani si tratta di scoprire dove, poich tutti i tentativi di
sbarazzarsi del rais e dei suoi rampolli sono risultati vani. Bisogner
attendere il 22 luglio perch le truppe statunitensi,
grazie a una soffiata, possano localizzare Uday e Qusay in
una villa a Mosul, e ucciderli.
Uday abitava in questa villa con la madre Sajida, la prima
moglie di Saddam Hussein e l'unica persona al mondo che
venerasse. La donna viveva al primo piano con la figlia Hala,
sorella minore di Uday. In una camera femminile, il letto 
disfatto e alcuni vestiti sono ancora appesi negli armadi. Flaconi
di profumo e prodotti di bellezza sono sparsi alla rinfusa
nel bagno. Ma l'atmosfera  quella di un luogo abbandonato.
Al pianterreno, i resti dei vizi attribuiti a Uday sono
onnipresenti. Bottiglie vuote di cognac. Fotografie di giovani
donne nude. Siringhe e medicinali di ogni genere, dagli
antidepressivi agli analgesici, compresi i decotti asiatici a sostegno
della potenza sessuale. Non ho potuto fare a meno di
pensare che gli specialisti d'intelligence dei reparti americani,
che hanno esplorato queste case prima della stampa,
sono particolarmente esperti nella guerra psicologica e che,
se avessero voluto aggiungere ulteriori dettagli alla gi sinistra
fama di Uday, non avrebbero potuto trovare di meglio.
Ma scaccio subito dalla mente queste riflessioni poco ortodosse
e continuo la mia visita istruttiva dell'antro della casa.
Dopo l'attentato del 14 dicembre 1996, che aveva limitato
le sue capacit di movimento e - si dice - la sua virilit,
il primogenito di Saddam era ossessionato dalla salute. Si
era fatto costruire una palestra dotata di un'immensa piscina
e di ogni genere di attrezzi per sviluppare la muscolatura.
In una sala, i muri sono tappezzati di fotografie e dipinti
delle principali figure della religione sciita, Ali e Hussein.
Dopo l'attentato compiuto probabilmente da tre sciiti,
Uday era affascinato da questa fazione dell'Islam e leggeva
tutto ci che riusciva a trovare sull'argomento. Pensava che
avvicinandosi a loro non avrebbero pi attentato alla sua
vita. In un'altra stanza sono appese ai muri fotografie di attrici,
soprattutto di Brooke Shields. Le e-mail disseminate
sul pavimento testimoniano la corrispondenza con un'agenzia
libanese di call-girls, che gli annuncia l'arrivo di sette ragazze
ceche, allegando le foto. La responsabile si scusa
anche per il ritardo.
Uno dei principali interessi di Uday era la tortura. Visitava
i siti delle organizzazioni non governative, che da anni denunciano
brutalit e supplizi perpetrati ovunque nel mondo.
Lui li utilizzava per informarsi sulle torture pi sofisticate,
soprattutto in Sudamerica, come ha raccontato uno dei suoi
collaboratori intervistato in seguito dall'A.F.P. Secondo quest'uomo,
i cui legami con il figlio di Saddam sono stati confermati,
Uday non torturava di persona, ma assisteva agli interrogatori
in una prigione a 50 chilometri a sud di Baghdad
controllata dai Fedaiyyn di Saddam, da lui comandati. "Non
ho parole per descrivere ci che provo" mi confida Mawad,
seduto sul prato davanti al complesso residenziale del palazzo
della Repubblica.
Prima di lasciare l'abitazione di Uday, io e Maria Cuffaro
ci portiamo via due videocassette raccolte tra le macerie.
Solo alcuni giorni pi tardi, appena trovato un videoregistratore,
scopriremo il loro contenuto. Il mio "trofeo" si riveler
di scarso interesse: un'ora di registrazioni di parate militari,
di telegiornali di vari network arabi, di operazioni belliche
americane. Molto pi interessante sar invece la cassetta
dell'inviata del TG3, che si rende subito conto di avere
tra le mani un piccolo scoop: le immagini delle atroci torture
del regime. Punizioni esemplari vengono inflitte ad alcuni
uomini dei Fedaiyyn di Saddam, giudicati colpevoli di tradimento
e di furto. Pena: un braccio spezzato e trenta frustate
con una pesante catena di ferro. I giovani combattenti subiscono
le pesanti condanne tra urla lancinanti. Alcuni perdono
conoscenza. Per i disertori  previsto il taglio di un
orecchio. Per chi ha osato ingiuriare il rais, il taglio della lingua.
Uno dei prigionieri deve affrontare il supplizio davanti
alla gente del suo quartiere: uomini, donne e anche bambini
assistono alla tortura inneggiando a Saddam Hussein. Pare
che Uday traesse particolare godimento da questi spettacoli,
e pi erano crudeli, pi era soddisfatto.
Stanchi dopo questa lunga passeggiata, chiediamo alle guide
americane di riportarci in macchina verso la porta dove
Mahdi e Luay ci aspettano ormai da pi di tre ore. Per
Mawad, alla fatica si aggiunge una ridda di sentimenti e reazioni
confuse, che gli impediscono di procedere oltre. "Se
me l'avessero detto, non ci avrei mai creduto. L'ho visto con
i miei occhi e ancora non ci credo" spiega. Questo lusso, questa
ricchezza in un Paese in cui la maggior parte degli abitanti
 ridotta alla fame da anni di guerre e sanzioni economiche,
gli sono del tutto insopportabili. "Ho voglia di dire grazie
agli americani, ma le parole mi rimangono in gola. Mi fa
troppo male. Mi ci vorr del tempo per capire" aggiunge. Un
autoarticolato militare, composto da una motrice e da un
enorme rimorchio, si ferma davanti a noi. Il sergente Fratelli
e il caporale Sullivan non hanno trovato nessun altro mezzo
per ricondurci all'entrata nord del complesso. Prima di partire,
dobbiamo spiegare loro come arrivarci. Non hanno la
bench minima idea del posto in cui vogliamo andare, il
ponte della Repubblica. Sdraiata in fondo al rimorchio, ho
l'impressione che questa visita riassuma alla perfezione la situazione
irachena. Un esercito superpotente  venuto a
schiacciare un dittatore sanguinario e la sua famiglia di malati
mentali. Oggi quello stesso esercito non sa esattamente
dove si trova, n come guidare nella direzione giusta un popolo
senza pi punti di riferimento.
...
Capitolo 26.
"NEL NOME DI DIO CLEMENTE
E MISERICORDIOSO".
Dopo l'invasione americana Luay si sente
finalmente libero di raccontare la sua storia. E' la
storia di un uomo che ha frequentato i personaggi
pi potenti del regime e pi vicini a Saddam Hussein, tra cui
il primogenito, lo psicopatico Uday. Non si  mai sentito un
loro complice ed  riuscito a sopravvivere a queste relazioni
pericolose. Mi ha affidato la sua verit sotto forma di un manoscritto
in arabo. Per lui, come per la maggioranza dei suoi
connazionali, questo non  che l'inizio del viaggio verso la
conquista della libert di parola, confiscata per oltre
trent'anni da una dittatura sanguinaria. Non ho mai voluto
giudicare n Luay n gli iracheni che prima o poi si sono ritrovati
nell'impossibilit di dire di no a una tirannide brutale
e dispotica. Non mi sono per mai dimenticata che altri
hanno detto dei no, ma oggi non sono pi tra noi per poterceli
raccontare.
Ho lasciato il testo di Luay cos come me lo ha recapitato,
senza nulla aggiungere e nulla togliere a ci che dice e ci in
cui crede.
"Ho visto la luce il 6 marzo 1955 nel campo militare
Katrek, distretto di York, nel nord dell'Inghilterra.
Provengo da una famiglia conosciuta. Mio padre  generale,
oltre che ingegnere, e mia madre preside di
scuola secondaria specializzata in letteratura inglese. E'
figlia di uno di quei pasci che si contavano sulla punta
delle dita negli anni Quaranta.
"Mio nonno nacque nella citt di Mardin, nel sud della
Turchia, e arriv qui come ufficiale d'artiglieria, quando
l'Iraq faceva parte dell'impero ottomano. Partecip alla
Prima guerra mondiale e si distinse soprattutto nelle
battaglie di al-Kut e di Baghdad contro l'esercito britannico.
Alla fine della guerra si stabil a Mosul e vi spos
una ragazza di illustri natali. In seguito studi legge e divent
un famoso giudice. Fond "al-Kashf" (La torcia),
una delle due riviste insieme ad "al-Muallim" (L'insegnante)
uscite in Iraq nel 1936. Infine divenne caporedattore
del giornale "al-Zaman al-Baghdadiya" (Il
tempo di Baghdad). Trascorreva l'inverno e la primavera
a Baghdad, mentre nel resto dell'anno risiedeva a Istanbul,
dove possedeva una grande casa sul Bosforo.
"Ho imparato molto da lui, che parlava sette lingue
correntemente, e ricordo benissimo la sua risposta
quando, all'et di dieci anni, gli chiesi che cosa fosse il
giornalismo. Lui mi spieg che il giornalismo  come
una fotografia dalle dimensioni indefinite. "Se tu vedessi
la foto di un uomo disarmato davanti a uno col
fucile, potresti pensare che l'uomo armato vuole uccidere
l'altro. Se per ingrandendo la foto vedessi un
leone dietro l'uomo disarmato, potresti pensare che
l'uomo col fucile sta cercando di uccidere il leone per
proteggere l'altro. Ci dimostra l'importanza della verit
nel lavoro del giornalista."
"Sono il primogenito e la mia famiglia mi ha messo
nelle condizioni di condurre una vita felice. Non mi
mancava niente. Mio padre mi ha sempre dato tutto.
E' un uomo molto colto nel suo campo, l'ingegneria
elettrotecnica e la strategia militare. Un uomo assetato
di cultura, ancora oggi che ha ottant'anni.
"Non ho manifestato alcun interesse per la politica
fino al 1969, cio fino a pochi mesi dopo l'ascesa al
governo del partito Baath. Avevo quattordici anni
quando, una mattina d'estate, mio padre mi svegli.
Vidi davanti a casa una macchina con due uomini dall'aria
malvagia. Mio padre mi disse che sarebbe uscito
e che non sapeva se avrebbe fatto ritorno. Mi parl in
un modo al quale non ero abituato, dicendomi che da
quel momento sarei stato io il solo responsabile di mia
madre e dei miei fratelli. Mi disse che, se anche non
fosse tornato, sarebbe stato felice di sapere che ero in
grado di prendermi cura di loro.
"Piansi, ma lui mi asciug le lacrime dicendomi che
mi voleva vedere reagire da uomo e usc di casa mentre
io continuavo a non capire cosa stesse succedendo.
Da quel momento cominci la nostra ricerca per ritrovare
mio padre. Venimmo a sapere che era stato
portato in una prigione del Baath, che si chiamava "Il
Palazzo della Fine", dove venivano inflitte le pi feroci
torture ed eseguite le condanne a morte. Era impossibile
sapere di cosa fosse imputato. Nessuno aveva potere
decisionale su quanto avveniva nel "Palazzo della
Fine" tranne Saddam Hussein, che era il vice dell'allora
presidente della Repubblica Ahmed Hassan alBakr.
Dopo qualche giorno arrestarono il fratello pi
anziano di mio padre, anch'egli generale al tempo del
re. Finalmente riuscimmo a far giungere una lettera al
presidente al-Bakr in cui lo informavamo dell'arresto
di mio padre, che egli conosceva molto bene. Al-Bakr
contatt ripetutamente Saddam. Ventinove giorni
dopo l'arresto, in una calda giornata d'estate, me ne
stavo a casa, nel soggiorno che dava sul giardino,
quando vidi sulla soglia un uomo che non riuscii a riconoscere.
Era mio padre. Aveva perso 30 chili. Non
entrer nei dettagli delle torture perch sono indescrivibili.
Ero solo un ragazzino, ma in seguito a quegli
avvenimenti la mia mente si apr e cominciai a interessarmi
agli avvenimenti che accadevano intorno a
me e a leggere libri di argomento politico e sociale.
Ero diventato il capofamiglia, perch mio padre era
partito per il Kuwait pochi giorni dopo la scarcerazione.
Aveva trovato un lavoro come ingegnere in una
societ kuwaitiana, e per gli otto anni successivi lo andavamo
a trovare tutte le estati. Poi rientr a Baghdad.
Non ha mai voluto parlare con noi di quella terribile
esperienza.
"Il mio interesse per il giornalismo e la scrittura  cresciuto
insieme a me. Nel 1977 mi trasferii in Francia,
a Tours, per imparare la lingua. Un giorno, mentre ero
seduto a un caff, vidi Michel Aflaq, il principale fondatore
del partito Baath, accompagnato da tre guardie
del corpo irachene. Quando chiesi informazioni agli
altri studenti del Baath che si trovavano in citt, appresi
che Michel viveva in una villa enorme e lussuosa,
e che si era laureato all'Universit di Tours negli anni
Quaranta. Cominciai a studiare la sua vita e scoprii
che era uno dei pilastri della Massoneria in citt. Imparata
la lingua, mi trasferii a Rennes, nell'ovest della
Francia, per frequentare l'universit. Quando nell'80
cominci la guerra Iran-Iraq, le rimesse delle famiglie
irachene agli studenti in Francia furono bloccate e fui
costretto a lavorare per potermi mantenere agli studi.
Nel frattempo, l'attach militare a Parigi aveva chiesto
un traduttore-supervisore per occuparsi delle pratiche
relative ai feriti iracheni inviati da Saddam a curarsi in
Francia. Insieme ad altri miei connazionali feci domanda
e ottenni il posto grazie al nome della mia famiglia,
molto noto in particolare negli ambienti militari.
Mi trasferii cos a Parigi e cominciai il mio nuovo
lavoro.
"Passarono gli anni, e una sera del 1987 fui convocato
d'urgenza dall'ambasciatore iracheno. Mi disse che il
giorno seguente sarebbe arrivato un nostro connazionale
e mi chiese di rivolgermi al ministero della Difesa
francese per ottenere il visto. Io gli spiegai che
l'approvazione richiedeva molto tempo, specialmente
per gli ospedali militari, ma che avrei fatto l'impossibile
grazie ai miei contatti. In effetti riuscii a ottenere
l'autorizzazione presso l'Ospedale militare Begin,
nella zona est della capitale. All'arrivo il ferito fu operato
al ginocchio. Mentre era ancora in anestesia generale,
entrai nella sua stanza. Vi trovai alcune guardie
del corpo armate: il paziente era Uday Saddam
Hussein, il figlio maggiore di Saddam. In quell'occasione
conobbi anche il marito di sua sorella, Saddam
Kamel, e alcuni suoi amici. Passammo cinque giorni
insieme, dopodich ripartirono con Uday e non ebbi
pi loro notizie fino a un mese dopo, quando l'ambasciatore
mi chiese di recarmi all'Hotel Hilton e mi
condusse a un appartamento sorvegliato da cinque
guardie del corpo. Mi disse di entrare da solo e trovai
a ricevermi Uday, che mi salut e mi invit a sedere.
Mi disse che i suoi amici gli avevano parlato molto di
me e mi ringrazi per quanto avevo fatto. Mi chiese
di rimanere con lui per tutto il suo soggiorno a Parigi.
Trascorremmo insieme quasi due settimane. Sembrava
tranquillo e curioso, anche se io arrivai alla conclusione
che non aveva una gran cultura. I giorni passarono
tra visite all'ospedale e passeggiate a Parigi, specialmente
sugli Champs-lyses. Eravamo accompagnati
da tre ufficiali della guardia di Saddam Hussein
e da cinque sue guardie del corpo, tutti con valigie diplomatiche
contenenti mitragliatori automatici pronti
all'uso. Assieme a noi un'automobile dei servizi segreti
francesi con quattro uomini a bordo. Non tornavo
mai a casa prima di mezzanotte. Una sera Uday
mi disse di essere molto felice a Parigi perch poteva
andarsene in giro liberamente. Dopo quindici giorni
lasci la capitale francese. Io ero stato a mio agio con
lui e non avevo notato nulla di strano o perverso nei
suoi comportamenti. Tre mesi pi tardi ritorn e alloggi
all'Hotel Ritz, nella suite imperiale, accompagnato
dai suoi amici. All'epoca di quel lungo soggiorno,
il responsabile della sua protezione era il generale
Kamel Mustafah al-Abdallah, che divenne in seguito
il responsabile della Guardia repubblicana. Sembrava
molto preoccupato per il protrarsi del soggiorno
di Uday a Parigi. Mi disse che il presidente Saddam
Hussein lo chiamava quotidianamente per chiedere
del figlio.
"Un giorno, mentre sedevo insieme a lui, squill il telefono
e capii che stava parlando con Saddam, poich
diceva "S, signor presidente", "Come comanda, signore".
Chiusa la comunicazione, mi disse che Saddam
voleva che Uday rientrasse a Baghdad entro ventiquattr'ore.
Gli aveva ordinato di provvedere ai preparativi
per la partenza in attesa del suo jet privato,
che avrebbe mandato il giorno seguente. Noi avevamo
programmato di recarci sulle Alpi. All'ora di cena il
generale Kamel inform Uday che un aereo iraniano
sarebbe arrivato la sera seguente con alcuni commando
inviati per assassinarlo, e che sarebbero quindi
dovuti partire per Baghdad prima del loro arrivo.
Uday parve sorpreso e mi guard pensieroso. Eravamo
seduti al ristorante. Alla mia destra stava Saddam
Kamel e alla mia sinistra Rokan Rzuki, della guardia
personale del rais.
"Mi chiese da quanto tempo non vedessi i miei genitori
e gli risposi che erano nove anni. Durante la
guerra con l'Iran, infatti, non era possibile uscire di
nuovo dall'Iraq per chi vi faceva ritorno. Quando mi
disse che sarei andato con lui a Baghdad, gli chiesi se
avrebbe potuto farsi garante del mio ritorno a Parigi.
Il suo viso si trasform e gli occhi s'iniettarono di sangue.
Sotto il tavolo sentii le dita di Saddam Kamel e di
Rokan che mi stringevano la coscia. Uday mi disse:
"Ma tu sai chi sono io? Io sono Uday Saddam Hussein
e tu sei mio ospite! Come ti permetti di chiedermi una
cosa del genere?". Mi affrettai a ringraziarlo e il giorno
dopo a mezzogiorno eravamo sull'al-Qadisiya, il jet
privato di Saddam Hussein.
"Quando gi eravamo in volo Uday mi disse che sarebbe
andato a dormire e trasse dalla tasca una confezione
di sonnifero. Chiese a tutte le guardie di prendere
una pillola ciascuno e mi chiese di fare altrettanto.
Sicuramente le guardie nascosero la pillola sotto
la lingua e la gettarono dopo che se ne fu andato, mentre
io e i suoi amici la ingoiammo. Non riuscii per a
dormire. Ero molto teso al pensiero di rivedere i miei
genitori, che non erano informati del mio arrivo, e di
rivedere Baghdad dopo nove anni di lontananza.
"Due ore pi tardi Uday si svegli e ci sedemmo a un
tavolo, vicino al finestrino. Baghdad ci apparve dall'alto
e cominciai a piangere silenziosamente. Quando
l'aereo atterr, Uday fu ricevuto dal fratello Qusay, da
Hussein Kamel e da tutti i ministri. Io camminavo
dietro di lui e salutavo tutti continuando a versare lacrime
tra lo stupore generale. Uday mi salut, mi
disse di andare dai miei genitori e che mi avrebbe
chiamato il giorno seguente. C'erano militari in Mercedes
ad attendermi e molte altre berline a formare
un corteo.
"Non entrer nei dettagli dell'incontro con i miei genitori,
con i quali passai due settimane, anche se ogni
giorno vedevo Uday.
"Il secondo giorno una macchina venne a prendermi e
mi port nel palazzo al-Abed, dove era approntato un
banchetto in un giardino gi gremito. Gli ospiti erano
i membri dell'Unione Centrale Irachena Calcio. Un
cameriere port cocktail, whisky, vodka, gin e birra. A
ogni invitato fu servita una bottiglia da un litro di liquore
e Uday chiese di berla in un tempo massimo di
quindici minuti. Tutti fecero come ordinato e cominciarono
a sentirsi ubriachi. Poi un cameriere port
altre bottiglie simili e Uday chiese che fossero finite in
dieci minuti. Anche queste furono scolate come da
istruzioni. A quel punto Uday chiese di rientrare in
casa per la riunione!
"Quando tornai infine a Parigi Uday inizi a commissionarmi
acquisti, per i quali pagava naturalmente
l'ambasciata irachena. Da quanto avevo capito dal responsabile
amministrativo dell'ambasciata, Saddam e i
suoi familiari avevano un conto aperto, senza limiti di
spesa, presso tutte le ambasciate irachene nel mondo.
"In seguito Uday mand incaricati che gli comprassero
vestiti invernali. Acquistammo abiti da Ted Lapidus
a prezzi stratosferici. Per darti un'idea delle spese,
quell'inverno comprammo ottanta vestiti, con camicie,
cravatte, pochette, sessanta pantaloni e oltre trenta
giacche di cachemire e pelle, quaranta paia di stivali e
quaranta di scarpe in aggiunta a vestiti sportivi, da cerimonia,
da equitazione eccetera. In estate Uday comprava
abiti in quantit anche superiori.
"La sera del 18 giugno 1989 mi invit alla sua festa di
compleanno. Il mio biglietto aereo era pronto all'ambasciata
e dovevo recarmi a Baghdad il giorno seguente.
Una volta arrivato mi recai al palazzo al-Abed,
dove c'erano i suoi amici. A proposito di amici, Uday
ne aveva di tre tipi: i figli delle famiglie facoltose; coloro
la cui esperienza commerciale poteva essergli utile
negli affari; e quelli incaricati di procurargli le ragazze
con qualunque mezzo.
"La serata era stata organizzata in un circolo privato,
il club nautico. Uday arriv a bordo di una delle sue
lussuose automobili (ne aveva pi di cinquecento),
vestito da cavaliere arabo, in nero con decorazioni
d'oro. Si ferm all'ingresso della sala, mentre noi eravamo
seduti all'entrata per ricevere gli invitati. Si trattava
di oltre quattrocento ragazze, di qualche accompagnatore
e di tutti i cantanti. Cominci a bere e ballare.
Aveva un kalashnikov caricato a salve e sparava
dappertutto ridendo. Di tanto in tanto sceglieva una
ragazza e si appartava con lei in una stanza appositamente
preparata, per poi riunirsi a noi. Quando me
ne andai, alle quattro del mattino, la festa era ancora
in corso.
"A Parigi, continuavo a comprare abiti per suo conto.
La stranezza consisteva nel fatto che mi contattava all'alba
chiedendomi di mandargli i documenti per detrarre
le tasse pagate sugli acquisti. Possedeva milioni
di dollari e voleva farsene rimborsare poche decine!
Questo faceva parte della sua insaziabile avidit. Il denaro
non gli bastava mai e non voleva mai spendere di
tasca propria.
"Un giorno mi chiese di andare nella famosa gioielleria
Vacheron Constantin, che si trova vicino all'Opera
di Parigi. Voleva un orologio da polso con zaffiri e
diamanti. Doveva essere realizzato appositamente, ma
occorrevano diverse settimane di lavorazione e sarebbe
costato 90.000 dollari. Quando seppe il prezzo, Uday
approv immediatamente e mi disse di ordinarlo. Naturalmente
pag l'ambasciata.
"Mi resi conto che si credeva anche l'uomo pi bello e
raffinato del pianeta. I suoi amici mi chiesero di non
indossare abiti eleganti durante il suo soggiorno a Parigi
e io trovai la cosa ridicola. Chi potevo essere io al
suo confronto? Mi spiegarono per che Uday era geloso
di chiunque.
"Il 18 giugno 1990 fui nuovamente invitato al suo
compleanno. Quando arrivai, insieme ad altri suoi
amici, Uday ci chiese di indossare abiti tradizionali
arabi. Anche lui e le sue guardie erano abbigliati in
quel modo.
"Ci dirigemmo tutti al vecchio aeroporto di Baghdad;
Uday alla guida e io seduto al suo fianco. Entrammo
da un cancello riservato e ci imbarcammo su un Falcon,
davanti al quale attendevano il comandante e
tutto l'equipaggio, che accolsero Uday col saluto militare.
Sorvolammo la citt di Najaf, e quando Uday
vide il mausoleo dell'imam Ali alz la mano e disse solennemente:
"Pace a te, mio antenato". Non potei fare
a meno di sorridere, perch tutti sapevano che le origini
della famiglia di Saddam erano sconosciute.
"Il nonno di Uday, padre di Saddam, non aveva documenti
per provare la sua discendenza. Seppi pi tardi
da uno degli anziani di Tikrit che quando Saddam era
bambino e doveva essere iscritto a scuola, uno zio dovette
dare una garanzia per registrare i suoi dati anagrafici
e procurargli una carta d'identit e la cittadinanza.
Nessuno ha notizie del padre di Saddam, che
non ha nemmeno una tomba a suo nome nel cimitero
di Tikrit. Al contrario, il padre di Yirzan e Watban, i
fratellastri di Saddam per parte di madre, era un uomo
molto conosciuto e tutti sanno dov' sepolto.
"Questo era uno dei complessi del rais e dei suoi figli.
Nel 2000 Saddam ha costruito a Tikrit una sontuosa
moschea e un mausoleo, riservandoli alla tomba del
padre e affermando la loro discendenza dal Profeta.
Ma nessun iracheno ha creduto a questa bugia.
"Quando l'aereo atterr a Najaf, trovammo ad attenderci
il prefetto e le autorit cittadine. Andammo al
mausoleo di Ali, ma quando feci per entrare un imam
mi blocc il passaggio. "Dove vuoi andare?" mi disse.
"Non vedi che il mausoleo ha un visitatore molto speciale?"
Prima che potessi rispondere, uno degli uomini
della guardia, tornato sui suoi passi, mi preg di fare
in fretta e spieg all'imam che ero amico di Uday.
L'anziano religioso mi lasci subito entrare e poi cominci
a chiedermi ripetutamente scusa, temendo di
essere punito. Capii in quel momento quanto terrore
poteva incutere il regime al popolo iracheno.
"Poi tornammo a Baghdad e io ripresi il volo per Parigi.
Dopo meno di due mesi, Saddam invase il Kuwait
e l'ufficio dell'attach militare iracheno in Foch Avenue,
dove avevo lavorato per dieci anni come traduttore,
fu chiuso.
"Cominciai allora a essere pedinato da una macchina.
La mattina mi aspettava all'uscita del mio garage. Un
giorno mi presentai a piedi e, con loro grande imbarazzo,
chiesi un passaggio: io avrei risparmiato la benzina
e loro sarebbero stati sicuri di non perdermi di
vista. Si trattava ovviamente di uno scherzo, ma in seguito
a quell'episodio i miei inseguitori, che appartenevano
ai servizi segreti francesi, furono sostituiti.
"Il pedinamento prosegu fino al 22 gennaio 1991, e
cio fino a cinque giorni dopo la liberazione del
Kuwait, quando cinque uomini armati irruppero nel
mio appartamento e mi chiesero di vestirmi e seguirli.
Avevano un ordine di espulsione dalla Francia, firmato
dal ministero degli Interni. A loro dire, rappresentavo
un pericolo per la sicurezza del Paese. Chiesi
cosa ne sarebbe stato della mia macchina, dei miei
mobili, del mio appartamento, e mi risposero che
non era affare loro. Mi vestii e, mentre stavo per
uscire dall'appartamento, vidi uno degli ufficiali infilarsi
alcuni oggetti nelle tasche della giacca. Si trattava
di preziose statuette di cristallo comprate in Cecoslovacchia,
che avevo esposto nella libreria del salotto.
Gli dissi di farmi prima uscire dall'appartamento; poi
avrebbe potuto rubare tutto quello che voleva. All'uscita
del mio palazzo trovai ad attendermi quattro
macchine e altri agenti. Erano le cinque del mattino e
la cosa mi fece ridere.
"Mi portarono al commissariato di polizia dell'Ile de
la Cit e mi arrestarono con l'accusa di aver rilasciato
dichiarazioni critiche contro il governo Mitterrand.
Questo era avvenuto durante un'intervista televisiva,
in cui avevo detto di amare la Francia e di essere un
ammiratore di de Gaulle, ma che quello che lui aveva
fatto era stato distrutto da Mitterrand. Costui era divenuto
seguace degli americani e non poteva decidere
liberamente.
"Nel corso dell'interrogatorio mi mostrarono alcune
foto scattate a me e Uday durante una sua visita a Parigi.
Spiegai loro che io, in qualit di impiegato dell'ambasciata,
non potevo rifiutarmi di accompagnare
il figlio del presidente della Repubblica. Non trovavo
che ci potesse essere ritenuto un crimine. Dissi che
avevo studiato legge nel loro Paese e se ero ritenuto un
pericolo per la Francia dovevo essere condannato solo
sulla base di prove e il processo avrebbe dovuto tenersi
in Francia poich vi risiedevo. Mi dissero che avevo
due scelte: lavorare con loro contro l'Iraq o uscirmene
dalla Francia con solo i vestiti che avevo indosso. Ovviamente
scelsi la seconda.
"Tornai a Baghdad dopo un viaggio molto difficile e
faticoso, a causa delle sanzioni seguite alla guerra. Volare
in Iraq non era possibile, e cos da Parigi andai
nello Yemen, poi attraverso il Sudan, l'Egitto e la
Giordania arrivai finalmente a Baghdad.
"Mi recai subito al Comitato olimpico nazionale per
salutare Uday, che aveva saputo del mio ritorno. Dopo
una calorosa accoglienza, mi accompagn nell'ufficio
del suo primo assistente, un ex generale dell'esercito.
Gli spieg che stavo preparando un Master in Relazioni
internazionali e che sarei stato assunto quello
stesso giorno come esperto di Relazioni internazionali
per il Comitato olimpico.
"Cominciai il mio nuovo incarico in un ufficio assai
grande e lussuoso. Avevo anche una segretaria. La
prima cosa che feci fu di leggere il regolamento delle
Olimpiadi. Molti impiegati del Comitato che vi lavoravano
da anni lamentarono di non avere altri diritti
che il salario mensile. Cominciai allora a fare uno
studio per costituire una garanzia sociale, sanitaria e
pensionistica per i dipendenti. Questo poteva essere
fatto mediante trattenute sui loro salari, come nel sistema
previdenziale francese. Sottoposi lo studio agli
esperti legali e finanziari del Comitato, ma entrambi
mi sconsigliarono di proseguire, perch in tal modo
si obbligava il Comitato, cio Uday, a rispettare
norme quali il preavviso di due mesi e il pagamento
anticipato degli ultimi stipendi in caso di licenziamento,
mentre Uday voleva assumere e licenziare a
suo piacimento. Io non prestai loro ascolto e andai
avanti col progetto, presentandolo direttamente a
Uday. Con mia grande sorpresa, questo fu il nostro
primo scontro.
"Mi convoc e lo trovai molto teso. Mi disse che eravamo
in Iraq e non in Francia, che era lui a decidere
tutto e che in futuro non avrei dovuto pensare a queste
cose. Per la prima volta rivel la sua vera personalit.
Mi disse anche che dovevo piuttosto pensare a
come ottenere dalle organizzazioni internazionali contributi
finanziari per il Comitato, dal momento che
eravamo sotto embargo. Come avrei appurato in seguito,
tutti questi finanziamenti sarebbero finiti nelle
sue tasche.
"Il secondo scontro con Uday precedette le Olimpiadi
di Barcellona del 1992. Il regolamento olimpico prevede
che il direttore generale di ogni comitato nazionale
venga eletto dopo ogni Olimpiade e non possa essere
sostituito se non in caso di morte o di gravi crimini
contro la morale, come per esempio la concussione.
Naturalmente Uday cambiava il direttore generale
a suo piacimento.
"Prima di parlare con il Comitato internazionale
della delegazione irachena che avrebbe partecipato ai
Giochi, spiegai a Uday che il direttore accettato dal
Comitato internazionale era una persona diversa da
quella da lui nominata, e che ne sarebbe nato un problema.
Ma lui si arrabbi, dicendo che spettava a lui
decidere tutto. Come previsto, la risposta del Comitato
fu che il nuovo direttore generale non sarebbe
stato approvato e, poich Uday insisteva nella nomina,
non gli avrebbero concesso n il permesso di
entrare nel villaggio olimpico n il diritto di voto.
Nonostante ci, Uday invi ugualmente la persona
da lui scelta, semplicemente per dimostrare che era
lui ad avere l'ultima parola su tutto, e lo fece alloggiare
in un albergo.
"Un giorno chiesi a Uday di aprire un ufficio informativo
all'interno del Comitato olimpico e lui approv
questa richiesta. Avevo suggerito di realizzare due rotocalchi
sportivi per la televisione, uno quotidiano e
uno settimanale, per coprire gli avvenimenti del campionato
di calcio. Misi insieme lo staffe le attrezzature
necessarie e inaugurai la trasmissione intitolata "Lo
Sport Oggi". A met settimana andava invece in onda
il "Notiziario del campionato". Era un format innovativo,
al quale lo spettatore iracheno non era abituato,
e all'inizio degli anni Novanta divenne uno dei programmi
televisivi pi seguiti, sia dai ragazzi sia dagli
adulti.
"A Uday chiesi anche di scrivere una lettera al ministro
dell'Informazione, per permettermi di riproporre il
vasto repertorio sportivo andato in onda in televisione
dall'inizio degli anni Cinquanta, cos da creare un archivio
sportivo del Comitato olimpico. Lui mi forn la
lettera, e potei cos incontrare il ministro, che a sua
volta me ne diede una indirizzata alla televisione irachena
affinch le mie richieste fossero accolte.
"Quando andai alla televisione, scoprii con mia grande
sorpresa che l'archivio iniziava solamente dal 1981.
Scoprii che Saddam Hussein aveva fatto sparire tutto.
Non esiste quindi alcun documento storico filmato
dell'Iraq prima del 1981. Tutto un pezzo di storia del
mio Paese semplicemente non esiste pi .
"Un giorno Uday convoc un gruppo di giornalisti, e
io tra loro, per coinvolgerci nella pubblicazione di un
nuovo giornale che si sarebbe chiamato "Babel". Doveva
essere un quotidiano coraggioso, diverso dallo
stile seguito dagli altri giornali iracheni governativi.
Ci disse, letteralmente, che avremmo avuto la libert
di scrivere e criticare tutto, tranne suo padre e il partito
Baath. Noi fummo felici di sentire questo, anche
se io fui molto prudente, ben sapendo come andavano
in realt le cose.
"Usc il "Babel", il giornale coraggioso. Un collega
scrisse un articolo intitolato Sopra la linea rossa sul ministro
degli Interni di allora, Watban, il fratellastro di
Saddam, criticandolo con diversi argomenti logici. Lo
stesso giorno dell'uscita del giornale il nostro collega
scomparve, prelevato da casa sua a mezzogiorno. La
moglie ci inform che uomini del ministero dell'Interno
l'avevano legato, picchiato davanti a lei e ai figli
e infine portato con loro. Uday ci assicur che avrebbe
subito contattato qualcuno e che Watban non poteva
fare una cosa del genere, ma poi non si fece pi vivo.
Lo richiamammo noi la sera e venimmo a sapere che il
nostro collega era stato arrestato su ordine di Saddam
e lui non poteva intervenire. Dopo due settimane di
torture fisiche e psicologiche, torn. Il suo aspetto era
cambiato e nessuno si azzard pi a criticare altro che
il municipio di Baghdad o la polizia...
"Un giorno due giovani registi chiesero di incontrarmi
e mi proposero di fondare una radio chiamata La
Radio della Giovent , per la quale erano pronti a lavorare
e fornire gli studi e le attrezzature. Sarebbe stata
un'autentica novit, perch a Baghdad c'erano solo
due radio, Radio Baghdad e La Voce del Popolo, che
nessun iracheno ascoltava. La loro ambizione mi piacque
e incontrai Uday per parlargli dell'argomento.
"Approv il progetto e pass la richiesta a suo padre,
fingendo per che l'idea fosse sua. Saddam autorizz
Uday a impadronirsi di tutte le attrezzature della
Voce del Popolo, che cess cos le sue trasmissioni.
Per la Radio della Giovent Saddam stanzi anche una
somma annua dal dipartimento della Presidenza, come
salario degli operatori. Uday mi chiese di supervisionare
le notizie e cominciammo le trasmissioni. Il primo
giorno fu nel marzo 1993.
"Avevamo ricevuto uno studio attrezzatissimo. A quel
tempo era in corso la guerra in Bosnia e le radio irachene
non trasmettevano nulla di quello che vi succedeva.
Quando chiesi il perch, mi fu spiegato che non
avevano ricevuto istruzioni specifiche riguardo a quella
guerra e non era consuetudine lavorare senza direttive.
"Preparai personalmente il primo notiziario. Uday
aveva ordinato che dopo ogni giornale radio fosse trasmessa
una canzone patriottica che elogiasse il rais. Ne
esistevano centinaia. Cos chiesi al responsabile dell'archivio
di portarmi canzoni non trasmesse da tempo,
per evitare il noioso stile Radio Baghdad e Voce del Popolo.
Me ne port una quantit e ne scelsi una, che fu
trasmessa alla fine delle previsioni meteo. All'improvviso
sentii un movimento strano nei corridoi, un rumore
di soldati e di carri armati agli ingressi, come se
fossimo in guerra. Arriv l'ufficiale della sicurezza e,
con nostra sorpresa, ci chiese perch avessimo trasmesso
quella canzone. Venimmo cos a sapere che
quel brano era un segnale in codice. La sua trasmissione
significava che era previsto un attacco all'edificio
della radiotelevisione. Non avremmo mai pi dovuto
trasmetterla, cos come altre canzoni che rappresentavano
allarmi per altrettanti possibili obiettivi.
"Gli iracheni amavano questa radio perch le canzoni
erano nuove, le notizie meno soggette a censura e potevano
partecipare ai programmi via telefono, anche
se non proprio in diretta, poich era stato aperto un
centro di comunicazione e le telefonate venivano registrate
e trasmesse dopo un attento vaglio.
"Il centro aveva cinquanta linee telefoniche attive ventiquattr'ore
su ventiquattro. Uday aveva ordinato al
ministro dei Trasporti e Telecomunicazioni di accreditargli
segretamente 25 centesimi per ogni chiamata telefonica
arrivata alla Radio della Giovent . Tre mesi
pi tardi i cittadini ebbero la sorpresa di ricevere bollette
di pagamento per la RDG.
"Lavoravo dalle otto del mattino alle dieci di sera, e le
trasmissioni procedevano tranquillamente, nonostante
tutti temessero di commettere un errore: in tal caso la
destinazione che ci avrebbe attesi era quella di al-Raduanyia,
la terribile prigione privata di Saddam e famiglia,
dove venivano praticate le torture pi atroci.
"Nel marzo del '93, Uday convoc una riunione di
redazione e ci disse di aver ricevuto l'approvazione
del padre per aprire una televisione per i giovani. Voleva
che allestissimo tutte le attrezzature e lo staff del
secondo canale nazionale. Quando gli chiesi come
avremmo potuto cominciare senza programmi, rispose
che la soluzione era semplice: avremmo registrato
dai satelliti e poi messo in sovrimpressione il
logo della nostra televisione. Insomma, avremmo fatto
pirateria televisiva. Fu aperto un grande centro al Comitato
olimpico, sotto la mia amministrazione, in cui
furono predisposti tutti i collegamenti satellitari e le
apparecchiature per la registrazione. Lo staff, che vi lavorava
a turni, registrava trasmissioni, telenovele, film
eccetera. Selezionai alcuni giovani per il dipartimento
Notiziari e informazione politica, e sono felice che
oggi lavorino tutti in canali satellitari conosciuti come
al-Jazeera e altri.
"Iniziarono cos il 17 luglio di quell'anno le trasmissioni
della Televisione della Giovent , di cui ero direttore
editoriale. Uday mi chiese di diventare direttore
generale, ma rifiutai con la scusa che i problemi amministrativi
avrebbero potuto ostacolare il mio lavoro.
Lui si convinse delle mie ragioni e nomin un'altra
persona, di cui mi fece collaboratore.
"Uday otteneva dalla Radiotelevisione della Giovent
somme stratosferiche, che affluivano nel suo conto
privato senza che nessuno potesse chiedergli spiegazioni
dal punto di vista legale. Per esempio, la pubblicit
veniva concessa tramite appalti. Poteva capitare
che una societ vincesse un appalto, per esempio con
un'offerta di due milioni di dollari al mese. In questo
caso otteneva un contratto annuale e cominciava a lavorare.
Se un mese dopo si presentava un'altra ditta
pronta a pagare due milioni e mezzo, Uday ci contattava
telefonicamente per ordinarci di rescindere il contratto
gi firmato e stipularne uno nuovo. Naturalmente
nessuno poteva obiettare nulla.
"Ma Uday non era nuovo a simili atti di slealt. Quando
il ministero dei Trasporti ultim la costruzione di una
torre intitolata a Saddam, dotata di ristoranti girevoli
con vista su Baghdad e su bellissimi giardini, Uday affitt
la torre per un anno al proprietario di un famoso
ristorante locale, per l'ammontare di quattro milioni
di dollari. Costui arred la torre e cominci a tenervi
ogni giorno delle feste. Un mese e mezzo pi tardi,
Saddam Hussein rimprover il ministro dei Trasporti
per aver permesso a Uday di affittare una propriet
dello Stato per il suo interesse personale, e ordin che
la torre fosse restituita al ministero entro ventiquattr'ore.
L'imprenditore che l'aveva occupata cadde ovviamente
in rovina, perch aveva gi versato a Uday
l'intera somma.
"Cos, Uday costru un impero mediatico che includeva
pi di quaranta giornali settimanali, con l'eccezione di
una rivista pubblicata dal ministero dell'Informazione.
Controllava anche tutta la pubblicit radiotelevisiva e
della carta stampata attraverso una sua societ che, ovviamente,
non conosceva concorrenza. Nessuno sa sulla
base di quale legge potesse agire in questo modo.
"La mia opinione personale, che deriva dalla conoscenza
diretta,  che Uday abbia costruito questo impero
per due scopi. Il primo era quello di pubblicizzare
tutte le sue attivit, soddisfacendo cos il suo narcisismo.
Il secondo era quello di accumulare denaro.
Nelle nostre riunioni settimanali, la discussione verteva
spesso su come ottenere il massimo guadagno attraverso
i mezzi di informazione.
"Un anno dopo l'inaugurazione del secondo canale televisivo,
il lavoro si era stabilizzato. Tra le punizioni inflitte
ai dipendenti, oltre ai salari insufficienti, c'erano
anche le torture. Per esempio, le speaker televisive non
potevano fare errori nella lettura. Quando questo capitava,
venivano picchiate a colpi di bastone sotto i
piedi. Per giorni poi non riuscivano pi a camminare.
Oppure, quando secondo Uday gli operatori non lo
avevano inquadrato abbastanza bene, facendolo apparire
"meno bello", venivano messi alla gogna: la loro
testa veniva immobilizzata in una sorta di pressa di
legno e tutti i dipendenti dovevano sfilare davanti a
loro e al passaggio schiaffeggiarli.
"Inoltre, segnalo un particolare molto importante:
Uday rifiutava di accettare le dimissioni di qualunque
suo lavoratore, pena la restituzione di tutti gli stipendi
ricevuti durante il suo impiego. E pena la reclusione
nella prigione di al-Raduaniya per almeno un mese.
"Un giorno d'estate del '94 Uday venne in amministrazione
e ordin a tutti di uscire dall'ufficio. Aveva
intenzione di aprire una societ che avrebbe chiamato
"Sharikat al-Amir" (La ditta del principe) e voleva che
io ne diventassi l'amministratore delegato. Dal giorno
seguente lavorai dunque per questa azienda, situata in
un sontuoso palazzo della zona di al-Jadiriya. Il lavoro
consisteva nel contrabbando di gasolio e derivati petroliferi
da vendere nella zona franca di Jebel Ali, negli
Emirati Arabi Uniti. In un anno e mezzo la societ
guadagn decine di milioni di dollari, che andarono
tutte nelle tasche di Uday.
"Uday ci chiedeva di collaborare con una ditta chiamata
al-Khalij, che dipendeva dai servizi segreti iracheni:
questa percepiva una piccola percentuale sui
profitti per coprire i nostri enormi guadagni e informare
Saddam del fatto che Uday stesse collaborando
con i servizi segreti nell'interesse del Paese.
"Costruimmo un porto abbastanza semplice, sulle
spiagge dello Shatt al-Arab, in un punto molto vicino
alla costa iraniana. Fu chiamato Mina Abu Flus e vi attraccavano
piccole petroliere con capacit compresa
tra le 3000 e le 5000 tonnellate, fornite di certificato
di origine iraniano. Cominciavano il tragitto attraverso
le acque territoriali iraniane, quindi in quelle internazionali
fino a Jebel Ali. Tre o quattro volte furono
fermate da forze americane che ispezionarono i documenti
di trasporto. Li trovarono in regola e le lasciarono
proseguire.
"Dopo un anno di attivit, Uday cominci a inviare i
suoi amici in Europa, per agganciare i dirigenti di multinazionali
e concordare contratti di collaborazione con
lo Stato iracheno, da stipulare una volta finito l'embargo.
Per ottenere tali contratti dovevano per prima
ingraziarsi Uday attraverso preziosi regali. Molte societ
caddero nel tranello, mentre altre rifiutarono l'offerta.
Gli incontri erano organizzati da un intermediario libanese
residente in Giordania, al quale Uday aveva concesso
speciali autorizzazioni che gli permettevano - tra
le altre cose - di ottenere facilmente i visti per l'Iraq.
"Nonostante gli elevati profitti, gli stipendi degli impiegati
dell'Amir erano molto bassi. Il mio era pari a
quello di un fattorino di una qualunque altra azienda
nazionale. In molte occasioni sottolineai a Uday l'inadeguatezza
dei salari, ma senza esito. Una volta si arrabbi,
dicendomi che l'onore di lavorare per Uday
Saddam Hussein doveva bastarci. Dare le dimissioni
era ovviamente impossibile, visto che lui le considerava
come un'offesa personale, e si sarebbe finiti in prigione.
Cos non toccai pi l'argomento.
"Un anno pi tardi sorsero attriti tra al-Amir e le societ
che il generale Hussein Kamel aveva costituito per
lo stesso scopo. Vicino alle coste del Kuwait fu anche
sequestrata una nostra nave che portava 10.000 tonnellate
di greggio. Un giorno il generale, parlando con
Saddam, accus l'amministratore delegato di al-Amir,
cio il sottoscritto, di aver affermato che l'industria militare
era incapace di amministrare le proprie societ e
di produrre consistenti guadagni. Io negai e ne fui
molto impaurito, e Uday promise di parlarne col padre.
"Ma Hussein Kamel riusc comunque nel suo intento
di mettere in cattiva luce la nostra societ presso Saddam,
che decret di sospendere ogni attivit entro quarantott'ore.
Sei automobili della guardia di Saddam circondarono
subito i nostri uffici per verificarne la chiusura.
Uday ordin di distruggere tutti i documenti, inclusi
quelli contabili, che furono effettivamente bruciati
in un garage. Al-Amir chiuse alla fine del 1995.
"Nel periodo in cui lavoravo alla Radiotelevisione della
Giovent , soffrivo di alta pressione cronica. Il lavoro
richiedeva molta concentrazione, dovevo dirigere centinaia
di persone ed ero responsabile di qualunque
possibile errore. Grazie a Dio non fui mai punito, ma
la mia salute non ne guadagn. Il periodo di al-Amir
era andato meglio, ma poi Uday mi rivolle alla televisione
e la pressione sal di nuovo al solo apprendere la
notizia. Il giorno seguente Uday mi fece chiamare e mi
disse che sarei stato assunto come direttore della produzione
e del marketing.
"Fu allestito uno studio per la registrazione di telenovele
e sceneggiati. Uday mi chiese anche di darlo in affitto
per le esibizioni di cantanti. Voleva che si lavorasse
ventiquattr'ore al giorno e mi disse che sarei stato
pagato a percentuale. Per la prima volta nella sua vita
mi offriva come salario il 2 per cento del fatturato
mensile, valore che superava di molto gli standard di
allora.
"Un mese pi tardi gli chiesi di destinare il 20 per
cento come pagamento e incentivo ai dipendenti della
Radiotelevisione della Giovent , poich i loro salari
non erano paragonabili a quelli degli impiegati della
Radiotelevisione irachena. Uday si arrabbi moltissimo,
ma quella volta avevo deciso di insistere anche se
il prezzo fosse stato la prigione. Dopo un'accesa discussione
si calm improvvisamente e mi disse 5 per cento,
poi 10 per cento, infine 20 per cento, ricordandomi
per che in futuro qualsiasi richiesta di quel tipo mi sarebbe
costata la punizione di due mesi di prigione ad
al-Raduaniya. Ma ero riuscito nel mio intento, ed ero
molto felice.
"All'inizio del 1996, un amico intimo di Uday mi
consigli, per potermi dimettere, di procurarmi certificati
medici che confermassero la precariet della mia
salute. Due giorni dopo averli consegnati, ricevetti la
visita a sorpresa di un altro suo amico, dal quale appresi
che il Professore, come loro chiamavano Uday,
aveva accettato le mie dimissioni e mi ringraziava. Ero
fuori di me dalla gioia e sentii la pressione sanguigna
ritornare subito alla normalit. Lasciai l'edificio della
Radiotelevisione con un indescrivibile senso di leggerezza
e di libert. L'incubo era finito.
"Giorni dopo, mi recai al ministero degli Esteri. Parlando
correntemente inglese e francese e provenendo
da una famiglia socialmente in vista, avevo tutte le
carte in regola per lavorare nel corpo diplomatico. Ma,
con mia sorpresa, scoprii che il ministero assumeva
solo membri del partito Baath. Lauree o lingue non
erano di loro interesse. Abbattuto, tornai a casa.
"Cominciarono per a contattarmi diversi imprenditori,
chiedendomi di lavorare per loro come amministratore
delegato o direttore commerciale, poich conoscevano
le mie esperienze passate e i successi ottenuti
quando ero con al-Amir. Le offerte erano molto
allettanti. Feci la mia scelta e cominciai a lavorare.
Dopo qualche giorno, uno degli uomini della guardia
di Uday mi chiese di incontrarlo la sera al club nautico,
dove il primogenito di Saddam teneva tutte le sue
feste e serate.
"Al mio arrivo, il locale era vuoto, fatta eccezione per
qualche operaio. Uday arriv un'ora e mezza dopo.
Quando lo guardai negli occhi vidi un'espressione di
malvagit, ma non ne capii la ragione. Con mia sorpresa
mi chiese se stessi ancora lavorando per i servizi
segreti. Io negai e risposi che ero stato assunto da una
societ che collaborava anche con una di quelle appartenenti
ai servizi segreti, ma che io non ne ero direttamente
coinvolto. A quel punto Uday estrasse la pistola
e me la punt alla fronte, tremando e mordendosi la
lingua in uno strano modo. Mi disse che se avessi lavorato
con i servizi segreti mi avrebbe ucciso. Lo stesso
se avessi lavorato nel commercio. Poi chiam una delle
sue guardie e gli ordin di portarmi ad al-Raduaniya.
Io guardai Uday e gli dissi che Dio sarebbe stato il mio
difensore. La guardia mi port al garage, ma prima
che potessimo salire in automobile Uday lo richiam.
Infine torn, e mi disse che mi avrebbe portato a casa,
ma che non ne dovevo uscire, n parlare con nessuno,
prima che lui si mettesse in contatto con me il giorno
seguente. Tornai cos a casa, ma non riuscii a dormire.
L'indomani, a mezzogiorno, l'uomo mi contatt e mi
disse che il Professore mi aveva perdonato.
"Avevo le mani legate. Non potevo lavorare liberamente
per paura della ferocia di Uday. Nonostante ci
avevo anche due ragioni per essere felice. La prima era
la fine dei mici rapporti con lui. La seconda, che non
ero stato punito neanche una volta nei sei anni nei
quali avevo lavorato per lui, cosa alquanto rara.
"Personalmente, non ho mai dubitato, nemmeno per
un istante, che Saddam e i suoi figli non amassero il
popolo iracheno. Saddam sal al potere per distruggere
l'Iraq e il suo popolo, e questo per ragioni finora sconosciute,
ma che possono essere analizzate.
"Se tornassimo all'inizio degli anni Settanta e riesaminassimo
le proposte di Brzezinski e Kissinger sulla
strategia della sicurezza nazionale americana in Medio
Oriente, avremmo la conferma di un incoraggiamento
del fanatismo religioso nella regione, che aveva l'obiettivo
di aggravare le tensioni tra le diverse confessioni,
provocare guerre e giustificare la presenza militare statunitense
per controllare il petrolio del Golfo. Saddam
Hussein ha risposto a questa strategia alla lettera, prima
con la guerra contro l'Iran, che ha distrutto l'economia
e la macchina militare di due grandi Paesi della
zona e ha causato la morte di pi generazioni da ambo
le parti, per un totale di oltre un milione e mezzo di
vittime. In quella guerra Saddam ebbe l'appoggio incondizionato
dell'America e dell'Europa, che accolsero
subito le sue richieste di aiuto sia in armamenti
sia in informazioni militari, e ricevette il sostegno di
un estremismo religioso, come per esempio quello dell'Arabia
Saudita, che non aveva conosciuto prima
della sua venuta al potere.
"La seconda applicazione di quella strategia fu l'invasione
del Kuwait, che diede all'America la giustificazione
legale per il controllo delle risorse petrolifere
dell'area del Golfo. Fu un gran servizio offerto loro su
un piatto d'argento, poich non c'era alcuna valida
giustificazione per l'invasione del Kuwait. Lo stesso 
accaduto con bin Laden: chi ha creato e armato bin
Laden per combattere i russi in Afghanistan? La storia
futura riveler queste verit.
"Chi ha seguito la politica estera del rais sa che questa
aveva come scopo l'instabilit della regione. Quanto
alla politica interna, Saddam ha applicato alla lettera
gli insegnamenti del Principe di Machiavelli. Ho sempre
pensato che egli abbia imparato a memoria questo
libro, a cominciare dal celebre detto "Il fine giustifica i
mezzi".
"Quando lasciai il Paese per andare in Francia, a met
degli anni Settanta, gli iracheni godevano di un'ottima
qualit della vita. Erano un popolo molto colto,
dagli alti valori morali e sociali, e conduceva una vita
serena in quella che tutti sanno essere la culla della civilt.
Qui nacquero la scrittura, la ruota, la legge, l'agricoltura.
"L'Iraq possiede risorse agricole e minerarie, ricchezze
storiche e religiose che avrebbero potuto renderlo indipendente
dal petrolio. Se avesse avuto un leader desideroso
del bene del suo popolo, oggi sarebbe uno
dei Paesi pi ricchi e avanzati della regione. Il reddito
pr capite iracheno avrebbe potuto essere tra i pi alti
al mondo, anche maggiore di quello dei ricchi Paesi
del Golfo.
"Ma Saddam ha distrutto l'economia e la societ del
Paese, facendo scomparire la classe media e creando
una classe di gente senza cultura, ricca soltanto di denaro
e potere. Quello iracheno, pur abitando nella seconda
riserva petrolifera mondiale,  diventato un popolo
indigente.
"A chi fuggiva dall'Iraq perch in contrasto con Saddam,
anche su questioni di scarsa importanza, venivano
uccisi genitori, fratelli e sorelle. Avete mai sentito
nella storia dell'umanit una cosa simile a quanto perpetrato
da Saddam?
"Non mi sono mai sentito complice del suo regime,
perch non ho occupato posizioni in cui potevo prendere
decisioni determinanti e perch non ho mai utilizzato
a fin di male il poco potere che avevo. Non mi
sento colpevole.
"Il sentimento costante che mi ha accompagnato durante
tutti gli anni della dittatura  stato quello della
paura, ventiquattr'ore su ventiquattro. Sono sopravvissuto
vivendo giorno per giorno, avendo sempre
presente che Saddam era il dittatore onnipotente: chi
si metteva contro di lui rischiava la morte, inclusi i
suoi familiari.
"Sono convinto che il rais sia ancora vivo da qualche
parte in Iraq e abbia fatto un accordo con gli americani
prima della guerra. Sfuggir quindi alla cattura,
magari rifacendosi un'identit con l'aiuto delle moderne
tecniche di chirurgia plastica. E' probabile che
prima delle elezioni presidenziali statunitensi gli americani
ce lo mostreranno morto. Ma sar solo uno dei
suoi tanti sosia.
"Su Uday e Qusay credo ci siano sessanta probabilit
su cento che siano davvero morti in quell'attacco a
Mosul, sul quale ci sono ancora troppi lati oscuri.
Come, per esempio, perch i militari americani hanno
distrutto completamente la casa dove si sarebbero trovati
i due fratelli, dopo la loro uccisione; perch sei ore
di furiosa battaglia della pi potente armata del mondo
contro tre persone chiuse in una villa. La maggioranza
dei tanti nuovi giornali a Baghdad scrive che se ne
stanno tranquillamente a Montecarlo. La loro fine rester
un mistero ancora per molti anni.
"Quando sono arrivati gli americani a Baghdad, ho
avuto un solo pensiero:  tutto finito. E' la fine di un
sogno e di un incubo. Il sogno di un Iraq libero e indipendente,
ricco e civilizzato come negli anni Settanta;
l'incubo di un regime brutale guidato da Saddam
Hussein.
"Ma tutto ha un sapore amaro. Per far fuori Saddam ci
sono voluti gli americani. Nessuno qui crede che siano
venuti per liberare gli iracheni.
"E io ogni giorno mi chiedo: sar la fine del mio Paese
o l'inizio della sua ricostruzione?"
...
Capitolo 27.
ADDIO BAGHDAD.
16 aprile. E' arrivato e un po' lo temevo. L'ultimo
giorno, il giorno degli addii. Dopo tre mesi, domani
all'alba partir per Amman, dopo aver fatto collegamenti
fino a notte fonda.
La notizia di oggi  la cattura del palestinese Abu Abbas,
arrestato in un albergo dai marine nel corso di una spettacolare
operazione che ha visto un grande dispiegamento di elicotteri
e carri armati. Ricercato dagli americani da vent'anni,
Abbas  membro dell'organo dirigente del Fronte di Liberazione
della Palestina ed  accusato di avere capeggiato, nel
1985, il sequestro della nave da crociera italiana Achille
Lauro, che cost la vita anche a un passeggero, un anziano
ebreo costretto sulla sedia a rotelle di nome Leon Klinghoffer.
Abbas ha vissuto per molti anni in Tunisia, poi a lungo in
clandestinit, e nell'ultimo periodo risiedeva principalmente
a Baghdad. E' considerato dagli esperti un "pesce piccolo"
nel panorama del terrorismo internazionale, ma Washington
insiste sull'estrema importanza dell'arresto.
Nel pomeriggio cerco di ultimare i preparativi per la partenza,
approfittando ancora della luce del giorno, visto che
ormai i generatori di corrente non riescono a garantirci pi
nemmeno un lumicino all'interno delle nostre camere. Nella
mia stanza, dove regna un ordinato disordine, comincio a
preparare le valigie: per fortuna, quella pi grande l'ho spedita
ad Amman prima della guerra, tenendo a Baghdad solo
le cose essenziali.
Nel frattempo Mahdi paga l'albergo; un'impresa, perch
- come previsto dall'amministrazione irachena alla perenne
caccia di valuta forte - bisogna pagare met in dinari, met
in dollari. La parte in dinari, a causa dell'iperinflazione,
riempie intere valigie di montagne di biglietti senza valore.
Al ritorno dal "tour" nel complesso presidenziale di Saddam
Hussein incrocio Assad, che non vedo da qualche giorno.
Il "manager" del nostro ufficio, che tanto ci ha fatto penare
per la sua inconcludenza, la sua inefficienza e goffaggine nel
destreggiarsi nella giungla burocratica irachena,  comunque
una persona onesta. Il giorno dell'ultimatum girava ancora
sfoggiando sulla sua macchina un ritratto del rais. Gli avevo
consigliato di nasconderlo, perch i tempi sarebbero diventati
difficili, e lui, come assistente di uno dei consiglieri di
Saddam, forse poteva rischiare una sanguinosa vendetta. Orgoglioso,
mi aveva risposto che il ritratto del rais lo avrebbe
tenuto sempre con s, come del resto la sua pistola nuova di
zecca. Temeva la guerra, e solo qualche giorno dopo l'inizio
degli attacchi era riuscito a mettere la propria famiglia al sicuro,
vicino a Karbala.
Mi accerto che possa continuare a lavorare con la T.V.E,
visto che Angela partir con noi il giorno dopo. Non ne 
ancora sicuro. E' naturalmente ansioso, essendo uno dei "disoccupati
eccellenti": del suo gran capo ai-Duri si sono perse
le tracce da diverse settimane.
Lo abbraccio, lo ringrazio, gli faccio tanti auguri e mi dirigo
verso l'Hotel Palestine, dove c' Luay che mi sta aspettando.
Mettiamo a punto gli ultimi dettagli per il collegamento
con il telegiornale delle 20 e poi, come sempre prima
che faccia buio, per motivi di sicurezza Luay rientra a casa
accompagnato da Mahdi.
L'addio con Luay  straziante. Mi accorgo subito che 
turbato. Comincio a ringraziarlo per la sua preziosa collaborazione,
gli ricordo i tanti momenti belli, brutti e di grande
tensione che abbiamo passato insieme, mi scuso se qualche
volta sono stata troppo nervosa. Lui mi guarda fisso negli
occhi e comincia a commuoversi. Lo abbraccio, questo gigante
buono che mi ha sempre protetta e aiutata, e lui scoppia
in un pianto dirotto. Nulla riuscir a fermare le sue lacrime:
lo stringo forte e lo lascio sfogare sulla mia spalla. La
scena si svolge sotto gli occhi di tanti colleghi, di tanti altri
iracheni che si commuovono a loro volta. Me compresa.
"Ma insomma, l'uomo sei tu e devi essere pi forte - gli dico
scherzando - e smettila di piangere, senn comincio anch'io
e non possiamo fare queste scene davanti a tutti." Capisco
che nelle sue lacrime c' tutto: il sollievo per la fine della
guerra, il dolore per dover dire addio a una persona che  diventata
un'amica, la paura per un mondo finito in pochi
giorni, l'orgoglio nazionale ferito di un iracheno che vive
l'umiliazione di un Iraq occupato da una forza occidentale
cristiana.
Sa che nulla sar pi come prima e non riesce ancora a
immaginarsi un futuro. Cerco di rassicurarlo. Un giorno l'Iraq
si rialzer e sar pi forte di prima: per una persona come
lui, giovane e piena di talento, sicuramente ci sar un importante
avvenire professionale. Gli ricordo che i suoi due
figli hanno il diritto di avere una vita migliore, di crescere in
una nazione governata dalle regole della democrazia e della
libert. L'Iraq - insisto - non appartiene al Terzo Mondo, 
un Paese ricco di cultura, di petrolio, di gente perbene.
Sull'immediato gli garantisco che potr continuare a lavorare
con la Rai. Mentre parlo con Luay, gli stringo le mani.
Lui continua a piangere. I suoi begli occhi azzurri sono affaticati
e arrossati: ogni tanto cerca di scusarsi, poi mi chiede:
"Ma  vero che tu tornerai, non ti dimenticherai dell'Iraq?",
e io gli prometto che torner. Un ultimo abbraccio, poi vado
via di corsa. Anche per me questo addio  difficile: nella mia
testa si accavallano ricordi, emozioni, sensazioni. Passo nella
mia stanza, mi siedo per qualche istante con un senso di
profonda tristezza e scoramento. Mi sento improvvisamente
svuotata. Guardo l'orologio e vedo che  tardissimo.
La mattina dopo ci alziamo all'alba, perch la partenza 
prevista per le sette. Abbiamo organizzato un convoglio:
non partono solo i colleghi e i fotografi dell'Agence France-Presse,
gli spagnoli e il collega di "Le Monde", ma anche
altri giornalisti che hanno voluto unirsi a noi proprio perch
le strade sono tutt'altro che sicure. C' ancora il rischio
di incontrare sacche di resistenza e di imbattersi in bande di
saccheggiatori. Prima di partire vado a cercare i miei due
amichetti, Sayf e Hassan, due bambini che da settimane vivono
con noi giornalisti, dormendo sul prato davanti all'albergo
in un sacco a pelo. Li trovo addormentati, raggomitolati
sotto una coperta. Li sveglio, lascio loro del denaro,
mentre ancora mezzi assonnati mi baciano, mi abbracciano,
mi ringraziano con le tre parole di inglese che conoscono. Il
pi piccolo, Sayf, comincia a piangere. Di loro sappiamo
molto poco, solo quello che hanno raccontato ai nostri traduttori:
i loro genitori si trovano da qualche parte fuori Baghdad,
e loro due sono venuti qui per guadagnare un po' di
soldi. Sin dal primo giorno hanno cominciato a fare i lustrascarpe,
e noi li abbiamo "adottati". Indimenticabile
Hassan la prima volta che si  proposto per la pulizia delle
mie scarpe: "Good: money; no good: no money". Aveva gi capito
tutto della vita!
Un ultimo bacio e poi l'addio con Mahdi. Anche lui si
commuove, ma niente scene strazianti. Mahdi  un uomo
furbo e pragmatico, pieno di risorse e di fantasia. Sono certa
che se la caver, riuscendo perfettamente ad adattarsi ai
nuovi padroni del suo Paese. Gi dopo poche settimane, mi
dir al telefono che ha messo in piedi un piccolo business
con i satellitari Thuraya. Geniale!
Superati i numerosi controlli e posti di blocco degli americani,
finalmente con due ore di ritardo riusciamo a muoverci.
Dopo tre mesi difficili e stressanti, da una parte sono
contenta di poter partire, dall'altra mi chiedo se sia giusto
andarmene proprio adesso. Sono stata combattuta fino all'ultimo.
Guardando dal finestrino della mia jeep, ricordo le
altre volte in cui ho lasciato questa citt in uno stato di
prostrazione dopo guerre e rivolte represse nel sangue. La
Baghdad che vedo ora  una capitale devastata dai saccheggi
e dai bombardamenti. Penso al lavoro di questi mesi e spero
di aver fatto del mio meglio: abbiamo lavorato tanto e dormito
poco, come era ovvio che accadesse in una situazione
cos straordinaria. E straordinario  stato anche il mio compagno
di lavoro, Enrico: per la sua capacit professionale, la
sua abilit nel cogliere con il teleobiettivo le immagini, le
sensazioni, i dettagli che mi hanno consentito di raccontare
una realt cos complessa. Enrico non si  mai lamentato,
neppure quando lavoravamo senza sosta. Coraggioso, ha
sempre mantenuto il sangue freddo. E' una persona di
grande sensibilit e di grande gentilezza: non l'ho mai visto
col broncio n di cattivo umore. Ha sempre quel sorriso che
in una situazione di grande tensione vale oro.
Nessuno pu affermare che una guerra, un'esperienza di
violenza e di morte, lasci indifferenti. N i militari pi agguerriti
n gli inviati pi coriacei sono impermeabili a ci
che vedono e a ci che fanno. Mi tornano in mente i dubbi
che avevo alla partenza da Roma. Sulla guerra, sulla paura.
La guerra c' stata, la paura anche, ma l'ho controllata. Me
ne vado con molti quesiti aperti e alcune incertezze. Il ricorso
alla forza mi  sembrato sin dall'inizio di questa crisi
la peggiore delle scelte. La realt del conflitto me lo ha confermato.
La guerra non ha niente a che fare con le parole utilizzate
dai Paesi che la conducono. "Conflitto", "rapporto delle
forze in campo", "progressi delle operazioni", "dominio dei
cieli", "controllo del campo di battaglia", "decapitazione del
regime", "successo", "vittoria".
Non ha nulla a che vedere con le dotte analisi degli
esperti negli studi televisivi, con le immagini accattivanti di
giovani soldati partiti in capo al mondo per condividere una
grande avventura, con formidabili momenti di cameratismo
in un Paese esotico dove pensano di portare la libert.
La guerra fa male, come l'esplosione di un proiettile che
affonda nella carne viva. Puzza, come l'odore di morte o
quello della paura. La guerra fa urlare i bambini e piangere le
loro madri. Distrugge le case e le persone. Mi vengono in
mente le parole di mio nonno Franz, ex combattente della
Seconda guerra mondiale: la guerra  un male assoluto.
La storia contemporanea ha dimostrato che a volte  necessaria,
come nel caso della lotta contro il nazi-fascismo o
dei pi recenti interventi armati nella ex Jugoslavia. Soprattutto
in quest'ultimo caso si  parlato di "guerre etiche", in
cui la Nato  intervenuta in conflitti civili scoppiati dopo la
disintegrazione di una regione che stava destabilizzando il
cuore del Vecchio Continente. Ma tutto questo non ha nulla
a che vedere con le moderne "guerre preventive".
Allontanandomi da Baghdad, penso all'onere e all'onore che
ho avuto di testimoniare un evento eccezionale, che avr un
impatto determinante sul futuro del pianeta. Ho imparato a
essere pi umile nel mio mestiere. Misuro meglio la distanza
che esiste tra la realt complessa di fatti lontani di cui siamo
testimoni e il modo in cui li raccontiamo. Le facili semplificazioni,
le idee preconfezionate, le inconsistenti elucubrazioni
intellettuali di cui la maggior parte dei commentatori
fa largo uso. Sar pi prudente nelle mie opinioni, ma anche
pi attenta a passare al setaccio della ragione i luoghi comuni
che troppo spesso si sostituiscono alla conoscenza dei fatti.
Lo devo ai telespettatori e a tutti coloro che ho incontrato in
questi mesi e che mi lascio alle spalle. Conosco l'impotenza
della mia professione di fronte ai tanti volti della tragedia, ed
 per questo che non possiamo esimerci dal guardare oltre le
verit precostituite.
So che avr nostalgia della straordinaria complicit che
accomuna chi vive sulla propria pelle queste avventure. Per
me sono soprattutto le facce del piccolo gruppo di amici che
ruotavano attorno all'A.F.P. Non parler di Jacques, che viaggia
accanto a me. Ma so gi che mi mancheranno l'amabilit
di Nayla, il sorriso di Ezz, l'umorismo di Samy. Le discussioni
infiammate la sera attorno a una scatoletta di sardine
sott'olio. L'inquietudine condivisa quando cadevano le bombe
e i muri tremavano. Sono situazioni di verit dei sentimenti.
Amicizie che durano a lungo. Infine, chiudo questa esperienza
irachena con una sensazione difficile da spiegare,
molto personale. Troppo intima da definire. E' il contrario di
una medaglia che si porta al petto. Ma  la ricompensa che ci
si attribuisce, la sera, prima di addormentarsi, lontani da
tutto e da tutti. E la fierezza. Una fierezza discreta, interiore,
e terribilmente semplice. Ho fatto il mio dovere, come tanti
altri colleghi. E molti di loro devono avere la stessa sensazione
di una missione compiuta. Di passione che ispira chi ama
questo mestiere. Le circostanze difficili, la stanchezza, i
drammi si dimenticano presto. Si trasformano in aneddoti di
cui parlare con ironia. O in ricordi tristi che si raccontano con
pudore. Ma la fierezza si radica, nascosta nel profondo del
cuore. E so che un giorno, frugando tra i ricordi e le immagini
belle e terribili di Baghdad, dir sorridendo: "Io c'ero".
...
Epilogo.
E ADESSO?
Sono partita da Baghdad senza veramente lasciare l'Iraq.
Continua a essere nei miei pensieri. Come tutti,
mi chiedo cosa riserver il futuro a questo travagliato Paese.
Sotto il sole infernale dell'estate irachena le speranze di
una stabilizzazione rapida, di un ritorno all'ordine, del rilancio
della macchina politica ed economica si sono dissolte
con una velocit purtroppo prevedibile. E il dibattito sulla
guerra in Iraq, sulle sue ragioni, sulle sue conseguenze, infuria
sia negli Stati Uniti sia in Gran Bretagna. I combattimenti
sembrano essersi spostati dalle distese desertiche della
Mesopotamia ai corridoi del potere e alle colonne dei giornali
a Washington e a Londra.
In realt, la nuova lotta scoppiata oltre Manica e oltreoceano
 la perfetta espressione di ci che ammiro di pi in
Gran Bretagna e in America: la capacit di una societ di
chiedere conto ai propri governanti. L'assoluzione non esiste
in politica e chiedere oggi: "Valeva la pena di andare in
Iraq?", come fa coraggiosamente il "Financial Times" del 16
luglio,  una domanda essenziale. E' in gioco la nostra fiducia
nelle istituzioni e nei procedimenti democratici di controllo
del potere. Cio le basi stesse dell'unico sistema politico,
la democrazia occidentale, che aspira all'universalit.
Passo in rassegna le numerose promesse che ha fatto
George W. Bush in questi ultimi mesi. Ha garantito di portare
democrazia e benessere agli iracheni. Ha fatto intravedere
una ricostruzione del Paese atta a galvanizzare alcuni settori
dell'economia statunitense. Ha assicurato di stabilizzare
l'Iraq per evitare che diventi un'oasi per gruppi di estremisti
antiamericani. Ed  andato oltre, facendo sperare nella possibilit
di risolvere il conflitto arabo-israeliano. Per il momento,
i risultati ottenuti su tutti questi fronti sono caratterizzati
da una notevole indeterminazione. I soldati americani
sono alle prese con una micidiale guerriglia. Le prime autobombe
hanno colpito in estate a Baghdad l'ambasciata di
Giordania e la sede dell'Onu. E quando alla CNN sento la notizia
della strage della moschea di Najaf, alla fine di agosto,
mi  chiaro che le peggiori previsioni si stanno realizzando.
La lista dei problemi  lunga. Saddam Hussein  stato allontanato
dal potere ma non ancora catturato. Le nuove istituzioni
sono traballanti e lontane dall'avere l'appoggio della
popolazione. Il settore petrolifero  tuttora malridotto e le
compagnie straniere esitano a investire in un Paese in cui la
sicurezza non  garantita. Il processo di pace israelo-palestinese
deve fare i conti con i problemi di sempre: dall'occupazione
israeliana, agli insediamenti illegali in Cisgiordania e a
Gaza, agli attacchi dei kamikaze. Il terrorismo nel mondo 
ancora vivo, e gli attentati di maggio in Marocco, in Israele
e in Cecenia lo hanno dimostrato.
Il futuro  dunque nebuloso, e Bush e Blair, invece di venire
salutati come eroi, rischiano di essere ricordati come manipolatori,
bugiardi, apprendisti stregoni. Con loro adesso i
giornali americani e britannici cominciano a regolare un po'
di conti. Quasi stupita leggo autorevoli editorialisti definire
le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein "armi di
sparizione di massa", "armi di illusione di massa"... Alcuni
parlano persino di "Weapongate", in riferimento allo scandalo
del Watergate che ha costretto il presidente Richard
Nixon a dare le dimissioni per aver mentito al popolo americano.
E' sempre pi chiaro, grazie alle inchieste della stampa e
delle commissioni parlamentari, che  il famoso Ufficio dei
piani speciali (Osp) del Pentagono ad aver rivestito il ruolo
principale nello spingere l'America verso il conflitto. L'Osp
ha lavorato al di fuori dei circuiti abituali delle agenzie di intelligence
come la Cia o la Dia, che operano sotto la supervisione
del governo e dei parlamentari. Un gruppo ideologicamente
ispirato ai neo-conservatives, legato al mondo degli
affari e in particolare a quello del petrolio, ha potuto dunque
creare le condizioni per autorizzare la guerra, e il popolo
americano ha sostenuto un'operazione da cui pensava potesse
dipendere la sua sicurezza.
Un'organizzazione che passa per essere la voce ufficiosa
della Cia arriva a scrivere a maggio: "Abbiamo a che fare con
un fiasco della politica e dei servizi segreti di dimensioni monumentali".
A sferrare il duro attacco sono gli ex agenti dei
servizi segreti dei Veteran Intelligence Professionals for Sanity.
"Non si era mai fatto ricorso a questa manipolazione in
modo cos sistematico per ingannare i nostri rappresentanti
e spingerli a votare in favore della guerra" insistono.
Ma il governo Blair non  stato da meno. Ha utilizzato anch'esso
una struttura parallela, denunciata dalla stampa britannica
e battezzata Operazione Rockingham. Lavorava a
stretto contatto con il Comitato congiunto per l'Intelligence
(Jic), incaricato di fornire al primo ministro sintesi "aggiustate"
sull'entit della minaccia agli interessi britannici. Blair
si  basato su questo tipo di informazioni drammatizzate per
annunciare, nel suo famoso discorso del 24 settembre 2002,
che l'Iraq poteva attivare nel giro di quarantacinque minuti le
armi di distruzione di massa. Da allora, la BBC ha sollevato un
polverone, asserendo che quell'informazione era stata introdotta
nel documento dal Jic su richiesta di alcuni consiglieri
di Blair per aumentarne l'impatto, per renderlo "pi sexy".
Analogamente, si  scoperto che i documenti riguardanti
il famoso uranio che Saddam avrebbe cercato di acquistare
in Niger erano falsi, cos come restano infondati i presunti
legami tra il rais e Osama bin Laden.
Ancora una volta riassume bene i termini del problema il
giornalista americano Seymour Hersh, le cui analisi sui servizi
segreti mi appassionano da tempo: "Se  vero che questa
amministrazione ha deliberatamente, e sin dall'inizio, dipinto
Saddam Hussein come una minaccia diretta alla nostra
sicurezza, senza averne le prove, perch era il modo migliore
per mobilitare il popolo americano, ebbene, a essere
sinceri, questo si chiama "mentire". E' la peggiore manipolazione
che un presidente possa commettere. Non eleggiamo
un presidente perch non ci dica la verit sulla situazione
mondiale, soprattutto quando manda dei ragazzini a uccidere
e a farsi uccidere. La democrazia si basa sulla verit".
E gli iracheni in tutto questo? Chi pensa a loro? Eccoli di
nuovo in balia della Storia. Di nuovo vittime di una guerra
che non volevano. Di nuovo invasi da un esercito che non
hanno chiamato. Eppure, dopo il terrore, le privazioni, le
sofferenze, avrebbero almeno diritto a un po' di speranza.
Ho l'impressione che i miei amici di Baghdad, che quando
sono partita piangevano, dovranno aspettare ancora un po'
prima di asciugare le loro lacrime.
...
.
...
FINE.